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Enzo Bianchi "Come evitare abusi di coscienza e di potere”

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giugno 2023 
Come evitare abusi di coscienza e di potere
per gentile concessione dell'autore

Nell’ultimo decennio non solo vengono denunciati con frequenza abusi sessuali consumati sui minori, ma sempre più spesso si ricorre all’espressione “abusi spirituali”, soprattutto nella vita religiosa o nell’accompagnamento spirituale.

Chiunque conosca le regole monastiche antiche e venerabili, a cominciare da quella di san Benedetto, vi trova descritti atteggiamenti dell’autorità che oggi potrebbero essere letti come abusi, come l’imposizione di certe penitenze corporali, l’esclusione dalla tavola comune o dalla preghiera corale; e in altre regole veglie, estenuanti ore di preghiera, digiuni prolungati, esorcismi, battiture. Io stesso ho fatto ancora in tempo a vedere in alcuni monasteri benedettini l’abate che picchiava con una canna le mani del monaco peccatore stese sullo scriptorium, oppure la reclusione in cella per alcuni giorni.

 

Ma ciò che veramente mi crea perplessità è che, ultimamente, con l’espressione “abuso spirituale” in realtà vengano anche indicate semplici sensazioni, emozioni, e non fatti, cioè azioni e parole precise da parte del presunto abusatore. Oggi per colpire una persona, soprattutto l’autorità, si ricorre all’accusa di plagio,di manipolazione, senza saper indicare concretamente i comportamenti che ingannano o asserviscono.

 

Soprattutto non si prende in considerazione che coloro che muovono queste accuse spesso sono persone fragili, sempre inclini ad attribuire agli altri e soprattutto all’autorità la causa delle proprie sofferenze.

 

Infatti, non basta sentirsi oppressi, a disagio o aver paura dell’autorità per poter dire che si è vittime di abuso. Purtroppo chi ha sofferto l’oppressione in famiglia, facilmente nella vita religiosa, nella comunità o nel nuovo nucleo di convivenza accuserà chi gli sta vicino di opprimerlo.

 

Certamente nelle comunità è necessario essere molto vigilanti sul rapporto tra autorità e singoli membri: l’autorità deve potersi accorgere se il soggetto è una persona autonoma o se vive uno stato di fragilità in cui cerca conferme, o addirittura qualcuno che decida al suo posto. In questo caso l’autorità non dovrebbe mai sentirsi autorizzata a spingere in una direzione!

 

Soprattutto mai arrivare a dire :«Questa è la volontà di Dio sulla tua vita. È ciò che il Signore vuole da te». Già solo queste parole costituiscono un abuso, un sostituirsi al Signore da parte dell’autorità, che in questo caso dovrebbe piuttosto ascoltare, fare silenzio, rimandare al Vangelo che solo può illuminare, indicare strumenti di discernimento!

 

Abuso spirituale o abuso di coscienza? 

 

Non voglio alimentare discussioni sull’aggettivo “spirituale” applicato agli abusi, ma preferisco chiamarli “abusi di coscienza”, come ha sempre fatto papa Francesco nell’evocarli. Di fatto gli abusi sono o psicologici, o fisici, o sessuali, e anche se avvengono in un contesto religioso non andrebbero qualificati come “spirituali”, perché è “spirituale” solo ciò che è opera dello Spirito santo. Ma che cos’è l’abuso di coscienza? È quell’azione, quell’atteggiamento che umilia il fratello, la sorella, e lo/la limita nella sua libertà umana. È, dunque, un’azione tipica della cattiva autorità, di un’autorità che non obbedisce al Vangelo perché instilla sfiducia in sé stessi e fiducia solo in colui o colei che la esercita.

 

Abuso è ogni tentativo di controllo delle coscienze, quando ad esempio si pretende un’apertura del cuore che non sia libera e spontanea.

