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Adalberto Mainardi "Invocare, con pazienza, fede e speranza"

19 agosto 2020
Dal Vangelo secondo Matteo - 
Mt 18,15-20 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:"15Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.
17Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 18In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. 19In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 20Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro»

La correzione fraterna è una delle esigenze evangeliche più difficili da mettere in pratica. Matteo propone qui una pedagogia della correzione, in vista del ristabilimento della comunione.

Correggere è difficile, perché chi corregge non è mai esente da colpe e il vangelo chiede di togliere la trave dal nostro occhio prima di levare la pagliuzza dall’occhio del fratello. Accettare di essere corretti è difficile perché noi non vediamo il nostro peccato. Per questo la correzione deve fiorire da un terreno comune, un amore fraterno saldo che non si basa sull’irreprensibilità dell’uno o dell’altro, ma confida nell’amore e nel perdono del Signore, sia per chi ha un incarico di correzione sia per colui al quale è chiesto di ascoltare la correzione: “Va’ e ammoniscilo tra te e lui solo” (v. 15), va’ e parlagli in nome del comune vincolo di amore fraterno, dell’amore che deve animare ogni membro della comunità cristiana. Se il dialogo fraterno fallisce, chiedi ad altri (“due o tre persone”, cf. v. 16) di aiutare entrambi nel discernimento. Infine, la comunità stessa è chiamata a farsi mediatrice del conflitto. L’intero percorso non è una procedura di scomunica ma mira essenzialmente alla riconciliazione (cf. v. 15). Certo, il processo può fallire (cf. v. 17), e tuttavia sta nell’orizzonte del perdono illimitato (cf. v. 22).

La nostra Regola monastica fa riferimento a questa pericope quando parla della correzione fraterna come esigenza della vita comune: “Vivendo insieme è possibile scoprire le proprie mancanze, correggerle e sentire più forte desiderio del mutamento. Correggi dunque chi sbaglia, ma sii paziente e dolce con tutti. Ogni volta che il fratello pecca contro di te perdonalo fino a settanta volte sette, e se devi correggerlo fallo da solo a solo, al momento opportuno e non in quello sbagliato, con la dolcezza e la misericordia di Cristo, e solo se il fratello non ti ascolta ti rivolgerai al consiglio della comunità” (Regola di Bose 15).

Certo la correzione può fallire, il conflitto rivelarsi insanabile, la contestazione portare alla separazione. La Regola di san Benedetto chiede in questo caso di ricorrere allo strumento più potente, la preghiera di intercessione. Anche il vangelo lo chiede, come ha mostrato il nostro fratello Alberto nel suo recente commento a questo stesso passo: “Il vero potere conferito dal Signore alla sua chiesa è il sacramento del perdono … Vi è ancora una cosa che si può fare per il peccatore, quand’anche si fossero esaurite tutte le possibilità di correzione, ed è la preghiera … ‘accordarsi’ per domandare a Dio, nella preghiera, non semplicemente ‘qualunque cosa’ ma ‘un affare qualsiasi’, dove ‘affare’ (prâgma) è termine tecnico per una controversia all’interno della comunità … Quando c’è unanimità nella preghiera, è come se il Signore stesso fosse presente e giudicasse in mezzo alla comunità”.

Solo il Signore è giudice giusto; solo il Signore che viene tra i suoi può fare unità e riconciliare gli uni e gli altri (cf. Ef 2,14): ma deve essere invocato, con pazienza, con fede, con speranza. La comunità, infatti, è la comunità del Signore, non di Paolo, né di Apollo, né di Cefa (cf. 1Cor 1,12).


Fratel Adalberto

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