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Rosanna Virgili "Il celibato per il Regno"

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10Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». 11Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso.

12Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca» (Mt 19,10-12).

Il contesto in cui Gesù si trova a parlare di eunuchi è illuminante per comprendere il senso del suo inaspettato discorso. Nei versetti precedenti l’Evangelista Matteo racconta di una controversia tra Gesù e alcuni Farisei.
Di questi ultimi si dice anticipatamente che più che avere un sincero desiderio di conoscere l’ interpretazione che Gesù dava della Legge, volessero metterlo alla prova (cf. Mt 19,3-9). L’argomento in campo era quello del ripudio, di quando, cioè, fosse lecito ad un marito rimandare la propria moglie. Dopo aver ascoltato la risposta di Gesù che restringeva al solo caso di concubinato la sua liceità, persino i suoi discepoli si mostrano increduli e spiazzati al punto che, rivolgendosi al loro maestro, candidamente dicono: “Se è questa la condizione dell’uomo rispetto ad una donna, allora non conviene sposarsi” (Mt 19,10).

Una affermazione del genere, fatta dai discepoli, può stupire, soprattutto un pubblico moderno come il nostro. Ma ancor più potrebbe stupire la replica di Gesù a tali parole. Invece di completare e chiudere sull’argomento del ripudio, egli quasi dà ragione ai discepoli e coglie l’occasione per indicare loro una strada
diversa e, forse, migliore, ma che “non tutti possono capire”. Viste le condizioni non proprio vantaggiose che il matrimonio prevede per un uomo, perché non provare a pensare ad uno stato di vita celibe? Per aprire una prospettiva così distante dalla mentalità e dalla cultura giudaica, Gesù parte dal considerare delle persone particolari la cui presenza era frequente in tutto il mondo antico del bacino del Mediterraneo: gli eunuchi.

Di essi parla anche la Bibbia, presentandoli come le persone più affidabili delle grandi corti (si pensi a quella di Assuero, re di Persia, cf. Est 1,1m ), affidabili perché costrette a prendersi cura della vita degli altri, non potendo averne una propria. L’eunuco, infatti, non può avere una moglie, né dei figli e questo gli toglie ogni dignità, titolarità e dolcezza di vita. In ambito religioso, poi, l’eunuco è particolarmente sfortunato, perché non può certamente aspirare al sacerdozio, essendo richiesto per questo un corpo senza alcun difetto, ma non può neppure godere della benedizione di Dio, il cui primo inopinabile segno è l’abbondanza di figli, in special modo maschi. All’eunuco, insomma, è preclusa ogni gioia umana e divina, tutto ciò che celebrano i versi del Sal 128:

Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.
La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.
Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore.

Gesù doveva sapere molto bene che nella fede del suo popolo l’eunuco fosse un tagliato fuori dal cospetto di Dio e delle sue benedizioni. Un uomo dall’esistenza amara, dal destino spezzato, escluso dalla solidale felicità della santa assemblea dei fedeli. E chissà perché proprio partendo dai poveri eunuchi – alcuni di nascita, altri evirati per volontà umana – Gesù ipotizza uno stato di vita simile al loro, voluto da alcuni “per il Regno dei cieli”!

Nel seguito del testo di Matteo l’argomento si interrompe e Gesù non parlerà più di essi.

Il celibato di Geremia

Nel Primo Testamento c’è un’unica grande figura cui espressamente Dio chiede il celibato. È il profeta Geremia. Certamente il celibato non va, tuttavia, confuso con l’essere eunuco, in quanto non sono affatto la stessa cosa. Ma è lecito pensare che quando Gesù parlava di “eunuchi per il Regno dei cieli” intendesse piuttosto parlare di celibi, che di eunuchi veri e propri. Il celibe, infatti, non è portatore di una diversità fisica, come, invece, lo è l’eunuco e decide semplicemente di non sposarsi. Questo è, come abbiamo visto, il contesto, in cui Gesù parla di tali “eunuchi”. Non resta che esplorare in quale raro caso di celibato rientrasse quello di Geremia per cogliere un esempio che possa anticipare qualche caratteristica peculiare alla figura introdotta da Gesù.

1Mi fu rivolta questa parola del Signore: 2«Non prendere moglie, non avere figli né figlie in questo luogo, 3perché dice il Signore riguardo ai figli e alle figlie che nascono in questo luogo e riguardo alle madri che li partoriscono e ai padri che li generano in questo paese:
4Moriranno di malattie strazianti, non saranno rimpianti né sepolti, ma diverranno come letame sul suolo. Periranno di spada e di fame; i loro cadaveri saranno pasto agli uccelli del cielo e alle bestie della terra».
(Ger 16,1-4).

