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Paolo Gamberini "Gesù di Nazareth: uomo o Dio?"

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La tradizione afferma la doppia natura di Cristo. Non si tratta di discutere di questo dogma, elaborato circa 1500 anni fa, ma piuttosto portarlo a compimento. Il salto che il cristianesimo è chiamato fare, dialogando anche con le altre religioni, è di comprendere questa affermazione su Gesù di Nazareth come un’anticipazione di ciò che è vero per ciascuno di noi.

Gesù è la nostra anticipazione e rivelazione. In lui si coniuga definitivamente la pienezza dell’umano e del divino. Ciò che si afferma con questa duplice natura di Gesù non è qualcosa che debba essere proiettato “fuori” di noi ma compreso in noi stessi.  Credendo in Gesù, ciascuno di noi comprende quello che è. Vero Dio nella sua umanità. Non c’è separazione tra noi e Gesù. Condividiamo con Gesù la stessa natura umana. In virtù di questa condivisione, anche noi dobbiamo comprenderci di “natura divina”.

L’incarnazione non è un evento puramente “individuale” limitato e isolato che riguarda solo Gesù di Nazareth. In questo evento si dice qualcosa di essenziale della realizzazione della natura umana in quella divina.

Nei Vangeli c’è una lenta maturazione nella comprensione della natura divina di Gesù di Nazareth. Da una comprensione ascendente dell’unione tra divino e umano (Marco, Matteo e Luca), ad una discendente (Giovanni). Non solo Gesù è “assunto” e “risorto” (adozianismo) ma “è” dall’eternità in Dio (preesistenza). Il quarto Vangelo, infatti, giunge a comprendere questo Gesù come Qualcuno che sa di essere “uno-con-Dio” con una intensità maggiore rispetto ai Vangeli sinottici.

Il Quarto Vangelo testimonia, quindi, un salto qualitativo, nella comprensione di Gesù.  Ma la riflessione su Gesù non si ferma qui: continua nella riflessione della Chiesa fino al Concilio di Nicea (325) e Calcedonia (449). Gesù viene riconosciuto “veramente uomo” e “veramente Dio”.  

La forza del cristianesimo consiste nell’aver approfondito e radicato nella natura divina tutto dell’umano. Nella profondità dell’umano troviamo il divino e allo stesso tempo il divino include (senza mutualità) l’umano. Dicendo che Gesù è il “figlio di Dio” e “l’unico figlio di Dio” il Nuovo testamento (l’apostolo Paolo e l’evangelista Giovanni) non intende affermare che solo Gesù lo è. Riferendo Gesù all’origine del divino (“in principio era il Verbo”) e affermando che Gesù è l’unigenito, l’evangelista Giovanni non ha voluto “separare” Gesù da noi. Gesù è “uni-genito” (mono-genòs) poiché la sua identità è unica, di “genere” divino, cioè increato. Non si nega che Gesù non sia “anche” il primogenito. Ciò significa che “uni-genito” non è da intendersi come l’unico che è stato generato ma che la sua identità è “unica”, espressione di quell’Uno che è Dio solo (monos). Non è l’unico senza gli altri, senza di noi; è l’unico con tutti noi (uni-cum).  È il primo di una serie. Questa serie (genòs) è unica, e non l’uno della/nella serie. Gesù, e come lui ciascuno di noi, è “Figlio di Dio”.

In Gesù abbiamo la realizzazione di questa natura unica di figlio che però è per tutti,  a tutti accessibile e possibile da realizzare. Nel corso della sua vita Gesù ha vissuto fino in fondo la condizione umana, realizzando così pienamente quella divinità in cui l’umano è radicato.  La differenza tra noi e Gesù, quindi, consiste nel fatto (!) che lui ha già completato il suo viaggio, mentre noi siamo ancora in cammino. Ma si tratta di una differenza di fatto (ontica) ma non di natura (ontologica). Gesù “sapeva” chi era, mentre noi non lo sappiamo ancora del tutto. Come afferma Sant’Atanasio e tutta la patristica: Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio. Questa è la grammatica dell’umano, valida per noi e per Gesù. Gesù è l’anticipazione e la rivelazione di ciò che noi stessi saremo. Questa è la singolarità del cristianesimo.

Lo Spirito Santo che ha condotto gli evangelisti ad una approfondita conoscenza del mistero di Gesù (dall’adozianismo al riconoscimento della preesistenza di Cristo) sta conducendo ulteriormente i cristiani a riconoscere quella preesistenza di Cristo (figliolanza divina, consustanzialità divina) da predicarsi per ogni creatura.

Non è sufficiente avvicinarsi e adorare il fuoco (Dio che è fuoco di amore!), ma è necessario trasformarci nel fuoco stesso. Divenire fuoco. Diventare quel fuoco di amore che Gesù è diventato. Lo Spirito ci sta dicendo di smetterla di adorare Gesù. Se insistiamo ad adorarlo, rimaniamo ancora a metà strada sulla strada della trasformazione escatologica del creato. Continuiamo ad adorare Gesù per così dire a distanza, non volendo così bruciarci con quel fuoco che Gesù è divenuto nella sua resurrezione.  

Fonte: ApertaMente


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