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Enzo Bianchi "L’invenzione del nemico"

La Repubblica - 15 marzo 2021
per gentile concessione dell’autore.

Nelle ultime vicende politiche del nostro Paese, non lo si può negare, abbiamo assistito a un conflitto personalizzato tra soggetti politici: l’avversario è stato caricato di inimicizia e rancore, diventando così il nemico. È stata un’epifania di quel che si vive e si respira oggi nella nostra società: siamo sempre più arrabbiati, rancorosi e facilmente inventiamo dei nemici. Sì, perché accade che "ci facciamo dei nemici", non solo "abbiamo nemici". 
Come si inventano i nemici? 
Anzitutto con la parola, quando ci esprimiamo su un altro con diffidenze che diventano presto accuse e quindi calunnie. Percorriamo la strada dell’inimicizia perché percepiamo l’altro in competizione con noi, perché ci sembra un ostacolo alla nostra autoaffermazione, perché l’invidia o la gelosia ci spingono a rimuoverne la presenza. 
Il rancore e l’aggressività che sono nell’aria, che ammorbano i talk show e i social, sono molto più contagiosi del virus che cerchiamo di combattere con uno sforzo di responsabilità collettiva. La permeabilità al "così fan tutti" ci spinge a cercare i responsabili, a individuare quanti, vicini o lontani ma sempre ben definiti, possono essere percepiti e quindi classificati come nemici, "i miei nemici", quelli che mi fanno del male e mi ostacolano. 
Allora non c’è più un riconoscimento dei legami vissuti, dell’essere fratelli o parenti, amici o amanti. L’odio domina, ma l’affermazione che si dovrebbe avere il coraggio di fare – "Io odio" – viene proiettata sull’altro e trasformata in "Mi odia". Questo capovolgimento di prospettiva mi autorizza a sentirlo come un nemico e a trattarlo con inimicizia. 
Infine, soprattutto nei gruppi, si assume la logica del capro espiatorio. 
In particolare, chi detiene un certo potere e può influenzare gli altri cerca di riversare su chi gli appare come un ostacolo o un rivale il rancore e la responsabilità dei mali che affliggono il gruppo. 
Così si scarica l’odio sull’altro, si rende più saldo il proprio potere e si rimuovono dubbi e domande. 
Eppure il nemico, presenza che non può scomparire dall’esperienza umana, potrebbe essere occasione di insegnamento e di lezione. Ha scritto il Dalai Lama: "I nostri nemici sono i nostri più grandi maestri. Di fronte a essi possiamo verificare il nostro rispetto e la nostra accoglienza dell’altro. Possiamo interrogarci: ci siamo fatti dei nemici oppure i nemici sono davanti a noi per rivelarci le nostre debolezze e renderci più capaci di bontà?". Anche abba Zosima chiedeva ai suoi monaci di considerare il nemico come un medico che guarisce dall’orgoglio, dalla vanagloria e dall’arroganza. E non posso certo dimenticare Gesù e il suo comandamento radicale: "Amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano". 
Ma si intenda bene: amare è una cosa seria, un’operazione che richiede intelligenza e non permette di essere remissivi. Ci si disarma perché il male lo si vince rompendo la catena del male. Se si pratica l’"occhio per occhio", tutti diventiamo ciechi; se invece immettiamo nell’aria perdono, amore e tenerezza, allora saremo contagiati da questo buon virus.

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