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Enzo Bianchi "Una Chiesa sempre più povera"

Una Chiesa sempre più povera (Enzo Bianchi)

Non è certo questa la prima volta in cui mi sento spinto a scrivere sul silenzio e sull’inerzia ecclesiale che appare attestata di fronte alla scomparsa della vita religiosa, soprattutto alla scomparsa delle “suore”, dalle chiese locali del nostro occidente, in special modo nella nostra Europa occidentale.
Lancio ancora una volta un grido, pongo delle domande che mi paiono decisive per il volto della chiesa cattolica: che cosa pensa il popolo cristiano di questa scomparsa? Che cosa fanno in primo luogo i vescovi, come reagiscono di fronte al venir meno di una presenza carica di carismi e di diaconie nella comunità cristiana?
Perché questa apparente “dolce morte” non sembra preoccupare quanti hanno la responsabilità di compaginare i diversi ministeri, servizi e operazioni nel corpo ecclesiale? Ci rendiamo conto di essere di fronte a un ridimensionamento della vita religiosa che nel prossimo futuro renderà la chiesa precaria? C’è chi pensa che queste domande e sollecitazioni provengano da “profeti di sventura” e siano segnate da pessimismo peccaminoso, in contraddizione con la fede e la speranza cristiana, ma in realtà si tratta solo di avere il coraggio di vedere, di leggere e di fare discernimento in un’ora di “crisi” innegabile, evidente anche e soprattutto nella vita religiosa.
Conosciamo bene le diverse statistiche pubblicate. Negli ultimi cinquant’anni gli istituti religiosi hanno perso circa il 40% dei loro membri, l’età media delle suore in Italia si è attestata sui 75 anni e resta significativo un dato pubblicato in un recente libro di Armando Matteo: nel 1950 per ogni seminarista vi erano sette suore nella vita religiosa, mentre oggi la proporzione è di una mezza novizia per ogni seminarista.
Conosciamo anche le cause sociali di questa diminutio. Dagli anni ’60 del secolo scorso il nostro modo occidentale è vertiginosamente cambiato: la secolarizzazione ha tolto la centralità alla religione cattolica nella società; una profonda crisi della fede si è innestata in generazioni sempre più incapaci di garantire le condizioni per la trasmissione dell’eredità cristiana; l’affievolirsi dei legami familiari e la riduzione demografica dellenascite rende l’Italia la terra meno feconda in Europa; l’indifferenza verso le forme religiose impoverisce le comunità cristiane…
Così è giunto anche il deserto, la sterilità vocazionale, l’incapacità di rispondere alla domanda che risuona ancora ma che nessuno segnala o echeggia: “Chi manderò?” (Is 6,8). Va detto con chiarezza: è venuta meno nella chiesa l’arte della chiamata, della vocazione, anche a causa dello spegnimento della convinzione da parte di molti. Non si ritiene più che “valga la pena” donare la propria vita al Signore interamente, per sempre, fino alla morte, in una concreta alleanza di fratelli e sorelle, alleanza in cui si deve perseverare con fedeltà. E poi va anche detto senza paura: quando non si ha più la convinzione profonda che il celibato è un dono di Cristo che può far parte della sua sequela, allora lo stesso fondamento della vita religiosa viene a mancare e la vita comunitaria,che è proprio ciò che il celibato permette di vivere quale forma di amore fraterno cristiano, non può mantenere la sua forza e la sua capacità di essere segno del Regno presente in mezzo all’umanità.
Ma se è vero che, almeno in Italia, le vocazioni presbiterali sono ancora attestate qua e là, “a macchia di leopardo”, per la vita religiosa, soprattutto femminile, le vocazioni sono spesso assenti per molti istituti e rarissime per alcuni altri. Certo, continua da decenni la leggenda secondo cui la vita religiosa attiva arretra, mentre quella claustrale, contemplativa avanza. Ma questa è una pia bugia, perché resta vero che in Italia alcune (poche) comunità claustrali sono fiorenti, ma la maggior parte ha vita precaria e non a caso si sta dolorosamente e faticosamente confrontando con i dettami dell’Istruzione Cor orans, emanata dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica.
Per me, monaco e anziano, ormai alle soglie dell’esodo definitivo, la sofferenza è profonda. Non solo perché ho sperato in una primavera del monachesimo e della vita religiosa nel passaggio del millennio, ma perché non vedo chi nella chiesa rifletta e si ponga domande su questa diminutio che in alcuni casi è una vera e propria scomparsa. Faccio un’anamnesi personale: sono nato in un piccolo villaggio del Monferrato di circa mille abitanti e sono stato educato cristianamente soprattutto da tre suore appartenenti a una congregazione che allora contava centocinquanta sorelle. Ho sempre ricordato quelle suore e, finché sono vissute, ho cercato di andarle a trovare per esprimere loro la mia gratitudine.
Poi ho seguito la congregazione che apriva fondazioni in Brasile e nelle Filippine, mentre le sorelle italiane invecchiavano e se ne andavano, lasciando i diversi villaggi nei quali avevano svolto un servizio che faceva parte del volto della chiesa, allora riassumibile nella presenza del parroco e delle suore. Ora non sono neppure più dieci anziane…
È una situazione non facile da vivere, perché scuote profondamente tutto ciò che si è vissuto, creduto e operato nella propria vita. Si tratta però di una situazione pasquale: non nel senso che vi sarà una rivalsa, una vittoria sulla diminuzione e sulla morte, ma pasquale perché in tale situazione il chicco di grano caduto a terra può dare il suo frutto (cf. Gv 12,24). Anche in questa condizione è sempre possibile vivere il Vangelo e comprendere che il nemico non sta all’esterno, ma abita in noi. Per lottare contro tale avversario basta poco: restare umani e vivere rapporti umanissimi all’insegna della carità reciproca.
La presenza delle suore ci mancherà, il volto della chiesa cattolica non sarà più quello che abbiamo conosciuto negli ultimi secoli e la comunità cristiana sarà più povera, non solo perché diminuiranno diaconie e servizi, ma perché verrà meno il segno di una memoria del Vangelo concreta, vissuta nella carne da uomini e donne che sono stati sedotti dal Regno.

Enzo Bianchi
Fondatore Comunità di Bose

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