Luciano Manicardi "L'umana fragilità e la virtù della cura"

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domenica 12 aprile 2020

Che fare delle fragilità che riconosciamo in noi e negli altri? È possibile riconciliarsi con i nostri limiti e accogliere la fragilità come un dono?
In questo tempo tragico, possiamo parlare di “grazia della fragilità”? Sono le domande alla base di Fragilità, il nuovo libro di Luciano Manicardi (Qiqajon, pagine 90, euro 10,00), di cui anticipiamo in questa pagina un estratto. La fragilità, osserva il priore di Bose tocca diversi ambiti della vita relazionale, civile, economica: e oggi questo è più evidente a causa dell’emergenza Covid–19. La fragilità è una dimensione costituiva dell’essere umano, ci interpella ed esige una risposta. Eppure l’umile riconoscimento della condizione propria e altrui di fragilità può creare legami e possiamo farne lo spazio in cui davvero lo spirito umano può rivelarsi resiliente, creativo, geniale.

La fragilità esige dall’uomo lo sguardo lucido e critico per discernerla dietro le apparenze della forza, della solidità e della robustezza. Alcuni esempi biblici lo mostrano. Occorre la sapienza del veggente Daniele per riconoscere un imponente impero e la sua caduta nell’enorme statua umana fatta di oro, argento, ferro e bronzo, ma con i piedi in parte di ferro e in parte di argilla e che si sbriciola al cadere di una pietra sul piede di argilla (cf. Dn 2,31–35). Come occorre lo sguardo profetico di Gesù sulla città di Gerusalemme, salda e compatta architettonicamente, per riconoscere e piangere la sua prossima rovina mentre gli inconsapevoli pellegrini che vi giungevano intonavano il canto gioioso del salmo 122 (cf. Lc 19,41–44). Occorre lo sguardo penetrante di Gesù che vede la precarietà dell’imponenza e dello splendore del tempio di Gerusalemme, di cui preannuncia la prossima rovina di fronte ai suoi discepoli che ne ammiravano le pietre e i doni votivi (cf. Mt 24,1– 2; Mc 13,1–2; Lc 21,5–6). Gli imperi crollati nel corso della storia, le Chiese scomparse in alcune regioni del mondo, le isole sprofondate nei mari, le città distrutte dai terremoti, i cumuli di rovine lasciati da guerre o disastri naturali, non sono che esempi dell’evidente onnipervasiva e sempre incombente fragilità.

Anche il crollo di un impero, come la fine di una relazione coniugale, come il fallimento di una grande azienda possono apparire improvvisi, ma in verità sono preparati da una storia, più o meno lunga. Occorrerà un fattore scatenante, sarà intervenuta la classica goccia che fa traboccare il vaso, ma anche la fine ha una storia che si cela nella fragilità inerente all’impero stesso, alla relazione coniugale, alla grande azienda. Ciò che appare all’improvviso e si presenta come ineluttabile, in realtà ha anch’esso una storia. Dipendenza, carenza, sofferenza (ma dovremmo mettere al plurale questi termini), sono dimensioni dell’umana fragilità. La fragilità originaria e costitutiva dell’umano è inscritta nel suo stesso corpo. L’ombelico è una cicatrice indolore, centrale, incancellabile della nostra dipendenza originaria: è la cicatrice della nostra nascita. Il centro del nostro corpo è occupato dalla memoria di una ferita originaria che dice la nostra dipendenza e la nostra fragilità costitutive. Ma anche prima dell’uomo, l’evoluzione mostra che sono proprio le fragilità, le imperfezioni e le casualità che consentono ai sistemi, ai viventi e all’uomo stesso di evolvere. Telmo Pievani, nel suo saggio sull’imperfezione, lo mostra sia per quanto riguarda il dna sia per quanto riguarda il cervello umano. Egli scrive che «se il naturalista vuol capire come funziona l’evoluzione, deve cercare le imperfezioni, i tratti inutili e vestigiali, perché quelli sono la traccia di cambiamenti passati e promessa di cambiamenti futuri. Dove c’è imperfezione, c’è qualcosa che accade, un evento, un pro- cesso, un mutamento, una relazione. Al contrario, la perfezione è, per definizione, compiutezza atemporale».

