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La tenda sotto la nube e un Dio che dà speranza



Sui passi dell’Esodo
a cura di 
15 Dicembre 2020

L’ultima cura, e la più attenta di tutte, è riservata alla costruzione e alla consacrazione della Dimora di Dio in mezzo all’Israele dell’Esodo. La descrizione di ogni minimo dettaglio dei suoi arredi, dell’oro, dei vari altri materiali usati, delle geometrie e delle misure che devono essere osservate, fanno dubitare che tutto ciò potesse realizzarsi nel deserto del Sinai ma che, in molti elementi, non fosse altro che una retroproiezione temporale del Secondo Tempio, quello che gli ebrei edificarono al ritorno dall’esilio. 

Del resto anche il Primo Tempio non fu costruito se non durante il regno di Salomone, circa tre secoli dopo le vicende presenti. E non va certo dimenticato come Dio fosse stato riluttante all’idea che gli venisse costruita una “casa” e non gradisse risiedere in un luogo comodo e sedentario: «Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io infatti non ho abitato in una casa da quando ho fatto salire Israele dall’Egitto fino ad oggi. Sono andato vagando in un padiglione» (2 Samuele 7,5-6). Al di là della plausibilità esodica di ogni parte della Dimora, la “Tenda del Convegno” deve avere un’origine antica ma, soprattutto, assume rilevanza in ciò che va ad esprimere simbolicamente: che senza un “Dio con loro” gli ebrei non sarebbero riusciti a camminare per quarant’anni nel deserto sino a raggiungere la terra promessa, così come non avrebbero mai potuto insediarvisi senza di Lui. Indispensabile era la Testimonianza e l’Arca che, munita di stanghe, potesse diventarne il tabernacolo per essere introdotta nella Dimora. Sulla tavola erano posti dei pani, segno di un Dio materno che non manca di nutrire i suoi figli. Dobbiamo dare un valore teologico a ogni elemento del racconto. 

«Allora la nube coprì la tenda del Convegno e la gloria del Signore riempì la Dimora (…) Per tutto il tempo del loro viaggio quando la nube s’innalzava e lasciava la Dimora, gli Israeliti levavano le tende» (cap. 40, vv.34.36-37). Nessuna Dimora materiale può fermare la nube di Dio, fiamma di Gloria e di Spirito che trascina dietro di sé le tende degli umani. Un Dio che si muove e fa muovere, che apre passi di futuro e di speranza, tra le sabbie e le steppe della vita personale e collettiva. 

Un Dio che si incarna in un’arca ogni volta più intima alla sua Dimora, ogni volta più sospesa tra il mare e la terra, tra il passato e il sogno. Lo stesso Dio che, a Natale, prende dimora in una mangiatoia, sulle vie dei fuochi dei pastori e dei voli degli angeli. Non più una nube ma una stella cometa a dare il segnale ai lontani e ai vicini. Un coro celeste a cantarne la Gloria, accompagnando l’arca dell’alleanza nutrita del pane che si offre sul grembo di Maria. «Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’albergo» (Luca 2,7). Come il Dio di Mosè anche il Figlio non potrà vivere in un Tempio ma sarà compagno di strada, eterno migrante: «le volpi hanno le tane e gli uccelli del cielo hanno i nidi ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Matteo 8,20).

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