Mariapia Veladiano "Resistenza e resa"

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15 settembre 2022 
Resistenza e resa

Il teologo che parla del male è il teologo che crede che il male è stato superato e vinto da Gesù Cristo e, in quanto tale, non può indagare il male partendo da presupposti o ipotesi estranei alla Parola, nemmeno se sono radicati in una razionalità che potrebbe sembrare conveniente in quanto terreno comune sul quale incontrare i non credenti. Su questo tema Dietrich Bonhoeffer ci lascia un percorso di riflessione, come dire, ad alta voce, trasparente.

Si fa le domande, si dà le risposte, quelle comuni della teologia, quelle consacrate dalla tradizione, cattolica o protestante, le espone al vento della storia, la sua storia, quella in cui lui, giovane tedesco privilegiato, eppure lucidissimo, figlio di famiglia ricca borghese e colta e, per parte di madre, anche nobile, vede avanzare il male del nazismo e dello sterminio e lo sa riconoscere e soprattutto decide di combatterlo in prima persona.

Perché lui sì e altri no? È la fede che fa la differenza. Lo racconta lui stesso, nelle lettere e negli scritti. Mano a mano che «diventa cristiano» (si può essere teologi e pastori e non credere davvero, naturalmente) gli è chiaro che nel mondo caduto l’azione buona è sempre comunque azione caduta, cioè non pura, senza certificazione di bontà. Ma è azione già redenta, salvata.

Resistenza e resa (traduzione di Maria Cristina Laurenzi, Queriniana, Brescia 2002) sta alla fine di questo percorso storico e umano, di sicuro non alla fine della riflessione teologica, un frammento incompiuto eppure nel suo modo così straordinario da aver cambiato la teologia successiva. Come il frammento di cui parla nella lettera del 23 febbraio del 1944: «Ci sono frammenti che ormai non sono che da buttare nella spazzatura (per i quali sarebbe anche troppo un “inferno” decoroso) e altri che restano significativi attraverso i secoli, perché il loro completamento può essere solo affare di Dio, cioè frammenti che devono restare tali – penso per esempio a L’arte della fuga. Se la nostra vita rispecchia anche solo da lontano un frammento di questo genere ... allora non dobbiamo lamentarci neppure della nostra vita frammentaria, ma dovremmo esserne contenti» (315).

Qual è il frammento fratello de L’arte della fuga? Quando la nostra vita magari breve e in gran parte sbagliata, che ha permesso ogni tipo di nefandezza senza commetterla direttamente, ma intanto il nazismo è arrivato, i poveri sono morti, il pianeta brucia e i miseri non hanno sponda a cui aggrapparsi, quando la nostra vita è un frammento significativo e non finisce all’inferno? È sempre uguale la risposta in Resistenza e resa: quando compiamo l’azione responsabile.

Noi non sappiamo che cos’è il male e che cos’è Dio prima che Dio stesso ce lo dica e lui ce lo ha detto nella Rivelazione e quindi ora noi possiamo parlarne e possiamo agire ma all’interno della Parola rivelata
che ci dice come tutto il mondo sia sempre caduto e anche la nostra azione buona non sia mai del tutto buona e però rimane in ogni momento necessario compierla aggrappati al confine della (sempre possibile) colpa.

Senza rete, senza garanzia. La ricerca della garanzia – dell’azione giusta e buona – è una tentazione religiosa e manipolatoria. Non c’è niente di facile nell’agire cristiano, le regole non ci salvano e nemmeno i comandamenti. Non uccidere è il comandamento dei comandamenti, eppure. Eppure la tradizione cattolica ha sostenuto la liceità dell’uccisione del tiranno e Bonhoeffer, dalla sponda della separazione dei due regni e della sua assoluta illiceità, ha partecipato, indirettamente, alla congiura contro Hitler. Ed è anche morto per questo. Uno degli ultimi ordini di Hitler fu di uccidere tutti coloro che erano legati alla congiura del 20 luglio 1944 e solo perché ancora la macchina della vendetta funzionava lui fu seguito, di spostamento in spostamento, fino a Flossenbürg e ucciso un soffio di giorni prima che tutto finisse.

«Dio ci dà a conoscere che dobbiamo vivere come persone che senza Dio fanno fronte alla vita... Dio è impotente e debole nel mondo e appunto solo così egli sta al nostro fianco e ci aiuta» (498). L’impotenza di Dio non è immediatamente un’affermazione che riguarda il trattato su Dio, non dice che Dio non può né che Dio non vuole intervenire contro il male, ma è un’affermazione del trattato sulla Rivelazione, dice solo che Dio si manifesta così, che questo è tutto quello che sappiamo, e che da questo modo di rivelarsi, che è dato, l’uomo vive la fede, da adulto, nell’oscurità dell’impotenza e nella luce della vittoria sul male.

Dagli autori che amiamo e che frequentiamo come amici più che quotidiani cerchiamo qualche suggerimento, un’ispirazione, una parola da far nostra. Il 30 aprile del 1944 nella lettera che segue il fallito attentato a Hitler, Bonhoeffer scrive: «Pensando a ciò che sta per capitare sono quasi portato a citare il biblico “dei”» (375). L’espressione greca «dei» è ciò che è necessario per la realizzazione del Regno. Nei sinottici è l’azione di Gesù conforme alla volontà del Padre. È riferita alla Passione, «È necessario che il Figlio dell’uomo soffra molto» (Mt 8,31).

Ecco. Non sappiamo che cosa ci aspetta, né il fatto di essere credenti ci salva dall’oscurità del tempo presente. Ma c’è un Dio, dice Bonhoeffer nell’Etica, che «scruta il cuore, pesa le azioni e guida la storia» e allora si può agire e compiere responsabilmente il bene, che non è garantito sia un’azione giusta, ma è nella fede un’azione che può essere giustificata da Dio.


Mariapia Veladiano

Mariapia Veladiano, scrittrice, laureata in filosofia e teologia, ha lavorato per più di trent’anni nella scuola, come insegnante e poi come preside. Collabora con la Repubblica e con la rivista Il Regno.
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