Alberto Maggi "Le chiusure della Chiesa nella storia"

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“Fin dagli inizi la Chiesa, chiamata a essere una realtà dinamica animata dallo Spirito Santo e quindi aperta all’azione del Signore che ‘fa nuove tutte le cose’, è tentata di trasformarsi in un’istituzione rigida regolata da leggi immutabili. Questo comporta che essa resti ostinatamente chiusa a ogni apertura…”. Ne parla in questa riflessione il biblista Alberto Maggi. Trovano spazio, tra gli altri, la bicicletta, il cibo, i vaccini e le unioni tra persone dello stesso sesso…

NON LICET!

L’unica volta in cui nel Nuovo Testamento appare l’aggettivo athemitos (At 10,28), che significa “illecito”, “illegale”, “inammissibile”, in riferimento ai rapporti umani (in I Pt 4,3 riguarda il “culto illecito degli idoli”), è per smentirlo. Pietro è tenacemente attaccato alla tradizione religiosa del suo popolo, fondata sull’idea della superiorità di Israele sulle altre nazioni (“Noi, che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori”, Gal 2,15), che ha portato a formulare l’indiscutibile principio che “a un Giudeo non è lecito [athemiton] avere contatti o recarsi da stranieri” (At 10,28). Pietro è riluttante ad aprirsi al mondo pagano, non ha alcuna intenzione di incontrarsi con Cornelio, un centurione romano, e prova inutilmente a resistere alla forza dello Spirito Santo che lo spinge ad aprirsi e ad accogliere. Ma quando l’ideologia si confronta con la vita, la dottrina con le persone, pregiudizi e dogmatismi si dissolvono “come nebbia messa in fuga dai raggi del sole” (Sap 2,4), così il tanto temuto ed evitato incontro con un pagano, impuro e peccatore, diventa occasione di conversione, ma non per il centurione bensì per Pietro, che arriverà a dichiarare: “Ma Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo” (At 10,28), abbattendo così quel muro di separazione (Ef 214) che divideva i Giudei da pagani.

Finalmente Pietro comprende il profondo significato di quanto gli era accaduto a Giaffa, quando il Signore gli aveva mostrato una tovaglia con tutti gli animali del creato e il comando imperativo di mangiarli. Pietro si era ostinatamente rifiutato di mangiare cibi non permessi dal Libro del Levitico (Lv 11): “Non sia mai, Signore, perché io non ho mai mangiato nulla di profano o di impuro” (At 10,14). Al che il Signore aveva severamente replicato: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano” (At 10,15). E Pietro capisce che la questione non riguardava solo i cibi ma soprattutto le relazioni umane.

In questo episodio dell’accoglienza di Pietro del centurione romano Luca raffigura il lentissimo cammino di apertura e, al contempo, di tenace resistenza della primitiva comunità cristiana nei confronti dell’umanità pagana. Lo stesso Pietro pagherà cara questa sua apertura e sarà sottoposto a un processo da quella parte della comunità caparbiamente ancorata alla tradizione giudaica che lo rimprovera di essere “entrato in casa di uomini non circoncisi” e di aver “mangiato insieme con loro!” (At 11,3).

Con grande ironia Luca ridicolizza gli strenui difensori di tradizioni religiose che sembrano fondamentali e imprescindibili, invece si rivelano realtà ridicole: era tutta questione di un prepuzio. Ma Pietro non accetta le accuse e replica tentando di ampliare il ristretto orizzonte degli zelanti difensori della tradizione, affermando che lo Spirito Santo, che non sta a controllare se gli uomini abbiano o meno il prepuzio, “discese su di loro come in principio era disceso su di noi” (At 11,15), per poi concludere: “Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?” (At 11,18).

La lettura di questi episodi fa comprendere che fin dagli inizi la Chiesa, chiamata a essere una realtà dinamica animata dallo Spirito Santo e quindi aperta all’azione del Signore che “fa nuove tutte le cose” (Ap 21,5), è tentata di trasformarsi in un’istituzione rigida regolata da leggi immutabili. Questo comporta che la Chiesa resti ostinatamente chiusa a ogni apertura, finché non viene sorpassata dall’inevitabile cammino dell’umanità e, più per opportunità che per convinzione, è costretta poi a cedere e ad accettare quel che aveva in tutti i modi strenuamente combattuto.

