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Giovanni Cesare Pagazzi "La Buona Notizia del sonno"

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Creando l’uomo e la donna, Dio li ha immaginati capaci di muoversi, affamati e assetati, sessuati, generativi, desideranti, sensibili, affettuosi, liberi, intelligenti, segnati dalla nascita, crescita, dal lavoro, dalla morte, ma li ha voluti anche contraddistinti dal dormire. Tale marchio è così visibile che gran parte della loro vita trascorre nel sonno. Con questo dettaglio Dio avrà pur voluto dirci qualcosa! Parlare di lui e della sua creatura prediletta azzittendo la parola del sonno è quasi un’amputazione.

Il sonno si presenta come una “caduta”; così è richiamato dalle espressioni «cadere dal sonno», «cascare dal sonno». Il sonno causa un cambiamento di postura: cede la posizione eretta, sui due piedi, quella tipicamente umana, peculiare rispetto agli altri animali, la posa che permette di guardare il mondo dritto negli occhi e dall’alto in basso. Il portamento che ha favorito la liberazione delle mani dal compito della deambulazione, inserendole nell’ordine dell’intelligenza e degli affetti, il gesto di stare in piedi che ha dato avvivo alla forma umana si arrende e il corpo si trova disteso a terra. Dormendo, il corpo è più che mai riportato a contatto con la terra, quasi fosse la condizione necessaria per trovare riposo. La caduta a motivo del sonno accompagna il vivente in prossimità di quanto vivente non è: la polvere del suolo, effettivamente toccata da chi dorme a diretto contatto col terreno, o evocata dai materiali di cui sono composti i giacigli: metallo, legno. «Tutti gli esseri dormono su qualcosa di meno vivo di loro che li sostiene», scriveva María Zambrano, congiungendosi strettamente alla materia. “Materia” allude sia alla sostanza inerte, come inerte è il corpo che «dorme come un sasso», sia alla mater, alla “madre”, alla “matrice”, al substrato indistinto dove la vita è cominciata. Il sonno riconduce l’uomo, Adam, a terra, adamà, da dove è stato tratto (Genesi, 2, 7), dove è nato, esaltando l’originaria consustanzialità di corpo e mondo, chiamata dalla Bibbia «carne». Il peso irresistibile patito dal corpo, la spinta che lo ricongiunge alla madre terra fanno del sonno la memoria quotidiana della nascita.

A terra si casca di sonno e si stramazza perché si muore. Anche in questo caso il corpo è ricondotto al suolo: Adam ritorna all’adamà con cui fu plasmato (Genesi, 3, 19). Sonno e morte sono da sempre congiunti sia a motivo del riavvicinamento alla terra (nel primo temporaneo e ripetuto, nel secondo singolare e definitivo) sia per lo stato di passività che li accomuna: parziale e momentaneo mentre si dorme, totale e immutabile nella morte. La distensione, la caduta di tensione, che il corpo prova nel sonno ricorda il volto generalmente rilassato e composto del cadavere, che sostituisce l’espressione sfregiata dell’agonia. A causa della loro manifesta somiglianza, fin dall’antichità il sonno e la morte sono stati considerati parenti strettissimi: ricostruendo la genealogia degli dèi, Esiodo afferma che Sonno e Morte furono entrambi generati da Notte. L’associazione è resa più evidente dalle cerimonie di sepoltura di molte culture antiche e odierne, dove il sepolcro è considerato alla stregua di un giaciglio e il cadavere collocato in una posizione che richiama quella del sonno, magari coperto di lenzuola e munito di cuscino.

Addormentandosi e morendo si entra nel buio della notte, per qualche ora o per sempre. Nella notte del sonno e della morte si dissolvono le distinzioni, le classificazioni, le ripartizioni, le separazioni che sono cause ed effetti dei sentimenti, dei pensieri e delle decisioni tipiche del giorno. Effettivamente chi dorme non è nemmeno in grado di distinguersi da quanto lo circonda, come un morto, ma si ritrova nel magma caotico dove niente ha forma e nulla è riconoscibile: né soggetto né oggetto, né interno né esterno, né io né mondo, né visibile né invisibile, né possibile né impossibile. Smarriti i punti di riferimento della veglia, l’esperienza del sonno è disorientante, turba e sconcerta, poiché rapisce il mondo e la diurna capacità di starci. Insomma, il sonno è un promemoria quotidiano della nascita e della morte.

