Attraversare i deserti, riconvertirli in aiuole

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Sui passi dell’Esodo
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«E non si domandarono: “Dov’è il Signore che ci fece uscire dall’Egitto, e ci guidò nel deserto, terra di steppe e di frane, terra arida e tenebrosa, terra che nessuno attraversa e dove nessuno dimora?”. Io vi ho condotti in una terra che è un giardino, perché ne mangiaste i frutti e i prodotti». In queste parole del profeta Geremia (2, 6-7) è una delle sintesi più icastiche dell’esperienza dell’Esodo, voluta e diretta da Dio, come un tempo di passaggio tra la ruvidità del deserto e il sogno del giardino della terra promessa. In effetti la location del libro, il cui protagonista è Mosè, un uomo cresciuto nelle steppe, pastore esposto ai venti di Simun, è in gran parte quella «arida e tenebrosa» descritta dal Profeta. Difficile attraversarlo, impossibile fermarvisi per molto, poiché minaccia la sopravvivenza di uomini e animali. Comporta il dramma della sete e i danni conseguenti alla siccità, letali per le creature. Israele riuscì a passare per una terra «che nessuno attraversa» solo perché sognava di uscirne, bagnandosi tutti, finalmente, nelle acque del Giordano.

Uscito da quelle acque, il popolo di Dio avrebbe trovato un giardino. Un Paese ricco di verde, consolato dalle piogge d’aprile e d’autunno, cosicché potesse germinare e far maturare copiosi e dolcissimi frutti. Di grano, di mosto e d’olio, di fichi e pistacchi. Ed ecco come questo gioco di immagini che si contrappongono, di ambienti tra loro contrastanti, va a creare un quadro simbolico che attraversa e interpreta tutta la parabola biblica. Vediamo, innanzitutto, un deserto e un giardino proiettarsi al principio del mondo: «Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo» e «nessun cespuglio campestre era spuntato, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era umano che lavorasse il suolo». Nonostante vi fosse «una polla d’acqua che sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo», mancava qualcuno che trasformasse quel deserto in un giardino. Per questo Dio «plasmò l’uomo con polvere dal suolo e soffiò sulle sue narici un alito di vita». Poi lo collocò nel giardino in Eden (cf Genesi 2, 4-8).

Una narrazione ideale per dire che grande è la responsabilità degli umani sulla salute e la fecondità della terra. Che gli umani godono della facoltà – purtroppo – anche di desertificare il mondo, a fronte, tuttavia, di una vera, enorme libertà: quella di trasformare il deserto in giardini, collaborando, così, all’opera voluta da Dio. Dio resta, infatti, il grande Alleato di quella umanità che si adopera per costruire giardini sempre più inclusivi e colorati, grembi fecondi di tempo, eredità per figli e nipoti, spazi dove la vita vinca. Il cammino di questo Esodo è, pertanto, urgentemente, anche il nostro. Dobbiamo attraversare i deserti che abbiamo procurato nel giardino della terra per riconvertirli in rinnovate aiuole. Seguendo la parola di Isaia: «Infine in noi sarà infuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino. Nel deserto prenderà dimora il diritto, e la giustizia regnerà nel giardino. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace» (32,15-18).

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