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Gianfranco Ravasi «Dio è madre?»

23 maggio 2024 

Quante volte è citata la frase di Giovanni Paolo I su Dio che è madre. In effetti nella Bibbia sono elencate una ventina di rappresentazioni femminili divine, accanto a un’ottantina di quelle maschili. Ecco due esempi dal libro di Isaia: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (49,15); «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò» (66,13). Spesso nell’Antico Testamento sono attribuite a Dio «viscere materne» (rahamim), segno di amore spontaneo, istintivo, assoluto.

È quindi legittimo parlare di una dimensione “materna” di Dio, ricordando però che si tratta sempre di un antropomorfismo, di un simbolo, come quello paterno, per esprimere l’ineffabile mistero divino e per raffigurare la realtà dell’Inconoscibile. La Bibbia, essendo Parola di Dio incarnata, privilegia il volto paterno di Dio anche per i condizionamenti culturali dell’orizzonte in cui si è manifestata. È lecito, perciò, ridimensionare certe letture troppo letterali della “maschilità” di Dio, senza però negare i valori che essa esprime, come è necessario collocare Gesù nel suo tempo storico senza per questo negare la sua “maschilità”, e come è giusto trascrivere un certo linguaggio ecclesiale eccessivamente legato a moduli e forme “maschiliste”. 

La moderna sensibilità sulla «reciprocità e complementarità» dei sessi, esaltata a più riprese soprattutto da san Giovanni Paolo II e da papa Francesco, ha stimolato questa operazione di interpretazione dei testi biblici. Naturalmente non potevano mancare le degenerazioni, specialmente nei Paesi anglosassoni, ove si è consolidato un femminismo cristiano piuttosto radicale e aggressivo. È, comunque, evidente che la rappresentazione primordiale dell’umanità nel c. 2 della Genesi esalta una parità relazionale tra uomo e donna. Non per nulla i due hanno lo stesso nome, l’uno al maschile, ’ish, l’altra al femminile, ’isshah, e l’uomo riconosce che essa «è osso delle mie ossa, carne della mia carne» (2,23). 

Certo, essendo quella biblica una religione storica incarnata in coordinate socio-culturali patriarcali e maschiliste, è facile che rifletta quell’atmosfera in molte sue pagine, che perciò devono essere sottoposte a una corretta interpretazione e non a letture letteraliste. Tuttavia non mancano figure femminili di rilievo come Sara, Debora, Rut, Anna, Giuditta, Ester, la capo-famiglia del c. 31 dei Proverbi, la straordinaria protagonista del Cantico dei cantici e, nel Nuovo Testamento, Maria, la madre di Gesù, la Maddalena, le donne prime annunciatrici della Pasqua, la Sposa simbolica dell’Apocalisse e l’asserzione di san Paolo (che pure in altri passi si dimostrava figlio del suo tempo): «Non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio o femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo» (Galati 3,28). Per ritornare alla solennità della Trinità, alla figura di Dio, suggestivo è un famoso asserto della Genesi: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (1,27). La costruzione del testo secondo le regole ebraiche identifica l’«immagine» divina che c’è in noi con l’essere «maschio e femmina», non perché Dio sia sessuato, ma per il valore simbolico della sessualità, cioè la sua capacità d’amare e di procreare (la generazione) attraverso la comunione tra uomo e donna. La «statua» vivente divina (le altre sono proibite dal Decalogo) non è il maschio, come supporrà una certa tradizione giudaica e cristiana, ma è la coppia ad essere l’immagine vera del Creatore. 

Possiamo quindi affermare la legittimità di una nuova interpretazione della Bibbia e della Tradizione, che semplifichi le incrostazioni socio-culturali, ma che conservi il valore teologico della paternità e della maternità di Dio, della maschilità e della femminilità umana e della loro unità e diversità.

 

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