 

Ma se l’autorità fa crescere, allora non manipola, non si sostituisce alla coscienza del fratello, della sorella, e nell’accompagnamento spirituale pone domande, suscita interrogativi, senza imporre, senza pretendere di parlare a nome di Dio.

 

L’“obbedienza cieca” lasciamola pure ai detti massimalisti dei padri del deserto!

 

L’obbedienza cristiana è sempre ascolto che cerca di comprendere ciò che viene chiesto, è confronto nel contesto di una relazione, è ricerca di un discernimento che deve compiere solo chi è accompagnato e non l’accompagnatore. Quest’ultimo ha il compito di interrogare, far nascere sospetti, deve farsi eco del Vangelo, ma anche fare un passo indietro al momento del giudizio, quando solo la coscienza di chi è accompagnato deve potersi esprimere nella libertà.

 

Abusi di autorità nella vita religiosa. 

 

Ci sono comportamenti che rappresentano veri e propri abusi di autorità da me riscontrati nella vita religiosa: quando si accusa qualcuno di un peccato o di un’azione contraria alla Regola e se ne sparge la voce tra i fratelli e le sorelle; quando chi presiede non si interessa del lavoro e dei compiti dei membri di una comunità e quindi non li sostiene nel quotidiano, né considera il risultato delle loro fatiche; quando un’autorità per non ricevere critiche non raduna o tacita il Capitolo o da esso esclude qualcuno degli aventi diritto; quando non osserva lo Statuto per quel che riguarda l’Ordo di riunioni, assemblee, capitoli; quando umilia di fronte a tutti un fratello o una sorella. Questi sono abusi gravi che purtroppo avvengono e sono concreti, testimoniabili, non frutto di chiacchiericcio o parole vaganti calunniose.

 

Abusi di coscienza gravissimi sono quelli dell’autorità che arriva ad affermare: «Dio ti dice!». 

 

Queste sono bestemmie!

 

Se chi esercita l’autorità pretende di avere instaurato un rapporto speciale con il Signore, allora non solo manca di umiltà, ma diventa pericoloso per chi lo ascolta. Non si può mai dire di aver ricevuto nella preghiera un suggerimento dallo Spirito e di sapere qual è il bene della persona che si rivolge a noi. Lo dicevano, magari con altre parole, i direttori spirituali di una volta: «A te lo Spirito santo non parla, a me ha suggerito di invitarti a seguire questa vocazione!». Si presti in ogni caso attenzione a non mescolare mai l’accompagnamento spirituale alla confessione dei peccati (sacramento), così come è bene che il superiore non sia mai il confessore in comunità.

 

Ci sono poi abusi che riguardano le dinamiche di una vita comune. È abuso dell’autorità non permettere che i fratelli e le sorelle parlino tra di loro, proibire le critiche a chi presiede, ai responsabili e alla vita della comunità.

 

È abuso ogni restrizione volta a evitare che si sappia all’esterno ciò che avviene all’interno, tentazione settaria sempre presente. Non ci devono essere segreti, certamente è necessaria la discrezione nei confronti delle persone, ma non nei confronti della “comunità”.

 

Un abuso, purtroppo ancora presente in molte comunità, è quello del controllo da parte dell’autorità o del responsabile della formazione sulla vita dei fratelli e delle sorelle: controllo della posta, attualmente anche controllo dell’uso di Internet e della corrispondenza civile, controllo delle relazioni che si tengono con gli ospiti e restrizione dei rapporti, anche se si tratta di amicizie libere e trasparenti.

 

Per evitare l’abuso è essenziale che il potere non si concentri nelle mani di un’unica persona. Per questo le istituzioni ordinarie della vita religiosa prevedono dei “contropoteri”: la regola di vita, le costituzioni...

 

In realtà, ci sarà protezione efficace dagli abusi quando si arriverà a una reale ripartizione dei poteri nella comunità. E con un organo da invocare in caso di abusi e ingiustizie, che abbia la funzione di ammonire e correggere anche l’autorità.



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