Un neonato dorme dalle quattordici alle diciassette ore al giorno. Dai 4 agli 11 mesi di vita, dalle dodici alle quindici ore; fino ai 3 anni, circa quattordici. Così si è presentato al mondo il Figlio di Dio: ha cominciato a salvarci dormendo gran parte del tempo. Agli inizi della sua vita terrena, «nei giorni della sua carne» (Ebrei, 5, 7), il Figlio si rivela come uno che — soprattutto — dorme, quasi che non si possa entrare nel suo mistero tenendo chiusa la porta del sonno. Nella sua lettera dedicata al presepio, Papa Francesco scrive stupito: «Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini». La prima azione menzionata è dormire.

Ma andiamo a Cristo, ormai adulto. Dopo aver descritto il sonno del contadino (Marco, 4, 26-29), aver dormito nel pieno della tempesta (Marco, 4, 35-41), aver restituito il potere di riposarsi all’insonne indemoniato di Gerasa (Marco, 5, 1-20), eccolo attraversare nuovamente le acque del nervoso bacino di Tiberiade e approdare sulla riva d’Israele. Qui è raggiunto da Giairo la cui bambina sta morendo (Marco, 5, 21-23). Il Nazareno lo accompagna a casa. Durante il tragitto giunge la notizia della morte della piccola. Arrivati a casa, trovano un ambiente affranto. A questo punto, Gesù se ne esce con una frase che non sta né in cielo né in terra: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme» (Marco, 5, 39). Davanti al corpo esanime della piccola, Gesù rifiuta di accettare l’interpretazione del fatto data dai presenti che, naturalmente, rispondono — come ogni persona di buon senso — «ridendo».

Giustamente attratti dalla potenza del Signore che risuscita la ragazza, potremmo sorvolare quanto sembra solo un dettaglio, nonostante sia messo in rilievo da tutti i Sinottici: il modo con cui il Nazareno considera il rapporto tra la morte e il sonno. Tutta la cultura coeva e le sacre Scritture antiche interpretano il sonno alla luce della morte: il sonno è anticipo, prefigurazione della morte e quest’ultima è la spiegazione definitiva del sonno. Insomma: il sonno assomiglia alla morte, sicché si ricorre al dormire come simbolo o eufemismo del morire. Per Cristo è l’esatto contrario: non il sonno assomiglia alla morte, ma la morte somiglia al sonno, perciò è il sonno che spiega definitivamente la morte e il suo senso. Come dal sonno ci si risveglia, così anche dalla morte. Come sonno e notte non negano il domani, ma lo preparano, così lo spegnimento tipico del morire. Come sonno e notte non rubano l’identità, le cose, i luoghi, gli affetti, ma li restituiscono nuovi al mattino, così la morte non rapina per sempre, ma sottrae per un tempo, allestendo prontamente la riconsegna. Come sonno e notte tolgono per regalare ancora, così la morte. E, tuttavia, come sonno e notte incutono paura, così la morte. Per questo il Nazareno si rivolge alla morta dicendo la cosa più naturale da dire quando si sveglia una bambina: «Alzati!». Il papà o la mamma che la sera precedente aveva accompagnato la piccola nel momento pauroso dell’abbandono al buio e al sonno, dandole la «buona notte», arriva al mattino per svegliarla, restituendole tutto il suo mondo. Vedendo che ogni cosa è ancora lì ad attenderla, «si alza» (anéstē(Marco, 5, 42). La colazione è già pronta: «Datele da mangiare» (Marco, 5, 43; Luca, 8, 55).

La rivelazione del sonno quale senso e spiegazione della morte, caratterizzante i Sinottici, diviene ancor più esplicita nel racconto giovanneo della risurrezione di Lazzaro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Giovanni, 11, 11).

Lo sguardo, la parola di Cristo sul sonno lo liberano dalla forza di gravità della morte. Al contempo, la visuale di Gesù su sonno e morte affranca la morte stessa dalla sua autarchia interpretativa. Essa si impone come esclusiva spiegazione di se stessa: solo la morte decifra la morte. No, la morte si intende a partire da un’altra esperienza simile, ma distinta, somigliante e tuttavia inconfondibile: il sonno. Dal punto di vista di Cristo, la riduzione del sonno a mera prefigurazione della morte o a sua allegoria è indice di debole considerazione della portata rivelativa di ogni evento della Creazione; nel caso specifico: ci si addormenta senza intuire quanto il Creatore mostra, dà e dice attraverso il sonno.

Ogni mattino i figli e le figlie di Adamo sono svegliati; a loro è restituito il mondo. Esso è stato conservato da qualcun altro, durante la notte; loro non ne sarebbero stati capaci, poiché cadendo dal sonno e perdendo la posizione eretta, erano privi di piena avvertenza e deliberato consenso. Accogliendo il Vangelo del sonno, i credenti in Cristo saranno sensibili all’Exultet pasquale che vibra nel riposo di ogni notte, fin dalla fondazione del mondo.

di GIOVANNI CESARE PAGAZZI

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