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Rosanna Virgili "Le donne protagoniste nella vita della Chiesa"

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24 Gennaio 2024


Il 10 gennaio del 2021 col Motu proprio Spiritus Domini Papa Francesco modificava il canone 230 §1 del Codice di diritto canonico circa l’accesso delle persone di sesso femminile al ministero istituito del lettorato e dell’accolitato. Lo faceva «seguendo una venerabile tradizione, la ricezione dei ministeri laicali che san Paolo VI regolamentò nel Motu Proprio Ministeria Quedam (17agosto 1972)» e che, però, allora, venivano conferiti solo a fedeli idonei di sesso maschile.

Così il Papa illustra e spiega la decisione: «Accogliendo tali raccomandazioni, si è giunti in questi ultimi anni ad uno sviluppo dottrinale che ha messo in luce come determinati ministeri istituiti dalla Chiesa hanno per fondamento la comune condizione di battezzato e il sacerdozio regale ricevuto nel sacramento del Battesimo; essi sono essenzialmente distinti dal ministero ordinato che si riceve con il sacramento dell’Ordine. Anche una consolidata prassi nella Chiesa latina ha confermato, infatti, come tali ministeri laicali, essendo basati sul sacramento del Battesimo, possono essere affidati a tutti i fedeli, che risultino idonei, di sesso maschile o femminile, secondo quanto già implicitamente previsto dal can. 230 § 2».

Ed ecco, dunque, che ora ogni anno, in occasione della Domenica dedicata alla Parola, anche in San Pietro vengono conferiti dal Papa questi ministeri a lettrici e lettori, accolite e accoliti, oltre che alle catechiste e ai catechisti anch’essi istituiti in un ministero laicale non ordinato. La Chiesa torna così a una tradizione davvero antichissima che esisteva certamente ai tempi di Paolo e delle prime comunità cristiane, la cui prassi è attestata negli scritti del Nuovo Testamento.

A dispetto di quanto si è detto nei secoli passati – che l’apostolo Paolo fosse un misogino e avesse in disprezzo le donne -, rispetto alla condizione assunta da tutti i battezzati, uomini e donne, egli dice: «Rivestiti di Cristo non c’è più giudeo né greco, schiavo né libero, maschio né femmina» (Galati 3,28). Molti additano il famoso passo dove Paolo dice: «Come in tutte le comunità dei santi, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare» (1Corinti 14,33-34). Ora è possibile che questo silenzio sia rispetto alla glossolalia (= parlare in lingue sconosciute) di cui Paolo ha già detto: se non c’è chi la interpreti, si taccia (cf v. 28). Sembra invece scontato che a tutti, quindi anche alle donne, sia richiesta – e non solo permessa – la parola profetica, come Paolo afferma esplicitamente nel capitolo undicesimo – sempre della Prima Corinti – a proposito del velo che dovrebbe tenere «ogni donna che prega o profetizza» (v. 5).

Nell’ultimo capitolo della Lettera ai Romani, nei saluti ai “santi” di Roma, Paolo elenca diciassette uomini e nove donne chiamati per nome e se le donne sono meno rispetto agli uomini, esse sono, però, le più ammirate dal mittente e quelle che si vedono recapitati i più squisiti complimenti per il loro impegno evangelico. Prisca, insieme a suo marito Aquila, era stata a Corinto con Paolo, per fondare con lui quella Chiesa. Maria è ricordata da Paolo per il suo grande impegno. Per esprimerlo Paolo usa un verbo adibito non tanto a indicare il lavoro manuale, quanto la fatica della missione e della predicazione del vangelo fatta senza risparmiarsi e anche nel ruolo di capi.

Ella è, infatti, soggetto del verbo kopíao in cui si esprime un lavoro duro che porta sino alla spossatezza. Curioso è vedere che questo verbo venga usato per descrivere l’opera di altre tre persone – nella lista dei saluti – e tutte e tre sono donne: Trifena, Trifosa e Perside, come attesta la prima lettera ai Tessalonicesi (cf. 5,12). Maria era, dunque, una donna impegnata radicalmente nella comunità per l’annuncio del Vangelo, forsanche come guida della stessa, così come dovevano esserlo Trifena, Trifosa e Perside, che Paolo chiama, addirittura, l’«amata», un’espressione che fa pensare al rapporto di intima comunione che c’era tra Gesù e il suo discepolo amato, nel vangelo di Giovanni. Si tratta di quell’amore profondo che va oltre le barriere del genere, dell’etnia, della condizione sociale e abbatte ogni muro di discriminazione.


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