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Gianfranco Ravasi "Dimenticare è perdonare"



17 luglio 2025 

«Dio fece il primo giardino, Caino la prima città». Lo scrittore inglese del ’600 Abraham Cowley, rimandava alla Bibbia per segnalare un dato di cui siamo ancor oggi testimoni: le nostre metropoli hanno talora qualche parco spelacchiato ma soprattutto piazze ove si spaccia droga, condomini asfissianti, violenze nascoste e brutalità visibili.

Nella Genesi, infatti, si legge che «il Signore Dio piantò un giardino in Eden e vi collocò l’uomo che aveva plasmato… Caino divenne costruttore di una città che chiamò Enok, dal nome di suo figlio» (2,8; 4,17). 

In quest’Anno Santo la dimensione sociale è esplicita: come stiamo vedendo da tempo, si celebrano incessantemente Giubilei delle più diverse categorie, si svolgono pellegrinaggi, si richiamano doveri di solidarietà e di carità, si invita al perdono e all’accoglienza. In questa nostra riflessione mettiamo al centro un tema che abbiamo talora evocato, quello della violenza: essa scandisce i telegiornali, trionfa nelle guerre, si annida come una vipera nei social e nella moderna comunicazione. 

La pagina di Caino e Abele (Genesi 4,3-15) è la prima delle tante insanguinate presenti nella Bibbia, che non è un trattato asettico di teologia, ma il racconto della storia umana. In essa due sono i protagonisti: Dio e noi con la nostra libertà di scegliere il bene o il male. Caino e Abele incarnano anche le tensioni sociali dalle molteplici tipologie odierne: il primo fratello rappresentava lo status sedentario-urbano, il secondo quello nomadico-pastorale. Dalle diversità che generano sospetto e paura, odio e rigetto, ecco fiorire la pianta velenosa del delitto. 

Di fronte a questa situazione, che costantemente si replica nella vicenda umana, il testo biblico è costruito secondo due atti che si trasformano in una lezione per il comportamento morale di tutti. Il primo intervento divino nei confronti del criminale è necessariamente segnato dalla giustizia: «La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Sii, allora, maledetto lontano dal suolo che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano». La base della vita comunitaria è la giustizia e anche noi dobbiamo stare dalla parte di Abele e schierarci con le vittime della violenza e della prevaricazione. 

C’è, però, un secondo atto che Dio compie. Di fronte all’espiazione e alla conversione di Caino che riconosce il suo delitto – «troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono» – scatta la misericordia divina. Il colpevole non è perduto per sempre, come vorrebbe l’infamia della pena di morte. Il Signore tutela Caino dalla spirale infinita della vendetta violenta, imponendogli «un segno perché nessuno, incontrandolo, lo colpisca». 

È importante che in quest’Anno Santo si celebri, perciò, a dicembre il Giubileo dei detenuti. Lo scrittore argentino Jorge Luis Borges, caro anche a papa Francesco, immaginava che nell’oltrevitao i due fratelli si incontrassero. Ecco la finale di quel racconto: «Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e chiese di essere perdonato. Ma Abele rispose: Tu mi hai ucciso, o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo ora insieme come prima! Caino, allora, concluse: Ora so che mi hai perdonato davvero perché dimenticare è perdonare».

 

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