Luigi Maria Epicoco "Fuoco dentro"

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Un dialogo con Luigi Maria Epicoco (da Tracce di dicembre)  
Paola Bergamini 16.12.2022 

«Non siamo d’accordo, ma siamo dalla tua parte, ti aiutiamo. A un patto: se ti accorgi che non è la tua strada, torni immediatamente a casa». È la reazione dei suoi genitori quando, quindicenne, comunica loro la decisione di entrare in seminario. «Cristiani, ma non praticanti, hanno fatto un atto di fiducia per una scelta che non comprendevano. È stata una lezione di vita a cui torno sempre nel rapporto con i giovani». E con i giovani don Luigi Maria Epicoco, classe 1980, ha spesso a che fare. Teologo, scrittore di successo, il suo profilo Facebook, i suoi video su YouTube sono seguiti da migliaia di followers. Al Meeting di Rimini, nell’incontro sull’antologia Alle radici di una storia pubblicata da Rizzoli, ha raccontato in tono vibrante chi è per lui oggi Giussani, che ha conosciuto «attraverso la contaminazione dei suoi amici». Quando ci incontriamo negli uffici del Dicastero della Comunicazione vaticana, dove il Papa lo ha voluto assistente ecclesiastico, la prima battuta è proprio sul Meeting. «Era la prima volta che andavo. Mi è sembrato di essere dentro un grande abbraccio. Un incontro che ha lasciato un segno». 

Sacerdote a 24 anni. Come è nata la sua vocazione? 
Da bambino ho sempre sentito un’attrattiva verso la vita parrocchiale, quella semplice, senza particolari appartenenze. A casa nessuno mi ostacolava, ma nemmeno assecondava questo mio interesse. Per dare l’idea, è stata una signora della parrocchia a insegnarmi le preghiere e a leggere il Vangelo. Ma il messaggio evangelico aveva una ricaduta esistenziale, nel senso che la domanda ricorrente era: cosa c’entra con me? E via via il Signore ha risposto. Finché nell’adolescenza mi è “scoppiata” una gratitudine verso Gesù al punto di voler fare qualcosa per Lui. E sono entrato in seminario. A Ostuni, perché sono salentino. 

Ha proseguito gli studi a Roma con la laurea in Filosofia e il dottorato in Teologia morale. La prima destinazione dopo l’ordinazione è tra le montagne dell’Abruzzo. Poi è arrivata la proposta del Vescovo de L’Aquila… 
Sì. Monsignor Giuseppe Molinari mi chiese di guidare la parrocchia da lui fondata per gli universitari de L’Aquila, dove ho conosciuto gli studenti di CL, tra l’altro. Con questo incarico ho vissuto il terremoto, uno spartiacque nella mia vita. Dopo il sisma, non sapevo come raggiungere gli universitari sfollati dalla città e feriti dalla tragedia. Così presi la decisione. Finita la celebrazione della Messa in una chiesa vuota, mi attaccavo al computer e sul mio profilo scrivevo il commento al Vangelo. Da tutta Italia i ragazzi hanno iniziato a scrivermi, ringraziando e raccontando le loro vicende personali. 

Possiamo dire che la scrittura e l’attività formativa hanno sempre più preso piede. 
Fanno parte della mia vita sacerdotale. Io faccio il prete, che questo si traduca nell’insegnamento, nelle conferenze o nei libri è un accidente. Diciamo che seguo quello che la Provvidenza indica. Devo aggiungere che la mia formazione filosofica mi indirizza molto sulla domanda, sull’inquietudine insita nell’individuo. Proprio questo approccio esistenziale ha creato quella che potrei dire una simpatia, nel senso di “sentire insieme”, con i lettori. C’è una sete anche editoriale di questo sentire. 

«Inquietudine» è una parola che ricorre nel suo libro “La scelta di Enea”. 
Ogni epoca ha i suoi tabù. Ai tempi di Gesù erano i lebbrosi, gli stranieri, non a caso, i protagonisti delle sue parabole. Oggi l’inquietudine è una cifra del nostro vivere. Proprio don Giussani ne ha colto l’importanza: una ferita da cui tutti siamo attraversati. Giussani ha dato voce a qualcosa che era presente, ma di cui nessuno aveva il coraggio di parlare. Direi meglio: ha toccato l’inquietudine in maniera molto cristiana, come Gesù toccava i lebbrosi. 

Cosa vuol dire «in maniera cristiana»? 
Essere in grado di portare alla luce è una Grazia. Per Giussani questo dato esistenziale, l’inquietudine, ha dentro un bene che ancora non si riesce a scorgere. Quindi nella domanda di significato in ogni aspetto della vita c’è un Dio nascosto, ma presente. In questo sussiste per me l’esperienza cristiana: entrare dentro ogni situazione, ogni condizione che la vita pone. 

In proposito lei ha scritto: «Parto dalla convinzione che il messaggio del Vangelo e soprattutto la persona di Gesù siano lo sguardo più realistico e allo stesso tempo positivo che si possa avere sul mondo». 
Una persona realista senza Cristo è disperata, è la presenza di Gesù a consegnare una postura che salva dal vuoto. Senza di Lui rimane solo la vertigine. Pensi a un bambino in piedi su un tavolo: da solo ha paura, ma se di fianco ha il papà sa che nulla di male gli può accadere. 

Può spiegare meglio? 
La risposta è Rose! La sua testimonianza il 15 ottobre in Piazza San Pietro (Rose Busingye, infermiera in Uganda con le donne malate di Aids, ndr). Non è la spiegazione in termini filosofici, bensì la mediazione concreta di persone che con la loro vita offrono una materia sacramentale. La presenza di Rose nella tragedia dove vive fa sì che anche chi non ha fede possa farne esperienza. 

