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Fulvio Ferrario "Da Chiese a Ong?"

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(Rubrica “Teologia e società”
rivista Confronti, Aprile 2024)


di Fulvio FerrarioProfessore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma.

C’era una volta, in Europa, lo Stato sociale, cioè il progetto di garantire l’accesso ai servizi, e in particolare all’istruzione e alla sanità, all’intera popolazione, mediante risorse fornite da una fiscalità proporzionale e progressiva. Qualche problema doveva esserci anche allora, se, nello slang popolar-giovanile, un prodotto di qualità non proprio superlativa poteva essere detto “della mutua”, con riferimento al Servizio sanitario pubblico: l’Italia non era la Svezia. In ogni caso, lo Stato sociale tentava, con qualche successo, di incrementare la qualità della vita anche dei ceti meno abbienti, il che alla lunga permetteva, soprattutto grazie all’istruzione, una certa mobilità sociale. È stata l’epoca d’oro del “ceto medio”. 

Dal punto di vista ideale, quel progetto vedeva l’incontro tra programmi politici di ascendenza socialista, del tutto emancipati (anche quando targati, come a lungo in Italia, Partito comunista) dal modello sovietico e la tradizione del solidarismo cristiano. Le Chiese non hanno mai abbandonato l’intervento diretto nel sociale (la Caritas cattolica, la “diaconia” protestante) e, anzi, ne hanno sottolineato con ragione il carattere insostituibile. Ciò però, complessivamente, non ha impedito loro di superare l’assolutizzazione dell’assistenza, per dare forma politica alla lotta contro la povertà. Oggi sappiamo che questo progetto è stato finanziato anche attraverso modelli di sviluppo iniqui nei confronti del Sud del pianeta, nonché ecologicamente pesantissimi. Resta il fatto che generazioni intere sono cresciute e invecchiate con l’idea che la collettività avrebbe saputo incrementare l’estensione e la qualità dei servizi sociali. 

A partire dagli anni Novanta, i meccanismi di globalizzazione, politicamente interpretati e guidati nella prospettiva che abbiamo imparato a chiamare “neoliberista”, hanno iniziato a scardinare i presupposti dello Stato sociale: la riduzione della fiscalità diretta e l’abbattimento della progressività delle aliquote (del quale l’ideologia della flat tax costituisce il compimento) sono state presentate come indiscutibili esigenze della “competitività”. 

I servizi, sempre meno finanziati dall’ente pubblico, hanno subito una privatizzazione che ha determinato il passaggio del sociale dello stato al mercato, il che significa, almeno tendenzialmente, consegnare anche l’istruzione e la sanità alle logiche del profitto. 

La potenza di queste dinamiche ha potuto tranquillamente ignorare sia le proteste di quel che rimane della “Sinistra”, sia le raccomandazioni, qualche volta un po’ moralistiche («cerchiamo di non esagerare», «non pensiamo solo al profitto»), delle Chiese, nel frattempo drammaticamente indebolite in Europa. 

È accaduto però che almeno una parte delle energie morali un tempo investite nei progetti di trasformazione politica hanno trovato uno sbocco costruttivo nel volontariato, del quale il “privato sociale” è uno degli sviluppi: un processo che non ha coinvolto le sole Chiese, ma che comunque le ha viste protagoniste. Lo stesso Stato trova conveniente valorizzare questo contributo, elaborando una legislazione che dovrebbe tutelare il privato no profit, il cosiddetto Terzo settore. 

In forme tradizionali, ma anche nuovissime, le Chiese sono presenti nella società, mediante il volontariato da una parte e la solidarietà organizzata (di nuovo: Caritas – più, in Italia, ma non solo, la “multinazionale” Sant’Egidio – e diaconia evangelica). Inoltre, queste agenzie ecclesiali non mancano, all’occasione, di proporre significativi frammenti di “diaconia politica”. 

Qualcuno, nelle comunità cristiane, teme la trasformazione della Chiesa in Ong. Il rischio è effettivo, come sempre accade in una situazione inedita, ma costituisce una fatalità. L’esempio di Sant’Egidio può piacere o meno, ma è indicativo: non si può certo dire che, in quel caso, l’impegno nel sociale si traduca in un’esperienza di fede anemica. Tutta la Bibbia, del resto, attesta che il culto al Dio di Israele e di Gesù e l’impegno per costruire schegge di giustizia non sono separabili. Forse, si tratta di ripensare l’uno e l’altro, in un contesto difficile. Ma quando mai la fede cristiana ha vissuto in contesti “facili”? 


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