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La violenza di genere, tra legami fragili e senso di vulnerabilità. L’esigenza di alzare lo sguardo

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Femminicidi, maltrattamenti, violenze. I dati rimbalzano attraverso i fatti di cronaca, fino all’ultimo, devastante episodio che ha visto la giovane laureanda Giulia Cecchettin uccisa dall’ex fidanzato: dall’inizio dell’anno sono 105, in Italia, le donne uccise da un partner o ex partner, da un altro parente o comunque da conoscenti in ambito affettivo o relazionale. Femminicidi, appunto, ma anche, e in numero crescente, tante forme di violenza, maltrattamenti e atti persecutori contro le donne. Compresi i matrimoni combinati. Reati “spia” della violenza di genere. Lo dimostrano i dati del Viminale: è donna oltre il 35% delle vittime di omicidio registrate nel 2023. Circa 1 su 3. Percentuale che sale a più del 65% se si guarda agli omicidi maturati in contesto familiare o affettivo: 2 su 3. Sfonda il tetto del 91% infine la percentuale di donne morte per mano di partner o ex partner.

In una «percezione di insicurezza generalizzata», sono segnali di «una vulnerabilità specifica proprio dove ci si aspetterebbe tutt’altro: nel cuore delle relazioni sentimentali, affettive, amorose», commenta Chiara Giaccardi, docente ordinaria Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Sociologia e Antropologia dei media e dirige la rivista Comunicazioni Sociali. Esperta di trasformazioni culturali legate ai processi di globalizzazione e alla rete, Giaccardi è “esperta” anche di vita familiare: con il marito Mauro Magatti – anche lui sociologo, anche lui docente alla Cattolica – ha scelto la strada di una famiglia aperta all’affido, all’accoglienza. Alla generatività. E alla domanda se esiste una violenza di genere, risponde: «La risposta non può essere che sì. Femminicidio – spiega – non è un neologismo a effetto, ma una specifica forma di violenza, consumata dentro un legame di fiducia, dove la donna è vittima. Quante volte si è sentito invece di una donna che ammazza il partner perché vuole lasciarla? Questo tipo violenza non è certo nuova, è sempre esistita, solo che ora viene denunciata, ed è l’unica buona notizia. Ma oggi è tanto più assurda, quanto più sono cambiate le condizioni di contesto: apparente libertà e autodeterminazione per tutti».

Guardando alle cronache che la raccontano, Giaccardi evidenzia «almeno due gravi lacune» nell’analisi del fenomeno: «La prima, generalizzata, la definirei “miopia interpretativa”; la seconda è una vera e propria forma di “imbarazzo ermeneutico” derivante dalla contrapposizione ideologica in cui è bloccato il dibattito contemporaneo sul concetto di genere, e nella quale anche una buona parte del mondo cattolico rimane ahimè intrappolato». Alla prima, la miopia, lega l’incapacità di alzare lo sguardo dalla superficie più immediata per vedere un po’ più lontano. «Ogni volta – riflette – ci si stupisce che persone che parevano normali si trasformino in spietati assassini. Al di là delle circostanze contingenti, dei pretesti che scatenano l’efferatezza – prosegue -, c’è una questione ben più complessa: una cultura iperindividualista dove è buono e vero solo ciò che mi fa stare bene, dove libertà è uguale a scelta, e dunque vale solo ciò che si sceglie; dove l’altro non è davvero altro, ma una mia estensione, un mio possesso». E ancora, «dove l’autoreferenzialità è così alta che abbiamo dimenticato che il movimento dell’amore è un movimento fuori da sé e paradossale: volendo il bene dell’altro alla fine facciamo anche il nostro, mentre ossessionati dal nostro bene distruggiamo noi e chi ci sta vicino. È una cultura dove i legami si sono così infragiliti e annacquati che nessuno intorno è in grado di cogliere segnali preoccupanti e tantomeno di intervenire, perché farsi gli affari propri è imperativo».

Nell’analisi della sociologa, insomma, «il dovere di non interferenza fa sì che tragedie evitabili si consumino indisturbate. Ci sono, insomma, responsabilità culturali e sociali che non vengono mai adeguatamente riconosciute, perché ci riguardano tutti. E, forse, non abbiamo molta voglia di metterci in discussione». In più – riguardo all’«imbarazzo ermeneutico» – anche «quello che come cattolici potremmo portare in termini di comprensione e di lotta al fenomeno resta per lo più inespresso, in nome di una incapacità perfino di pronunciare la parola “genere”». In concreto, «mentre si sta ancora a confondere il “distinguere” e il “separare” le dimensioni biologiche e sociali dell’identità, come se i due atteggiamenti fossero l’uno la conseguenza necessaria dell’altro, per paura di cedere a una cultura che non riconosce limiti a nulla si rinuncia a portare il proprio contributo. Eppure le tre persone della trinità non sono forse distinte ma non separate? Riconoscere la distinzione è forse il primo passo verso il politeismo?», domanda.

Cambiare quello che non va non è facile, ma forse, è la tesi di Giaccardi, «possiamo portare con più audacia la ricchezza che conosciamo a un mondo che ne avrebbe bisogno, senza lasciarci paralizzare da paure che rendono complici, alla fine, delle cose come stanno». Il ruolo sociale delle donne «è cambiato nel tempo, e forse non si è ancora abbastanza disposti a riconoscerlo. E oggi è evidente, nella concretezza della vita vissuta e non nei modelli astratti e ideologici, che le donne possono essere mogli, madri e lavoratrici, soprattutto se c’è una divisione un po’ più equa dei carichi familiari – rileva -. È evidente che la femminilità ha tante sfumature, come testimonia la varietà di figure femminili nel Vangelo. È evidente che le donne possono e devono prendere iniziative, il che significa uscire da casa e andare nel mondo». E come modello, cita Maria: «Incinta, per di più, non se ne va forse da sola, per strade tutt’altro che sicure, ad annunciare la buona notizia alla cugina Elisabetta? Certo, le fosse successo qualcosa, ci sarebbe stato qualcuno pronto a dire che se l’era cercata…». E ancora, «Giuseppe, nella delicatezza con la quale gestisce l’imbarazzante annuncio, nel suo non rimanere intrappolato nella reazione emotiva e nelle convenzioni sociali è un esempio di virilità da cui molti uomini avrebbero da imparare. Accettare con un libero sì quello che non si è scelto non è un fallimento che grida vendetta, la fine di tutto – conclude -, bensì potenzialmente un inizio nuovo, una sfida da accogliere con coraggio».

Fonte: RomaSette



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