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Ogni «nodo» sulla rete è un mondo. Così ci sentiremo carovana solidale

Chiara Giaccardi
lunedì 3 giugno 2019

Siamo membra gli uni degli altri. Un bel modo per decostruire, evangelicamente, almeno due luoghi comuni che ci stanno intossicando: il mito dell’equivalenza e quello dell’autonomia.
Siamo tutti diversi, quindi ciascuno è irrinunciabile (mentre gli equivalenti sono fungibili). Siamo interdipendenti, quindi se una parte sta male tutto il corpo (sociale) ne risente. E pur nella diversità costituiamo un’unità, che è sempre più della somma delle parti, dell’addizione di tanti piccoli 'io' autoreferenziali. Che tuttalpiù formano una massa, non certo un corpo. «Siamo membra gli uni degli altri» è un altro modo di parlare dell’identità. Non come identificazione, adesione individuale a un corpus di tradizioni, di miti, di tratti definiti che scavano fossati tra 'noi' e 'loro'. Un forziere da difendere contro chi ci vuole depredare, dove l’altro è un nemico. Piuttosto, come 'individuazione' (termine di Jung), ovvero il processo mai finito di diventare persone, che può avvenire solo grazie ad altri. L’altro non è una minaccia, ma la condizione della nostra identità.

Lo scriveva anche Hannah Arendt: «Per la conferma della mia identità io dipendo interamente dagli altri; ed è la grande grazia della compagnia che rifà del solitario un 'tutto intero'». Lo scrive papa Francesco: «Identità, che è fondata sulla comunione e sull’alterità», «l’alterità come parte integrante e condizione della relazione e della prossimità». Solidarietà tra le membra non è perciò un dover essere ma la conseguenza di una interdipendenza costitutiva. Questa immagine illumina anche la comunicazione digitale, «ormai indistinguibile dalla sfera del vivere quotidiano». Come scrive il filosofo Floridi, viviamo ormai onlife. Industrializzazione e urbanizzazione nel secolo scorso hanno segnato la fisionomia delle nostre città e il nostro modo di vivere. Lo stesso vale per il digitale oggi (anche per chi non usa i social). Questa è la realtà in cui viviamo. Per abitarla e darle forma e senso, anziché semplicemente adattarvisi, l’immagine evangelica evocata da papa Francesco è una preziosa bussola: reciprocità e non semplice funzionalità. Ogni 'nodo' è un mondo, non l’ingranaggio di un sistema; singolarità e relazionalità si sostengono a vicenda, dato che ogni nodo ha valore in sé e si definisce in relazione al tutto: «La rete funziona grazie alla compartecipazione di tutti gli elementi». La rete dunque non è nemica delle relazioni, anzi. Tutto dipende non da come 'la usiamo' ma da chi siamo.

Nella nostra vita quotidiana, in ciascuno degli ambienti, pubblici e privati, fisici e digitali che attraversiamo. Siamo 'interi'? Siamo «volti, rivolti verso l’altro, coinvolti con gli altri»? Ci sentiamo popolo, carovana solidale? Sappiamo donarci, disposti a perderci per ritrovarci? In questa prospettiva, la stessa libertà non può che essere relazionale. Siamo liberi non quando ci sottraiamo allo sguardo e al giudizio nascondendoci nell’anonimato, o quando diamo sfogo alla nostra aggressività scambiandola per autenticità, ma quando siamo capaci di valorizzare e far crescere la libertà degli altri, come scriveva Mandela.

Siamo membra gli uni degli altri, nodi di un’unica rete, significa che siamo persone e non individui. L’individuo è astratto (separato dalle relazioni, dalle interdipendenze, dal suo stesso corpo che diventa materia a disposizione), mentre la persona è concreta, ovvero intrecciata, invischiata, coinvolta con gli altri e la realtà: «La nostra vita cresce in umanità col passare dal carattere individuale a quello personale; l’autentico cammino di umanizzazione va dall’individuo che percepisce l’altro come rivale alla persona che lo riconosce come compagno di viaggio».

Un programma antropologico che ha nell'ambiente 'misto' un possibile alleato e non un nemico. Certo ci sono tensioni, prima di tutto dentro noi stessi, e poi nel nostro ambiente. Lo scriveva McLuhan nelle sue leggi dei media: ogni medium può capovolgersi nel suo contrario. Da ponte a muro. È questa ambivalenza che dobbiamo imparare ad abitare, concretamente e con responsabilità, piuttosto che vagheggiare di risolverla con qualche magica e astratta ricetta. La persona è relazione, e anche la fede lo è: «La fede stessa, infatti, è una relazione, un incontro». Se non siamo capaci di questo movimento che riconosce l’altro come parte di noi, fidando nella capacità di ridurre le distanze che ci sembrano a volte insormontabili, non saremo capaci nemmeno del movimento non garantito e audace dell’affidamento a una persona che ci ha chiamati fratelli e amici: «L’obbligo a custodire la verità nasce dall'esigenza di non smentire la reciproca relazione di comunione». La Trinità è il paradigma comunicativo: unità che non cancella le differenze, comunicazione che è comunione, relazionalità costitutiva che genera vita. Fake news, autismo digitale, hate speech sono epifenomeni di un individualismo che vede l’altro come nemico, di una paura del mondo che diventa rassegnazione al conflitto o alla ritirata. Mai senza l’altro, coraggiosi onlife sia il nostro motto per l’era digitale.

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