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Uscire dalla nevrosi ecclesiogena: raccontiamo la Chiesa com'è

Avvenire

5 febbraio 2024


Le due parole aggiunte alla nostra serie di riflessioni per “cercatori e trovatori” non sono parole, ma formule (latine): ad intra, ad extra. Niente paura, sono formule facili da decifrare: “dentro e fuori”, “all’interno e all’esterno”. Ma anche, metaforicamente: “tra noi e con gli altri”, oppure “nel pensiero e nell’azione”, o anche “nell’interiorità delle coscienze e nell’espressività dei gesti”. L’idea è quella di dare un contesto a tutto ciò che la fede cerca quando decide di ritrovare lo sguardo di Dio sull’orizzonte della vita: e non si limita a indottrinare la parola di Dio e a fissare i confini della religione. La “vita comune”, nelle nostre contrade, sa sempre più poco della strepitosa rivelazione che ci è consegnata dalla fede seminata da Gesù. E la “vita cristiana”, a sua volta, si consegna dolcemente al suo ripiegamento nella pura devozione di gesti e immagini vagamente connesse al mistero cristiano. Non infierite, però, vi prego, su questo ripiegamento. Che volete che facciano? Gli strumenti – linguistici, liturgici, pastorali, spirituali, culturali – sono quelli che erano a disposizione delle generazioni preconciliari. I preti fanno i preti, i religiosi fanno i religiosi, i fedeli fanno i fedeli. Sono più pochi? Certo. E quindi, sono in affanno a riversare tutti i tesori accumulati in questi decenni da una riflessione teologica incredibilmente più ispirata, da una spiritualità straordinariamente più vitale, da una concezione di Chiesa più comunitaria, da una impostazione della missione più testimoniale. Questa emozionante ricchezza, però, ha battuto moneta soprattutto per il mercato interno: con esigua capacità di circolazione nel mondo degli scambi con l’esterno. Dall’esterno ha importato prestiti: spesso troppo spensieratamente apprezzati come valuta pregiata, forme di riconoscimento estemporaneo a sostegno di un’economia sostanzialmente autarchica. Del tesoro della fede non c’è rendita però: e pochissimo scambio. In ogni caso la fede nel riscatto dell’anima dal nichilismo che se la divora senza troppa fatica, e nella destinazione della vita che deve risorgere da qualche parte, per sempre, rimangono in fondo alla lista. Molta morale, poca comunità, zero cultura. La novità paradossale di questi anni, a quanto è dato di osservare, sembra proprio il fatto che tutta questa ricchezza, che continua ad assorbire estenuanti energie e a generare puntigliose dialettiche all’interno del mondo ecclesiale, incomincia a diventare persino ingombrante nello spazio stesso della fede. Che ce ne facciamo di tutta la teologia, la liturgia, la spiritualità che abbiamo accumulato, se parlano soltanto a noi mentre vendiamo le chiese e razioniamo il clero? La loro esuberanza finisce per generare saturazione e rigetto. E persino demoralizzazione. Le generazioni che arrivano, in ogni caso, non ne sono neppure sfiorate. Lo slancio di una nuova visione, che si innesta nei luoghi in cui di formano i paradigmi dell’umanesimo, come dice papa Francesco, non ne trae forme né forze vitali (neppure ad intra). Il ripiegamento all’interno della comfort-zone della devozione è comprensibile: sembra l’unico modo di custodire, nel frattempo, la fede che c’è. La natura vistosamente “interna” delle dispute che attualmente impegnano – a torto o a ragione – la riflessione ecclesiastica, anche quando tratta della sua apertura verso “l’esterno”, è quasi plateale. In questo fervore ecclesiastico – e nella collaterale nevrosi ecclesiogena, diciamo così – quale “riforma” e quale “uscita” diventa immaginabile in linea con il Vangelo di Gesù? Il punto è se il nostro orizzonte è quello di chiudere la Chiesa su se stessa o aprire il regno di Dio per tutti gli altri: ossia, non solo per noi, e non solo per quelli che diventano come noi. Ebbene, il fatto è che questo punto di svolta, in realtà, è arrivato. Ed è irreversibile (Fratelli e sorelle, un ultimo sforzo: ci siamo quasi. Se usciamo