Alberto Maggi “La natura va custodita, non devastata”

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La lezione delle Sacre Scritture all’umanità in pandemia. “Sono almeno tre le indicazioni che si possono trarre dalla Sacra Scrittura. Quelle che possono aiutare a comprendere, e quindi a vivere, il momento attuale. La prima è che il Creatore ha posto l’uomo come custode del giardino di Eden per coltivarlo (Gen 1,15) e non per devastarlo. Quando l’uomo anziché custodire la natura la devasta, è sempre a causa della sua ingordigia. Della bramosia di avere sempre più. La natura con tutte le sue forme va rispettata, amata. Quando viene violentata, a rimetterci, poi è sempre l’uomo“, afferma a Interris padre Alberto Maggi.

Universalità della misericordia in pandemia 

Fine biblista, teologo e religioso dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato al “Marianum”, alla Pontificia Università Gregoriana” e alla Scuola Biblica di Gerusalemme. Padre Alberto Maggi, da 25 anni dirige il Centro studi biblici “Giovanni Vannucci”. Ha condotto per Radio Vaticana la trasmissione “La Buona Notizia è per tutti!”. E’ autore di apprezzati saggi come “Chi non muore si rivede” (in cui racconta la sua esperienza della malattia). E “L’ultima beatitudine” sul mistero della morte. Nel libro “Due in condotta” ripercorre la sua vita da quando era bambino nel dopoguerra. Padre Maggi si dedica alla divulgazione, a livello popolare, della ricerca scientifica nel settore biblico. Attraverso scritti, trasmissioni radiofoniche e televisive e conferenze in Italia e all’estero. La sua opera è apprezzata nelle diocesi di tutto il mondo. I suoi libri sono incentrati sull’universalità della misericordia che papa Francesco ha posto a fondamento della sua missione sul Soglio di Pietro.

Oggi che il mondo affronta una terribile pandemia, quale testimonianza arriva dal Vangelo? 
 “Per questo i credenti sono chiamati a collaborare con Gesù all’azione creatrice del Padre (Gv 14,12), e il creato stesso, come attesta Paolo, attende con impazienza la realizzazione degli uomini quali figli di Dio (Rm 8,13). Il secondo insegnamento è che di fronte alla pandemia o altre calamità non bisogna né attribuirne la responsabilità a Dio, né tantomeno chiedergli, ingenuamente, di fermarla. L’insegnamento del Getsèmani (Mc 14,36) è che il Padre non interviene negli avvenimenti della vita per modificarli, ma può comunicare all’uomo la sua stessa forza per affrontarli, viverli e superarli”. 

E il terzo insegnamento? 
“E’ quello dell’urgenza dell’accoglienza del vangelo nella vita dei credenti, in modo che ognuno si trasformi nella buona notizia che l’umanità ferita attende. Per questo il credente non è colui che attende la “luce in fondo al tunnel”, ma colui che nel tunnel, nel buio, è questa luce, che illumina, riscalda e indica la via da proseguire (‘Voi siete la luce del mondo’, Mt 5,14)”.

Quale ruolo hanno i lebbrosi nelle Scritture? 
“La lebbra era una piaga devastante alla quale sono dedicati ben due capitoli del Libro del Levitico (Lv 13-14). Per lebbra non s’intendeva solo il morbo di Hansen, ma qualunque infermità della pelle o della cute, eczemi, scottature comprese, dalle quali si poteva poi guarire (Lv 13,17.23.28.37). La lebbra era ritenuta ‘La figlia primogenita della morte” (Gb 18,13) e i lebbrosi considerati dei cadaveri ambulanti, come “uno nato morto la cui carne è già mezzo consumata quando esce dal seno della madre’ (Nm 12,12)”.

Può farci un esempio? 
Per l’orrore che suscitava, la lebbra non veniva considerata una malattia come le altre, bensì un castigo inviato da Dio, per questo il lebbroso non suscitava pietà, ma disprezzo, in quanto era ritenuto maledetto da Dio. Emarginati dalla società, i lebbrosi dovevano vivere fuori dai villaggi (Nm 5,2), portare le vesti strappate, e gridare: ‘Immondo! Immondo!’, quando vedevano comparire delle persone (Lv 13,45-46). Non potevano né avvicinare né essere avvicinati (‘Scostatevi! Un impuro!’ si gridava per loro, ‘Scostatevi! Non toccate!’, Lam 4,15, Lv 5,3). La guarigione di un lebbroso veniva considerata un avvenimento straordinario e che solo Dio poteva operare (2 Re 5,7)”.

A cosa si riferisce? 
“Nell’Antico Testamento, nonostante la vastità di persone affette dalla lebbra, si narrano soltanto due guarigioni di lebbrosi, quella operata da Dio stesso su Maria, la sorella di Mosè, punita con la lebbra dal Signore per la sua ambizione (Nm 12,10-15; Dt 24,9-9), e quella di Naaman il capo dell’esercito del re di Aram, ad opera del profeta Eliseo (2 Re 5; Lc 4,27). La situazione dei lebbrosi era senza speranza, perché se dal punto di vista fisico erano degli emarginati, dal punto di vista religioso erano ritenuti maledetti da Dio e considerati impuri”.

Cosa significava dal punto di vista sociale avere la lebbra al tempo di Gesù? 
“La lebbra non rendeva l’individuo solo malato, ma anche impuro. Dio, il puro per eccellenza (Is 6,3), non si poteva rivolgere a una persona che era impura, e l’immondo non si poteva rivolgere a Dio. La situazione del lebbroso era pertanto di completa disperazione. Rifiutato da tutto e da tutti, il lebbroso aveva perso tutto, la famiglia, il lavoro, gli amici, l’onore e anche la relazione con il Signore. Ma i vangeli narrando dell’incontro di Gesù con il lebbroso (Mc 1,40-45), mostrano che il Signore non solo non allontana da sé il lebbroso, ma lo tocca e la lebbra scompare”. 

Perché? 
“Il grande insegnamento è che Dio non ama l’uomo per i suoi meriti (il lebbroso non ne aveva), ma per i suoi bisogni. Per il Signore non esistono persone impure, è la religione a dividere gli esseri tra meritevoli e no, non Dio, come affermerà Pietro dopo l’incontro con il pagano Cornelio: ‘Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo’ (At 10,28)”.
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