Ritorniamo alla parola «esperienza». 
Esperienza è l’antidoto allo gnosticismo che, con il pelagianesimo, è la grande eresia che ha attraversato la storia della Chiesa. Il Papa ha richiamato più volte il pericolo dello gnosticismo, cioè rinchiudersi nei ragionamenti. Invece, l’esperienza è tale solo se è rapporto con un fatto. Da questo punto di vista, il male è scaltro: vuole toglierci la fattualità. Poi c’è un modo sacro di vivere l’esperienza, cioè quella della fede, per cui sussiste un legame di senso con il reale. Ad esempio: posso essere genitore come evento biologico o secondo i cliché della moda. Oppure, i termini “padre” e “madre” indicano una vocazione, che è di più di mettere al mondo un figlio. 
L’esperienza di fede è una profondità nuova che nasce dall’incontro con qualcuno che la incarna. Allora, la testimonianza, la missione è solo questo: il nostro modo di vivere. 

Che non ha nulla a che fare con l’“ansia evangelizzatrice”, come lei l’ha definita. 
In questo senso la pandemia è stata una grande prova di realismo, mettendo in crisi la “pastorale di intrattenimento”. Che significa: se mi togli gli eventi, non c’è più nulla. Ma come dice san Paolo: chi ci separerà dall’amore di Cristo? La spada, la tribolazione, la morte, il Covid? Questa è la grande sfida: finirla di sentirsi rassicurati perché “teniamo” le persone. Essere se stessi porta frutto, altrimenti è marketing: cioè convincere che la mia parte è quella giusta perché io sono una brava persona, ho certi valori eccetera. Soprattutto, i giovani capiscono quando parli con verità. L’ho visto nella mia esperienza. 

Cioè? 
Insegnavo religione in un liceo de L’Aquila e un ragazzo, pur avendo fatto domanda di esonero, mi chiese di poter rimanere in classe durante le mie lezioni. Si dichiarava ateo, e ogni volta mi tempestava di domande, aveva un fuoco dentro. È morto durante il terremoto. Dopo, i genitori sono venuti a cercarmi e mi hanno raccontato che un giorno il figlio aveva detto loro: «Sono certo che Epicoco non vuole fregarmi. Oggi gli ho fatto una domanda e mi ha detto: “Non lo so”. Solo uno che non vuole tirarti dalla sua parte dà questa risposta». 

Questo “fuoco dentro” implica la passione nel vivere. 
Sì, che legherei soprattutto al desiderio, inteso come il motore della vita, qualcosa di molto umano. Darei questa definizione: è ciò che mi realizza per ciò che sono. L’incontro con Gesù lo riaccende, fa andare al fondo del proprio io, come unico, irriducibile, a somiglianza di Dio. Cristo chiede a ciascuno di essere se stesso e di andare alla verità di sé, per questo persone diversissime – pensiamo agli apostoli – possono stare insieme. È il miracolo della comunione. Oggi il vero problema è che se chiedi a un ragazzo «cosa desideri?», non sa cosa rispondere, confonde il desiderio con le aspettative degli altri o con la “pancia”. Non a caso il Papa chiede: siamo capaci di fare discernimento tra la “pancia” e il cuore? Il vero educatore è colui che aiuta in questo lavoro e non dà la risposta. 

E la passione? 
Un passo del Vangelo me l’ha spiegata. Quando i discepoli di Emmaus parlano del risorto esclamano: «Era lui! Non ci ardeva il cuore nel petto quando costui parlava?». Ci sono momenti della vita in cui il cuore arde. A me, ad esempio, capita davanti alla Vocazione di San Matteo nella chiesa di San Luigi dei Francesi. 
Caravaggio era un furfante, un assassino, ma era attraversato da un fuoco che esplode nelle forme e nei colori dei suoi quadri. 
Allo stesso modo, quando leggo McCarthy nel suo nichilismo trovo più cristianesimo, come passione per l’uomo, che in tanti autori mielosi che scrivono di Dio. La passione è il passaggio di Cristo nella vita di una persona, a volte senza che se ne accorga. 
Penso che la stessa cosa avvenisse con Giussani: uno poteva non capire tutto quello che diceva, ma aveva la convinzione di sentire una cosa vera, vera per la sua vita. Io mi accorgo se un insegnante, un prete, un genitore non hanno passione: formalmente fanno tutto, ma manca il collante. Si rimane alle regole. Ma questo ai giovani oggi non basta. 

Di cosa hanno bisogno? 
Per me sono una grande risorsa, certo stanno attraversando un momento difficile in termini di fragilità, ma non è detto che sia una condizione così negativa, è un modo di stare al mondo. La mia preoccupazione è che vedo molte “madri” e pochi “padri”, cioè chi ti dà la spinta. Giussani è stato un padre. 

Papa Francesco durante l’Udienza del 15 ottobre ha detto: «Don Giussani è stato padre e maestro, è stato servitore di tutte le inquietudini e le situazioni umane che andava incontrando nella sua passione educativa e missionaria». 
Già prima di diventare Papa, Francesco conosceva Giussani attraverso i sui libri e soprattutto attraverso alcuni amici. È sempre stato convinto della sua genialità, che era un uomo trapassato dalla Grazia a favore di tutti. Aggiungo questo pensiero. Dopo il Concilio, lo Spirito ha regalato delle esperienze uniche: i movimenti. Possiamo dire un dono di Pentecoste che ha rinnovato la Chiesa. Adesso siamo in una fase – questo ha intercettato Francesco – in cui dal tempo carismatico della persona si deve passare alla fase di assestamento. L’errore in cui si può cadere è la “ripetizione”. Invece, per essere come Giussani bisogna fare come lui: non assomigliare a nessuno. Il coraggio di fare qualcosa di completamente inedito.
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