La lettura di questa parola che Dio rivolge a Geremia è inquietante! Dio chiede al profeta di non prendere moglie e non avere figli, poiché ogni madre e ogni padre dovrà vederli ridotti come letame sul suolo! Che atroce profezia! E che destino atroce per il profeta. Il suo celibato non è certo frutto di una scelta, ma diventerà segno del destino di Gerusalemme. In esso sarà iscritto il futuro della Santa Città e di tutto il popolo di Giuda. La rinuncia di Geremia a diventare sposo e padre diventa la sua stessa “parola profetica”.

Parola di lutto, di morte, di desolazione, di pianto, di vergogna, di orrore, di fine di ogni vita umana e di ogni umana dignità. L’immagine dei cadaveri dei figli che giaceranno esposti alla pioggia ed all’avidità degli animali feroci, senza un segno di pietà sui loro corpi smembrati ed offesi, grida nel celibato di Geremia. Un celibato che dice la fine di Gerusalemme, il rarefarsi delle voci di gioia e di allegria che le giovinette alzavano nel corteo di nozze della vergine Sposa Israele incontro al Signore, suo Sposo. Tutto questo si infrange sul corpo
chiuso e deluso di Geremia! Le promesse fatte ad Abramo di una Terra bella e spaziosa di cui avrebbero fruito i suoi discendenti con gratuità per tutto il tempo a venire e quello di una pioggia di figli come gocce di stelle piovute dall’infinito del Cielo, si arrestano nel celibato di Geremia!

Che terribile profezia, e che segno di contraddizione il suo celibato. Il segno dell’impotenza di un uomo che attesta la fine della potenza di Dio verso il popolo che, pure, si era scelto! Verrà, infatti, il giorno in cui le profezie di verranno realtà, l’ora del lamento, della spada, della fame e della guerra che divoreranno il paese ed i suoi figli. Quando verranno gli stranieri come avvoltoi sulla carne violata dei figli.

Che fine farà Geremia? E che segno resterà nel suo celibato? Un seme di vita superstite. Un germe di speranza consegnato al futuro, ad un tempo lontano, ma che, comunque, verrà. Un credito fatto a un Dio stanco ed assente, ma vivo nella memoria e nel desiderio, essenziale per un plusvalore di tempo, per ulteriori lampi di sogno, indisgiungibile dalla fame della vita.

Quel celibato resta come un’esplicita irriverenza a gridare per sempre quella fame, in una lotta senza requie contro l’ingiustizia e l’assurdità della morte della Città di Dio, dello sfacelo del suo corpo di vergine, di sposa e di madre. Quel celibato è voce dell’attesa di quanto verrà, di un “non ancora” che tornerà, abito di Israele per le nozze che ancora devono compiersi, quando ancora: “si allieterà la vergine alla danza, i giovani e i vecchi gioiranno insieme...per il grano il mosto e l’olio... torneranno qui” (Ger 31,13). Una sfida di fede, che spera contro ogni speranza.

Nel suo celibato Geremia anticipa e annuncia il miracolo della fede di tutta la Bibbia: “Può forse un maschio partorire?” (Ger 30,6). Potrebbe sembrare una domanda retorica, ma non lo è per Geremia! Il quale “vede tutti con le mani sui fianchi nell’atto di partorire”. Vede cose nuove con occhi nuovi, cose che sono dentro e che verranno alla luce, cose mai accadute, ma che stanno avvenendo. Da un uomo privo di qualsiasi germoglio, proprio come un eunuco, nasce una pianta di vita che resterà per sempre.

Gesù senza un nido

26 Chi si procura una sposa, possiede il primo dei beni, 
un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio.
27 Dove non esiste siepe, la proprietà viene saccheggiata,
dove non c’è donna, l’uomo geme randagio.
28 Chi si fida di un agile ladro che corre di città in città?
Così è per l’uomo che non ha un nido
e che si corica là dove lo coglie la notte. (Sir 36,26-28)

Sulle parole della Sapienza biblica si rivela la condizione celibataria di Gesù. Essa non è certo una condizione di felicità! Lo dice con chiarezza lo stesso Figlio di Dio, quasi facendo eco al Siracide: “Le volpi hanno le tane, gli uccelli del cielo hanno i nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”.

L’inospitalità del mondo che lo discrimina e lo isola da tutti gli fa invidiare persino gli animali! Ogni essere vivente ha la sua cuna, il suo riparo, la sua famigliola che lo aspetta. Disillusa e spietata è la denuncia che Gesù fa della sua solitudine, della sua diversità da ogni altro essere sulla terra. Ci accorgiamo della sua tristezza di non avere una moglie, una casa, una famiglia, tutto ciò che rende un uomo addirittura “beato”. Si sente forse come quel ladro di cui parla il Siracide, costretto a fuggire di città in città! La sua vita del resto è un unico, grande viaggio, una migrazione in lungo e largo nelle regioni della Palestina, spesso dovendo scappare dall’ostilità degli Scribi e dei Farisei.