La nascita dell’uomo, che lo vede piangente e nudo, esposto e in balia del mondo, esprime già la fragilità della condizione umana: questa fragilità potrà essere nascosta, coperta, dimenticata, ma non sarà mai oltrepassata. Sappiamo bene che rispetto agli animali l’uomo abbisogna di un tempo infinitamente più lungo per divenire autonomo. La fragilità dell’uomo è espressa da Maria Zambrano con l’idea della nascita prematura, incompleta: «L’uomo deve non tanto costruire la sua vita, quanto proseguire la sua incompiuta nascita; deve nascere via via lungo la propria esistenza, ma non in solitudine, bensì con la responsabilità di vedere e di essere visto, di giudicare e di essere giudicato, di dover edificare un mondo in cui possa venir racchiuso questo essere prematuramente nato». L’uomo è l’essere che viene al mondo più prematuramente e deve pertanto provvedere con istituzioni e cultura (famiglia, società, scuola, educazione, diritti, eccetera) a costruirsi un mondo abitabile, un mondo che sia a misura della sua fragilità, un mondo che lo possa proteggere. Nascita e morte sono i due poli della fragilità che racchiudono in sé la vita umana. Tanto il neonato quanto il morente sono affidati alle cure di altri; tanto il neonato quanto il morente devono essere vestiti da altri, mentre nel tempo tra nascita e morte l’uomo si veste da sé. Nascita e morte istituiscono l’uomo ponendolo nell’orizzonte della fragilità. La nascita è segnata da una dipendenza, da una passività originaria che si raggiunge nuovamente nel morire: in latino i verbi “nascere” e “morire” sono deponenti, hanno cioè forma passiva e senso attivo (nascor, morior). Con la nascita, la fragilità si colora delle tinte originarie della perdita, della rottura, del distacco, della separazione, del taglio corporeo dalla madre.

Da allora in poi la vita sarà un processo di distacchi che consentiranno nuovi attaccamenti. Ulteriore segno, questo, di una dimensione di precarietà che è tout court la condizione umana. Il pe- diatra e psicoanalista Donald Winnicott afferma che il neonato non esiste, nel senso che non può vivere senza la presenza della madre: senza una persona che si curi di lui, non potrebbe sopravvivere. Se tutto questo può sembrare scontato, mi interessa ancor più sottolineare che la fragilità può essere al cuore dell’umanizzazione dell’uomo. Anche la paleoantropologia ce lo mostra. Negli anni cinquanta del secolo scorso in Iraq è stato trovato lo scheletro di un uomo neanderthaliano che doveva avere circa quarant’anni al momento della morte, e che era gravemente handicappato e non avrebbe mai potuto sopravvivere senza l’aiuto costante del gruppo di appartenenza. Invece di escludere dal proprio gruppo la persona menomata, il gruppo l’ha assunta prendendosene cura: come se l’esclusione fosse sentita insopportabile. Questa scelta, contraria alla logica dell’utilità che domina il mondo dei viventi, conduce a una riorganizzazione profonda della società ponendo al centro di essa la persona menomata. Abbiamo qui un indizio importante che ha conseguenze per la vita personale, sociale e politica. L’incontro con l’essere umano che visibilizza nel proprio corpo o nella propria psiche i segni della più grande fragilità, porta l’uomo a scoprire il senso vero della sua stessa umanità. La fragilità umana riguarda le relazioni, la salute, il lavoro: se l’uomo non si riduce alle sue fragilità, tuttavia il suo essere ne è letteralmente impastato. La fragilità dice la nostra esposizione, la nostra apertura, che è al contempo apertura alla vita e all’amore come al rischio e al pericolo.

Davvero nessun elogio della fragilità: che elogio c’è da fare quando una relazione amorosa o amicale si sfalda e muore, magari lasciando posto a odio e rancore? Che elogio c’è da fare quando la fragilità schiaccia una persona conducendola al suicidio? Che elogio c’è da fare quando il dolore fa impazzire una persona? Troppo spesso le fragilità diventano rotture, fine traumatica di relazioni, angosce, follia, e allora la risposta da dare si situa sul piano della solidarietà, della presenza, dell’attiva compassione, dell’azione di giustizia e di misericordia tanto sul piano interpersonale, quanto su quello sociale, medico, politico per attenuarne gli effetti disumanizzanti. La giustizia libera dalla morte, o quantomeno, libera dagli effetti mortiferi di tante rotture esistenziali consentendo di attraversarle e dunque di assumerle impedendo loro di pronunciare la parola fine sul nostro vivere.


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