rapidamente ed efficacemente dalla nevrosi ecclesiogena, si aprono praterie, come si dice). Il cristianesimo stesso ci ha messo un bel po’ per arrivarci: e ci è arrivato per gradi e passaggi, per prove ed errori. Si può capire. Una religione che apre il destino del mondo che c’è al regno di Dio che viene, senz’altro interesse che questo, è un’esperienza sconosciuta. La Chiesa stessa è un po’ sconvolta dal charisma della percezione di questa inaudita oikonomia della rivelazione, che riconcilia la vita umana e il destino di Dio. Il vangelo di Gesù apre all’intimità passionale di Dio l’intera creazione e accende la giustizia dell’umana destinazione in tutti coloro che ne desiderano il felice compimento anche per l’altro, senza eccezione di persona. La fede che Gesù cerca fra gli umani, e alla quale espone il destino di Dio, non è riservata ai preti e ai profeti, ai battezzati e ai salvati. La Chiesa è ancora balbettante su questo, e fatica a trovare le parole per dirlo. Non sa ancora bene come “dirlo”, ma nel profondo della sua coscienza sa di “saperlo”. Quando troverà piena scioltezza di parola e normale coerenza di pratiche per la cultura di questa rivelazione, non avrà più bisogno di parlare e di affannarsi così tanto per sé stessa. Una fede che si consegna totalmente a creature imperfette, per rendersi credibile alle creature imperfette, senza pretendere di diventare la misura della perfezione, è un miracolo. Siamo abbastanza commossi per questa scoperta? Siamo abbastanza fieri del fatto che è toccato a noi il lieto compito di consegnare alla storia la compiuta bellezza di questo svelamento? Gesù annuncia e fa irrompere il Regno di Dio e lo consegna ai suoi come passione dominante. Non ha un progetto di riforma del tempio per i religiosi, ha un’urgenza di conciliazione con Dio per le case degli umani. Qui c’è il nostro tesoro, qui deve battere il nostro cuore. Gesù è l’unico salvatore: e non siamo noi. Se riusciamo a restituire incanto ad entrambi i fuochi di questo annunncio, siamo pronti per l‘umanesimo nuovo che ne deve scaturire. Nelle “seconde file” del cristianesimo che abita il mondo, sono già moltissimi i nostri fratelli e sorelle che vivono con passione – e patiscono con dignità – la persuasione di un Vangelo che ha definitivamente abbattuto per sempre il “muro di divisione”, che separa i destini dell’umano: armando i confini della religione e dell’anti-religione. Nelle “prime file” non ci arrivano ancora: a rendere evidente per tutti che questo, e non altro, è il cristianesimo. Quando succederà cambierà il linguaggio, cambierà la forma, campieranno le pratiche: vedrete. Forse la “sinodalità” arriverà a produrre questo allegro ribaltamento? Vedremo. (Dipende anche da noi). Nel frattempo prenderei in considerazione due mosse di appoggio. La prima è questa. Come mai la pratica catechistica, liturgica, testimoniale è così povera di narrazione della comunità? I ragazzi imparano – felicemente – la storia di Gesù nella loro iniziazione cristiana. La storia della Chiesa la imparano al liceo, scoprendola come storia delle streghe, delle crociate, e dell’inquisizione. L’iniziazione alla fede non deve includere la memoria – leale e affettuosa – delle passioni della storia della fede che ci è consegnata? Non è questione di apologetica o agiografia. La domanda è: come ha abitato la comunità umana, dandole forza e speranza, la fede cristiana? La seconda mossa è quella che cerca di formare “corpi intermedi” fra religione e cultura, creando reti di prossimità – piene di contemplazione e solidarietà, musica e poesia – fra piccole comunità molto lontane, diverse, abbandonate. Il villaggio della prossimità alla conquista della burocrazia della città. Non siamo le filiali di una multinazionale che leggono circolari ed eseguono disposizioni. L’amore che si consuma all’interno della nostra devota comfort-zone va perduto, anche per noi. Se trova la strada per uscire, ritroverà le sue emozioni anche all’interno. Di questo ad extra dovremo dire, appunto.


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