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Luca Mazzinghi "Che cosa ho fatto per meritare questo? Il libro di Giobbe"

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Gennaio - Febbraio 2024 
(6 gennaio - 11 febbraio) 
Anno B

Il dramma del dolore e della sofferenza sono da sempre una prova, uno scandalo, letteralmente una “pietra d’inciampo” per la vita di fede dei credenti. Il confronto con le diverse situazioni di difficoltà, in particolare dovute alla malattia o a una tragedia, suscitano nel singolo individuo una domanda radicale, che lo pone di fronte al senso della propria esistenza e alla possibilità (o meno) di saper superare il momento di dolore. 

È in questo contesto che si pone la domanda che risuona nel presente dossier, quella domanda che si trova al cuore dell’esistenza umana e dell’esperienza di fede di ogni tempo. 

Artisti, letterati, poeti, filosofi e teologi si sono confrontati con la domanda del dolore, del male e del loro significato per la nostra vita. È possibile parlare del male come di una punizione divina? Quale immagine di Dio ci può aiutare a superare l’ostacolo della sofferenza? Dov’è Dio nei momenti di dolore? 

Le pagine bibliche sono costellate da queste domande, così come le grandi pagine della letteratura e della filosofia mondiale. Ecco, allora, come una seria riflessione sul senso del dolore, e in particolare del mio dolore, è quantomai decisiva, soprattutto nel nostro contesto attuale, ancora segnato dal dramma e dalla paura della pandemia.

Gli autori che abbiamo interpellato vogliono dunque affrontare apertamente la domanda che abita il cuore del credente di fronte al dolore e aiutarci a illuminarne il mistero, alla luce dell’evento della Pasqua di Gesù, in ascolto dei testi biblici e soprattutto dell’esperienza quotidiana di chi deve affrontare questo dolore e trovare le parole per condividerlo e, insieme, provare a “curarlo”


2. Che cosa ho fatto per meritarmi questo? Il libro di Giobbe, di Luca Mazzinghi

Nel tentativo di offrire una serie riflessione attorno al male da un punto di vista cristiano, non può mancare il confronto e il conforto della Scrittura, rileggendo in particolare il libro di Giobbe, enigmatico e insieme illuminante nell’offrire una sempre autentica immagine di Dio così come la creazione stessa ce la rivela.


1. Giobbe contro Dio: perché mi fai soffrire? 

Che cosa ho fatto per meritarmi questo? Nel libro di Giobbe il protagonista non pronuncia mai come tale questa frase, ma buona parte della sua polemica contro Dio e contro i tre amici venuti a consolarlo ne riflette il senso. La storia, nel suo complesso, è ben nota: Giobbe è attaccato dai tre amici che sostengono come la sua sofferenza sia da imputarsi al suo peccato. Se Giobbe soffre è perché Dio lo punisce per i suoi peccati; così ad esempio afferma il primo amico, Elifaz, nel suo primo discorso (Gb 4–5). 

Giobbe rifiuta questa idea, sia perché egli si ritiene innocente, sia perché, se anche davvero avesse peccato, come mai allora Dio non lo perdona, invece di punirlo? «Se ho peccato, che cosa ho fatto a te, o custode dell’uomo?», grida Giobbe verso Dio (7,20-21). E continua con forza: «Perché mi hai preso a bersaglio e sono diventato un peso per me? Perché non cancelli il mio peccato e non dimentichi la mia colpa? Ben presto giacerò nella polvere e, se mi cercherai, io non ci sarò!». In altre parole, appunto: che cosa ho fatto per meritarmi tutto questo? 

Giobbe ha visto andare in rovina i suoi beni, morire i suoi figli, si è ammalato gravemente (cf. Gb 1–2) e si chiede: perché Dio si comporta così con me? È ovvio che Giobbe vive all’interno di una visione e di un’epoca nella quale non solo Dio è considerato presente, ma anche l’autore di ogni cosa che avviene nel mondo. Il problema, però, è ancora attuale. 

L’intero capitolo 10 costituisce una veemente requisitoria di Giobbe diretta contro un Dio che almeno in apparenza è la causa diretta del suo dolore: 


Sono forse i tuoi giorni come quelli di un uomo, i tuoi anni come quelli di un mortale, perché tu debba scrutare la mia colpa ed esaminare il mio peccato, pur sapendo che io non sono colpevole e che nessuno mi può liberare dalla tua mano? Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto integro in ogni parte: e ora vorresti distruggermi? (10,5-8). 


Un dolore incomprensibile provoca in Giobbe una domanda urgente sulla bontà stessa di Dio – e in qualche modo sulla sua esistenza.

2. La dottrina degli amici: Giobbe è colpevole! 

Dietro alle parole di Giobbe c’è senz’altro la critica che l’autore del libro fa nei confronti dell’idea della retribuzione: che Dio cioè punisca il malvagio e premi il giusto, in questa vita, come sostengono più volte i tre amici in Gb 4–27. L’intero capitolo 21, in particolare, è dedicato a uno smontaggio sistematico di questa idea: secondo Giobbe l’esperienza concreta della vita dimostra che i malvagi, in realtà, stanno proprio bene e non sembra affatto che Dio li punisca. Mentre i poveri e i deboli soffrono, come accade appunto a Giobbe, senza sapere il perché e senza una apparente ragione. Più avanti, al capitolo 31, confessandosi pubblicamente, Giobbe elenca i peccati che di certo egli non ha commesso, cosa che rende la sua sofferenza ancora più difficile da accettare. Perché Dio mi tratta così, se in me non c’è peccato? 

