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Un popolo litigioso? Imparare la fraternità


Sui passi dell’Esodo
a cura di 

La storia biblica non finisce mai di stupirci per la prossimità che rivela, di pagina in pagina, all’attualità di ogni tempo, compreso il nostro.

Ricca di particolari e attenta a ogni minuzia, essa non omette cose che potrebbero sembrare troppo ordinarie per essere ricordate. Come per gli altri libri, anche in quello dell’Esodo, il narratore sacro si sofferma su elementi che a uno storico tipico del mondo di allora sarebbero sembrate quisquilie; di norma nel Vicino Oriente Antico, infatti, gli storiografi si occupavano delle imprese degli eroi e dei magnifici monarchi e non della vita comune.

La Bibbia ha un suo proprio intento originale che è quello di mostrare come Dio si proponga alla libertà umana negli eventi della storia. Ed ecco, allora, espressioni di quanto noi chiameremmo “minimalismo” letterario nella vicenda che il capitolo diciottesimo racconta: «Il giorno dopo Mosè sedette a render giustizia al popolo e il popolo si trattenne presso Mosè dalla mattina fino alla sera. Allora il suocero di Mosè, visto quanto faceva per il popolo, gli disse: “Che cos’è questo che fai per il popolo? Perché siedi tu solo, mentre il popolo sta presso di te dalla mattina alla sera?”. Mosè rispose al suocero: “Perché il popolo viene da me per consultare Dio. Quando hanno qualche questione, vengono da me e io giudico le vertenze tra l’uno e l’altro. Il suocero di Mosè gli disse: “Non va bene quello che fai! Finirai per soccombere, tu e il popolo che è con te, perché il compito è troppo pesante per te; non puoi attendervi tu da solo” » (vv.13-17). Un quadro che stupisce per la sua assurdità: gli ebrei sono da poco usciti dall’Egitto e ora si trovano ad affrontare la prima grande sfida del loro viaggio verso una terra di libertà e, prima ancora, verso un paese verde e fecondo dove poter finalmente piantare le tende e costruire case stabili e sicure. Dire che quanto il popolo stava vivendo fosse un’emergenza, una continua lotta contro la miriade di ostacoli che incontrava lungo il cammino, un azzardo di speranza contro un muro di realistica disperazione, è dir poco.

Per affrontare la morsa della sete e della fame, i morsi dei serpenti e delle pesti, la debolezza dei bambini e dei vecchi, la fatica di credere che domani il cielo del deserto si potesse aprire su quello dell’ubertosa Gerico, occorreva compattezza, accordo nella direzione da prendere, nelle strategie di sopravvivenza, nella comune responsabilità, nella solidarietà. E invece ecco quello che gli Israeliti fanno: litigano fra loro! Dall’entità che il racconto ci porta a immaginare circa il numero delle cause che Mosè doveva dirimere e risolvere, dovevano essere davvero tanti anche i motivi dei conflitti e, dunque, non tutti molto gravi. Su cosa gli ebrei, schiavi in fuga, profughi in cerca di una sopravvivenza, dovevano litigare nel deserto del Sinai? È una domanda che anche oggi siamo qui a porci dinanzi a situazioni paragonabili a quelle dell’Israele dell’Esodo, nella lotta contro il comune nemico della pandemia, e a ricordare quanto sia importante imparare a comportarci come fratelli.



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