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Deus duepuntozero: il libro di un gesuita su un cristianesimo post-teista

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«Costruire ponti tra passato e futuro, tra teismo e post-teismo, tra dogma e ricerca», ma anche tra scienza, filosofia e spiritualità, «ben oltre gli steccati ideologici tra credenti e non credenti, laici e cattolici»: è questo l’intento del libro del teologo gesuita Paolo Gamberini Deus duepuntozero. Ripensare la fede nel post-teismo (Gabrielli editori, pp. 501, 25 euro).

«La novità che ho voluto esprimere nel libro – spiega – è un po’ come quella del discepolo della parabola di Gesù che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche»: si tratta, cioè, non solo di «offrire cose nuove e nuove prospettive per dire oggi la fede, ma anche di proporre una rivisitazione di cose antiche che la tradizione custodisce, purtroppo gelosamente e segretamente». Perché, spiega Gamberini, solo traducendo la tradizione «questa non viene tradita».

È un dialogo, quello fra tradizione e ricerca, addirittura obbligato, considerando come già il Concilio avesse espresso la consapevolezza «che ci troviamo in una fase di transizione»: «Il genere umano passa da una concezione piuttosto statica dell'ordine delle cose a una concezione più dinamica ed evolutiva» e «ciò favorisce il sorgere di un formidabile complesso di nuovi problemi, che stimola ad analisi e a sintesi nuove», si legge nella Gaudium et spes(GS 5). Una consapevolezza assunta in maniera ancora più chiara da papa Francesco, convinto che «quella che stiamo vivendo non è semplicemente un'epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca».

Come si può allora, si interroga Gamberini, «continuare a credere in Dio in una visione del mondo che ha cambiato radicalmente i suoi punti di riferimento cosmologici e mitologici? Come credere in un Dio che si è incarnato nella pienezza dei tempi e che alla fine dei tempi ritornerà di nuovo, senza tener conto dei cambiamenti nelle recenti cosmologie, nella fisica quantistica e nella biologia molecolare? Come continuare a credere nella resurrezione di Gesù come un evento storico con la convinzione che la sua tomba doveva essere vuota perché altrimenti il suo corpo non può dirsi veramente risorto?». Non è possibile, afferma l’autore, raccontare ancora la Buona Novella e recitare il Credo di duemila anni fa «come se nulla fosse mutato nei paradigmi culturali e scientifici: credendo da tolemaici nelle chiese e pensando da quantistici nelle aule di università».

In questo quadro, la svolta post-teista – ovvero «la ricerca del Mistero di Dio non più in termini teistici come Qualcuno lassù in alto da adorare e che interviene a suo piacimento, ma di una realtà che ci avvolge e ci sostiene sempre» – è proprio, evidenzia Gamberini, «un orizzonte nuovo in cui compiere analisi e sintesi», intraprendendo un cammino di inter- e transdisciplinarietà dei saperi: integrando, cioè, in questo percorso «i vari dati della ricerca storico-critica su Gesù, della cristologia, della fisica quantistica, delle neuroscienze, delle varie mistiche e della filosofia relazionale», in un chiaro passaggio, sottolinea Gamberini, «dalla pars destruens del post-teismo alla pars construens».

Ed è nel riconoscimento che «ogni parola su Dio è una creazione umana», e che «il modo con cui singoli e comunità hanno espresso la loro esperienza del divino, la loro relazione con il Mistero di Dio, è un modo limitato e contingente», che l’autore propone il suo concetto di monismo relativo, espresso nel modello pan-en-teista di Dio con i suoi tre termini costitutivi: «tutto, Dio, e soprattutto la preposizione in che li collega. Il panenteismo indica un’unità tra la totalità del creato e Dio». Vale a dire che «Dio e creatura si differenziano come due aspetti di una stessa realtà», come «le due facce di una moneta che non sono uguali, ma sono la stessa moneta»: «Dio è Dio e tutte le cose. Dio è il suo essere e l’essere di tutte le cose. Nella congiunzione “e” si dà l’essere di Dio. La sua identità (è) consiste in questa congiunzione (e)». Per questo, «per comprendere il creato già incluso nell’essere di Dio, è necessario andare oltre la concezione della trascendenza intesa in modo assoluto, senza riferimento alla relazione al mondo».

Di seguito, per gentile concessione della casa editrice, alcuni stralci tratti dall’introduzione.

Fonte: Adista

   


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