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Solo il rispetto delle differenze disinnesca la violenza di genere


Ho passato le ultime due settimane a discutere di violenza di genere a scuola. Ho deciso di far saltare così un complesso sistema organizzativo di programmazioni, perché il messaggio che volevo dare è che in questo mondo affannato a rincorrere la performance, non ci diamo più il tempo per prenderci una pausa e riflettere per capire dove stiamo andando.
Ho chiesto ai ragazzi quale fosse secondo loro il motivo del fenomeno per cui in Italia ogni tre giorni viene uccisa una donna.
In molte classi è sceso il silenzio; ho scoperto poi che sono quelle in cui si sono vissuto esperienze di violenza in prima persona. In altre si è acceso un forte dibattito: spesso in classi dove maschi si sono sentiti messi in discussione.
LA FUGA DEI QUARANTENNI
Quello che ho notato è che più sono grandi, più i maschi di fronte a questo argomento sentono un invincibile bisogno di schermarsi, difendersi, tirarsi fuori come fosse un qualcosa che non li riguarda. Un collega mi confessa di essere preoccupato che i maschi vengano troppo colpevolizzati.
I più giovani hanno una modalità di fuga dal discorso di vario tipo. I più si rifiutano di riconoscere che la violenza inizia da forme invisibili e nascoste, come il linguaggio e le battute sessiste.
Altri si proteggono dietro l’ironia, la battuta come meccanismo per superare il disagio o per sminuire il valore del discorso.
Un ragazzo mi ha detto: non abbiamo modelli. E mi ha fatto pensare: in effetti che modelli offriamo come società?
I MODELLI CHE OFFRIAMO
L’Italia è stata teatrino negli ultimi trent’anni di modelli di genere politici e sociali che hanno usato le donne, sfruttandone l’emancipazione sessuale, in modo subordinato e funzionale ricacciandole nel ruolo strumentale di soddisfazione di bisogni sessuali del maschio. Abbiamo una premier che ci tiene a farsi chiamare al maschile nelle sue funzioni di governo.
A livello internazionale lo scenario che offriamo in quanto adulti è quello di un sostegno alla cultura della guerra: massacri da parte di nazioni che si dicono democratiche vengono perpetrati ogni giorno sotto gli occhi dei nostri ragazzi senza che il diritto internazionale riesca a fermare carneficine che gridano vendetta al cospetto di Dio.
La chiesa da parte sua è l’ultima cittadella fortificata in cui ancora non si riesce a mettere in discussione il nodo potere-maschilità, con rigurgiti recenti nel tentare di mantenere e giustificare “teologicamente” privilegi maschili ed esclusioni femminili [che oramai appaiono intollerabili].
Le famiglie con i loro carichi di complessità di tempi, ritmi, relazioni, non sono più luoghi di dialogo tra generazioni; le famiglie sono per lo più tenute insieme dai salti mortali di donne sovraccariche del lavoro domestico, di cura e professionale.
Una società consumistica dopo averci tolto ideali e valori, si è scordata di dare un senso alle nostre vite. Ci comprime in strutture efficientistiche dove siamo costretti a produrre “valore” nel senso prettamente economico, dove siamo valutati per successo, performance, organizzazione, programmazione e soprattutto per la nostra RAL (Retribuzione annua lorda), che per le donne è sempre minore.
GLI ESITI
I ragazzi crescono con l’angoscia che se non vai al passo sei perduto e potresti andare a finire negli scarti relazionali, ciò che non a caso che in grande quantità la nostra epoca produce. Gli uomini maschi che il patriarcato vorrebbe “per natura” aggressivi, determinati, forti e il consumismo di successo, ricchi, affermati, rischiano di diventare cinici rispetto alla loro carriera e alle loro relazioni.
In realtà questi uomini sanno di camminare sul crinale di un abisso che potrebbe farli precipitare nella follia, nei disturbi mentali, in preda ad un mondo che li costringe in un ruolo di genere dal carico impossibile da sopportare, ma di fronte al quale non imparato le parole per chiedere aiuto.
A volte penso che pur di non sopportare un sovraccarico di genere di questo tipo, in quel precipizio alcuni preferirebbero gettarvisi.
