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Laudate Deum, quella nota eco-femminista

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Lucia Vantini 

Il Regno delle donne 

9 ottobre 2023


Con l’esortazione apostolica Laudate Deum papa Francesco torna a rivolgersi a tutte le persone di buona volontà, perché non si distraggano dal dolore della terra e da tutte le ingiustizie collegate che ricadono sulle vite più vulnerabili.

L’invito del papa è ancora lo stesso di otto anni fa: non sprechiamo questa crisi globale, facciamone occasione per una conversione profonda del nostro stile di vita, del nostro modo di pensare, di parlare, di sentire, di scegliere e anche di credere. Smettiamola di fare come quel passeggero che in treno, con in mano un biglietto scaduto, ostentava sicurezza davanti al controllore sperando che quello si limitasse a uno sguardo distratto e proseguisse verso l’altro vagone (Christiane Singer, Del buon uso delle crisi).

Informati, ma inerti

La biodiversità si sta riducendo a ritmi gravemente accelerati, il suolo è sempre più arido e sterile, le acque e le terre sono inquinate da azoto e fosfati, l’aria è appesantita dai gas di scarico, scompaiono le foreste, tutto il pianeta si va surriscaldando a causa dei combustibili fossili, il clima sembra impazzito e gli animali si trovano asserviti al nostro desiderio più arrogante: sintomi decisamente gravi che indicano una malattia sistemica e autoimmune dell’umanità, estesa all’ordine del mondo. Nessuna retorica della sostenibilità può silenziarli senza innescare nuovi processi catastrofici.

Tutto vero. Allora da dove viene la nostra inerzia? Perché l’informazione non diventa ispirazione, il motivo non diventa motivazione, il lavoro continua a comprare e a vendere le vite più vulnerabili? Perché l’irrazionalità violenta di coloro che minimizzano o negano questi squilibri – e che addirittura gettano la colpa sulle popolazioni più povere – non si scioglie come neve al sole? Perché rimuoviamo l’ingiustizia prodotta nel nome del “progresso”? Perché, pur «sensibili al problema», non troviamo «il coraggio di effettuare cambiamenti sostanziali» (LD 56) e nemmeno la fede sembra sensibile alla cura del creato e della sua giustizia? Perché alla crisi finanziaria del 2007/2008 e alla crisi della pandemia di Covid-19 abbiamo risposto con le stesse strategie riparative di sempre, rendendole forse ancora più individualiste, competitive, indifferenti e ingiuste di prima? Che cosa ci serve per uscire dalla logica del rattoppo e del rammendo?  

Haraway e le altre: un nuovo immaginario

Ecco perché diventa importante la nota in cui, nell’ultima parte del documento, compare il nome di Donna Haraway. È un rimando imprevisto, perché Donna Haraway è un’autrice molto frequentata dall’ecofemminismo (anche teologico) ed è fin troppo facile che questa sia considerata una scomoda ipoteca sul piano dell’argomentazione. Invece in Laudate Deum la rimozione non scatta e si cita il testo When species meet, in cui Haraway esplora abilmente gli aspetti filosofici, culturali e biologici degli incontri tra animali ed esseri umani. 

Viene allora in mente il ragno che ispira il titolo dell’ultimo libro di Haraway, dedicato proprio a una nuova era: Chthulucene. Il titolo viene da Pimoa cthulhu, un ragno con otto zampe che vive sotto i tronconi delle sequoie della California. Nel testo, questo piccolo animale diventa emblema di un pensiero che tiene finalmente conto delle connessioni e dei fili dell’universo – anche di quelli invisibili – e che procede in modo “tentacolare”, cioè per piccoli passi in direzioni molteplici. 

Haraway tenta così di avviare o risvegliare un immaginario differente che la porta a raccontare la storia di cinque bambine, e dunque di cinque generazioni, incrociate con le farfalle monarca, specie in via di estinzione. Come papa Francesco, ma secondo una genealogia femminile, anche Haraway invita a scommettere su una cultura, una formazione, una spiritualità, una politica, un’etica del “con”, portando la nostra attenzione sugli esseri – di qualunque specie – che su questa terra non hanno rifugio. 

Quello di Haraway è genere utopico o distopico, come si direbbe oggi, apparentemente irrilevante sul piano delle argomentazioni e delle pratiche. Eppure, forse ora è proprio di questo che abbiamo bisogno per ritrovare e rendere fertile il nostro humus creaturale, per generare legami vecchi e nuovi in un con-divenire che si lega alla viriditas di Ildegarda di Bingen, alla Quintessenza di Mary Daly, al gelsomino rovinato dalla pioggia e dal fango che continua a fiorire nell’interiorità di Etty Hillesum, alla figura di Gaia nelle sue tante e diverse versioni. Rispetto a quest’ultima, non è certo un caso che per il suo Gaia e Dio la teologa Rosemary Radford Ruether abbia scelto questa dedica apparentemente poco ecologica: «Ad Adiba Khader e alle sue quattro figlie, Ghada (ventun’anni), Abir (diciassette anni), Ghalda (quattordici anni) e Ghana (dodici anni) e a tutte le altre madri e ai loro figli che morirono all’alba del 13 febbraio 1991, in un rifugio di Baghdad distrutto da due bombe intelligenti americane». 

Da teologhe, con speranza

All’interno di questa trama così fitta e annodata nelle differenze, il CTI tenta di assumere il dramma di questo particolare incrocio tra violenza sulla terra e violenza sulle vite, cercando di abitare la crisi con speranza. Nel cristianesimo, infatti, il mondo nasce come un giardino destinato a fiorire nelle sue differenze, Dio si è incarnato perché «ha tanto amato il mondo» e non solo noi (Gv 3,16), la creazione stessa «sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio» ed è in travaglio grazie allo stesso Spirito che fa gemere noi quando speriamo qualcosa di buono (Rm 8,21-22) e che ci dovrebbe impedire di esercitare potere nel nome di un vanto legato all’intelligenza umana in sé, oppure al genere, all’etnia o alla condizione sociale dei soggetti (Gal 3,28).

Per questa speranza sostenuta dalla memoria e nella fiducia che i varchi di luce esistono davvero e sono attraversabili, nello scorso agosto il CTI è stato impegnato in un’intensa settimana di studio – organizzata insieme alla comunità monastica di Camaldoli – dedicata proprio al tema La cura del mondo alla prova della crisi planetaria, da cui è stato tratto un corso online che sarà disponibile intorno a Natale: www.teologhe.org).

Questa stessa speranza ci fa leggere come un segno davvero incoraggiante che in Laudate Deum, un testo che va al cuore della crisi ecologica, ci sia questo rimando a Donna Haraway. È uno spiraglio da cui traspare il lavoro dell’ecofemminismo e delle culture non estrattive che conoscono la verità di ciò che dice Marion Muller-Colard: «Il più bell’albero del mio giardino non è quello che ho piantato io» (L’inquietudine).

Dal senso del limite capace di meraviglia, e dagli incroci dei saperi e delle storie, può nascere ulteriore e nuova speranza.


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