Nel libro di Giobbe interviene poi un quarto amico, di nome Elihu, che tenta di introdurre una variante all’idea della retribuzione sostenuta dai tre amici precedenti: se anche Giobbe fosse davvero innocente, bene, Dio lo fa soffrire per renderlo migliore (cf. ad esempio 36,10-15). In ogni caso, non si esce neppure qui dall’idea che dietro la sofferenza e il dolore ci dev’essere comunque una colpa (cf. Gv 9,1-2: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli sia nato cieco?»). 

Per questa ragione, Giobbe attacca Dio con forza: «Io dico: è la stessa cosa, Dio fa morire l’innocente come il colpevole» (Gb 9,22). Rasentando la bestemmia, Giobbe aggiunge ancora: «Se una sciagura uccide all’improvviso, del dolore degli innocenti egli (Dio) si mette a ridere» (9,23). Giobbe non riesce ad accettare il Dio descritto dai suoi amici, un Dio per il quale l’unica vera causa della sofferenza è la colpa umana: «non esce certo dal suolo la sventura – dice Elifaz – né germoglia dal suolo il dolore, ma è l’uomo che genera pene, come le scintille volano in alto» (5,6-7). Per gli amici di Giobbe si tratta di una dottrina non soggetta a discussione.

3. La risposta sorprendente di Dio (Gb 38–41) 

Ciò che colpisce, nel libro di Giobbe, è il fatto che l’autore non ci offra una riflessione teorica sul problema del male né una soluzione semplice alla domanda implicita nella polemica di Giobbe: che cosa ho fatto per meritarmi questo? Chi legge il libro si trova per molti capitoli avviluppato in una drammatica discussione tra le accuse degli amici, che razionalizzano la sofferenza attribuendola al peccato degli esseri umani, e le contro-accuse di Giobbe, che si rivolge poi a Dio stesso, considerandolo diretto responsabile di una sofferenza incomprensibile. 

Giunto però alla fine del libro, il lettore si trova di fronte a una sorpresa: nei capitoli 38–41 il poeta fa scendere in campo Dio stesso, che risponde a Giobbe (ma non ai suoi amici). La risposta di Dio è tuttavia sorprendente, perché in realtà Dio non affronta il problema che sembrava insormontabile: che cosa ho fatto per meritarmi questo? 

Dio risponde a Giobbe in un modo inatteso, facendo passare di fronte ai suoi occhi l’intera creazione, nei suoi aspetti più misteriosi e meravigliosi. Una creazione dove c’è posto anche per mostri mitici come Behemot e Leviatan, una creazione della quale Giobbe capisce di non essere il centro. E comprende anche che mentre noi esseri umani ragioniamo con la logica del bene e del male, dell’utile e dell’inutile, della vita e della morte, Dio utilizza piuttosto la logica dell’essere, del crescere e del divenire. 

Con molta ironia Dio svela a Giobbe un creato nel quale domina il mistero, una realtà della quale l’essere umano non può trovare una piena comprensione, benché lo vorrebbe. Incontrandosi con Dio, Giobbe ha così compreso i suoi limiti, sia nel tempo (cf. Gb 38,4) che nella conoscenza (cf. Gb 38,5; 39,26); limiti inoltre nel potere che Giobbe non ha sulla creazione. Tuttavia, la serie di domande e di imperativi con i quali Dio ha incalzato Giobbe in questi capitoli non è stata inutile né per Giobbe né per noi lettori del libro: scoprendo il volto di Dio attraverso il creato, l’essere umano scopre in realtà se stesso. 

4. Ti conoscevo solo per sentito dire 

Nella sua ultima risposta a Dio (42,1-6) Giobbe ci sorprende ancora. Dio non sembra aver risposto ai problemi che Giobbe gli aveva posto, eppure Giobbe può affermare: «Ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono». Gli amici di Giobbe, e Giobbe stesso per molti aspetti, erano prigionieri di una visione limitata di Dio, considerato come quel grande giudice celeste che dispensa premi e castighi. Per questo motivo, la discussione tra Giobbe e gli amici non permetteva via d’uscita. O hanno ragione gli amici, dunque Giobbe soffre perché colpevole, o ha ragione Giobbe, dunque un tale Dio non può realmente esistere. 

Giobbe ha adesso compreso che il Dio che gli si è rivelato attraverso la creazione è in realtà un Dio presente e provvidente. Non è un despota capriccioso e arbitrario che tratta l’essere umano come fosse uno schiavo o peggio come un giocattolo. Giobbe non ha compreso in realtà il perché della sua sofferenza, ma ha capito che nonostante la sofferenza e il dolore presenti nella vita umana, in Dio è possibile credere. Si rivelano così false le parole del «satana» udite all’inizio del libro. Questo strano personaggio celeste (che non è il diavolo che noi abbiamo in mente) pone di fronte a Dio il sospetto che Giobbe «tema Dio per nulla» (1,9), ovvero che la fede di Giobbe sia una fede interessata, per il fatto che a Giobbe va tutto bene. La sofferenza e il dolore divengono il grande banco di prova della fede: è possibile continuare a credere in Dio di fronte all’incomprensibilità del dolore? Giobbe, attraverso il coraggio della sua protesta, ha scoperto che è possibile farlo.

Chi ha il coraggio di avanzare le domande scandalose e persino blasfeme di Giobbe e riesce ad aprire con meraviglia i suoi occhi sul creato, pur mantenendo una piena coscienza dei propri limiti umani, non troverà risposte logiche alle sue domande sul male, ma incontrerà Dio stesso, nelle sue opere e nella sua libertà creatrice. Giobbe è così un libro di sorprendente attualità. 

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