Si producono allora sì anche malattie psichiche che però sono una pandemia, perché prodotto della malattia della società stessa: personalità narcisistiche, relazioni ossessive, amore che diventa tossico perché la struttura del consumismo ha trasformato l’amato in oggetto di possesso e l’amore in incasso. Quando la relazione d’amore diventa (e lo diventa prima o dopo) perdita, vulnerabilità e sofferenza, il maschio reagisce con l’unico codice emotivo che il patriarcato gli ha insegnato e concesso: la violenza.
COME L’ACQUA PER I PESCI
Quello che mi colpisce delle storie di violenza è l’incapacità di vedere i segnali o il sottovalutarli. È questa la patologia sociale. Non li si vede dall’esterno, non li si vede quando li si subisce e nemmeno quando li si agisce.
Il patriarcato agisce come l’acqua per i pesci. Per i maschi è ancora più difficile perché quel mondo è costruito semplicemente attorno a loro. Fanno più fatica a vederlo, perché vederlo significherebbe scorgerne le tossicità e accettare di cambiare comportamenti per poterlo scardinare. Ma come chi non è mai uscito dalla propria casa la considera “normale”, così molti uomini considerano la propria struttura mentale anche giusta, semplicemente perché è quella che ha una lunga storia culturale. Si veda il successo di Vannacci.
Ho ascoltato tanti interventi in queste settimane, di opinionisti, politici e personaggi pubblici.
Sono davvero pochissimi i maschi il cui linguaggio e le cui argomentazioni non facciano la spia di una struttura patriarcale di cui sono preda e che perpetrano anche quando vogliono dire di essere contro la violenza sulle donne. Ha dell’imbarazzante. Fa un po’ effetto terrapiattisti.
Non riuscendo a vedere, si sentono colpevolizzati inutilmente.
Ma c’è un grande abisso culturale, di percezione, di mentalità tra i maschi e le donne che abitano da sempre un mondo che invece hanno dovuto imparare a tradurre, adattare, modificare e/o tenere a bada.
COME USCIRNE
I più giovani sono più sensibili a certe riflessioni, forse perché gli stereotipi hanno ancora strutturato in mondo poco rigido il loro cervello più plastico o forse perché sono semplicemente stati educati alla parità di genere.
Un alunno di terza Liceo ha detto: “Le donne sanno cosa vogliono perché vengono da un lento cammino di riflessione su sé stesse. Forse adesso tocca a noi uomini fare il nostro pezzo di cammino.” Un altro ha detto: “Prof, noi come singoli lo sappiamo che quello che ci dice è giusto. Solo che come gruppo poi non riusciamo. È importante che lei dica queste cose a tutta la classe così possiamo iniziare ad agire assieme”.
Un altro ha riconosciuto nelle stesse parole di genitori che “cercano di dare tutto ai figli”, un errore di educazione. “Dovrebbero metterci di fronte a più no. I no ci aiutano a crescere”.
Questi cuccioli di ragazzi hanno capito una cosa fondamentale: vogliono essere educati al desiderio, alla consapevolezza della “struttura di peccato” che in quanto maschi si portano addosso, e soprattutto hanno capito che ci vuole una presa di responsabilità collettiva in quanto maschi nel riconoscimento e nello scardinamento della violenza.
E le ragazze? Non c’è ragazza a scuola che non abbia subito violenze, molestie o aggressioni. A volte ne parlano, altre no. Non sanno cosa fare, come reagire, a chi rivolgersi, come evitare.
Ma evidentemente ci va bene così se, negli ultimi 20 anni abbiamo assistito nelle parrocchie, nella scuola e in Parlamento ad una sistematica colpevolizzazione, caricaturizzazione e contrasto alla diffusione degli studi di genere, che invece insegnano il rispetto delle differenze e aiutano a riconoscere e disinnescare i dispositivi di violenza che attuati dagli stereotipi di genere.
Quante donne devono ancora morire per convincerci che tossica è l’ideologia dei generi che identifica per “natura” le donne in posizioni e caratteristiche psicologiche di cura, maternità, dolcezza, accoglienza, funzionalità e gli uomini in posizione e caratteristiche di dominio, violenza e potere? Si chiama “patriarcato”.




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