La Chiesa, che per la vitalità del vangelo, animata dalla sua energia, dovrebbe essere la forza propulsiva che trascina l’umanità verso la sua pienezza attraverso il riconoscimento della dignità, della libertà e del diritto alla felicità di ogni persona, spesso si trasforma così in zavorra che ne impedisce il movimento, giustificandolo con stantie formule inappellabili, e sentenzia, come un disco rotto, “Non licet!” (ultimo, in ordine di tempo, “Non è lecito benedire le unioni gay, anche se stabili”), per poi essere regolarmente smentita dal cammino dell’umanità, che va sempre più verso il riconoscimento della dignità di ogni uomo. E le persone, crescendo nella loro maturità e libertà, comprendono che per essere felici non hanno bisogno di un’autorizzazione di qualche congregazione vaticana che, se e quando arriverà, sarà sempre troppo tardi.

Dando una semplice occhiata alla storia della Chiesa, si può vedere che essa è quasi sempre stata contraria a ogni novità che portasse qualche vantaggio agli uomini, come se l’istituzione religiosa, rinchiusa nel sarcofago della sua dottrina, vedesse con orrore tutto quel che è nuovo, al quale non sa reagire se non arroccandosi sulla difensiva con Vade retro! non solo quando si trattano temi fondamentali della dottrina, ma anche per questioni marginali e ridicole.

Certamente oggi si sorride di fronte a tutto questo, ma Giuseppe Sarto, papa Pio X, aveva un’ossessione per quella che considerava una diavoleria, la bicicletta, e ne proibì l’uso ai preti. Il 25 maggio 1912 ingiunse al cardinale Giulio Boschi, arcivescovo di Ferrara e presidente della Conferenza episcopale dell’Emilia Romagna, che insistesse “sulla proibizione già fatta altra volta ai sacerdoti di usare della bicicletta. E per giungere il fine che si desidera troverei necessario che si ingiungessero ai vicari foranei l’obbligo sub gravi di denunciare al vescovo i disubbidienti e di comminare a questi la pena della sospensione da infliggersi almeno per quindici giorni dopo la prima inutile ammonizione. È tempo veramente di finirla con questo abuso veramente indecoroso al clero: prego l’Eminenza vostra Rev.ma di rammentare ai venerabili vescovi di essere rigorosi tanto nell’esigere dai vicari foranei l’adempimento di questo ordine, come nel punire immediatamente i colpevoli”. E i poveri preti per una pedalata rischiavano di essere sospesi dalla celebrazione dell’eucaristia per quindici giorni! La devozione al papa, però, non fermò i preti, specialmente quelli di campagna, che tra il divieto pontificio e l’urgenza di amministrare sacramenti a malati gravi non esitarono a scegliere. E un po’ alla volta il divieto evaporò.

Ora, in tempo di pandemia, non sono state poche le voci da parte di esponenti del clero contro l’uso del vaccino, che molti hanno visto come strumento del maligno per soggiogare l’umanità. Nulla di nuovo. Nel Seicento il vaiolo, male del secolo, faceva stragi e quando si cominciò a comprendere che la salvezza stava nell’inoculazione del vaiolo bovino (da qui il termine vaccino, da vacca) come da tempo si faceva in Cina, molti teologi insorsero vedendo questa pratica in contrasto con il volere di Dio.

L’arrogante presunzione della gerarchia ecclesiastica di possedere in esclusiva la conoscenza dei divini voleri è come una trave conficcata nell’occhio; essa impedisce di scorgere che l’unica volontà di Dio che appare nei vangeli è l’amore incondizionato del Creatore per le sue creature delle quali desidera il bene e la felicità, anche quando ciò va contro i proclami dottrinali. Questi passano, il bene degli uomini resta.

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