E quando Gesù morirà sulla Croce non lascerà dei figli a perpetuare la memoria del suo nome. Il nome di Gesù resterà sulla Croce con Lui. Morirà in mezzo a due ladroni, anch’essi forestieri al vivere pacifico e comune. Sotto la Croce ci sarà la madre, che già, tuttavia, diventerà di un altro. Perfino il legame con sua madre che era l’unico legame “di sangue” che Gesù doveva avere si scioglie sulla Croce, quando Egli stesso lo regala al discepolo amato! (Gv 19, 26-27).

Del celibato di Gesù parla, poi, il suo costante e personale rapporto con Dio.
Nei Vangeli egli spesso si allontana dai suoi discepoli e va in luoghi deserti a pregare. Come se il suo centro affettivo fosse nel “deserto”, come dice Marco (cf. 1,35). Anche questa è una autentica stranezza: trovare un centro affettivo in un luogo di solitudine e vuoto, pieno di agguati di scorpioni e di serpenti, dove Gesù stesso ha trovato, all’inizio, la tentazione di satana (cf. Mc 1,13). Ma è proprio nei luoghi fuori da casa, impervi e solitari, che Gesù spesso si reca per trovare parole, intimità, sfogo, riposo.

In quei luoghi inabitabili abita suo Padre, o, meglio, è lì che Gesù lo va a cercare. Come se cercasse la sua famiglia o i suoi figli, o la sua sposa, così Gesù fa con suo Padre. Anche questo è il suo celibato. Alla stregua della parola di Geremia che ricorda al suo popolo come Dio lo guidasse: “in una terra di steppe e di frane, terra arida e tenebrosa, terra che nessuno attraversa e dove nessuno dimora” (Ger 2,6). Ciò accadeva nel tempo della “sua giovinezza”, del fidanzamento di Dio con Israele. Per Gesù il suo celibato è un fidanzamento nel deserto della sete e della solitudine, dove sarà il suo stesso corpo a diventare una manna di pane e il suo cuore a partorire sangue ed acqua di vita.

Ma il segno più profondo e vasto dello stato di vita di Gesù come uomo non sposato e che rinuncia a formarsi una propria famiglia di sangue resta senza dubbio il rapporto con i “suoi”. Con questo pronome si intendono i suoi discepoli, ma anche tutti coloro che “sedevano intorno” a Gesù. Gente non appartenente alla sua famiglia che Gesù considera come sua madre e i suoi fratelli (cf. Mc 3,31-35). La sua vita appare staccata da quella di sua madre e dei suoi fratelli “secondo la carne” e si lega a tutti coloro che compiono la volontà di Dio. Sono questi la famiglia di arrivo di Gesù.

Di questa famiglia Dio è Padre (cf. Mc 11,25) e con loro il Figlio di Dio condivide ogni aspetto della sua esperienza terrena. Egli vive con loro, si accorge dei loro bisogni, è sensibile alle loro sofferenze, è generoso con le loro necessità. 
Impara a diventare un Figlio dell’uomo! Gesù purifica il lebbroso, guarisce il paralitico, tocca la donna col flusso di sangue, si commuove davanti ad una folla che era “come pecore senza pastore” (Mc 6,34). Il celibato di Gesù è amore non certo risparmiato, ma moltiplicato. Un amore senza possesso, né nomi, né diritti d’autore... un amore totale, libero e gratuito. Per formare una famiglia diversa sulla terra, dove la Promessa si facesse Regno di Dio nel mondo. Così Gesù si lascia amare dai “suoi”, in uno spontaneo e struggente desiderio d’abbraccio. Le donne sono presenti nella sua vita, come la sua stessa anima. Le donne, ognuna con un nome diverso, tante di nome Maria. La madre (Maria), l’amica (Maria di Betania), la “Sposa” della mattina di Pasqua (Maria di Magdala).

Da loro Gesù prende continuamente energia e forza. Soltanto le donne non lo lasceranno mai solo! Resteranno accanto a lui sotto la Croce, cercheranno il suo corpo per bagnarlo di una rugiada di amore e di speranza, quando verrà deposto dalla Croce. Saranno le prime ad andare a reclamare quel suo corpo sconfitto, la mattina del giorno dopo il sabato. Sconfitto per il mondo e forse anche per i suoi apostoli, ma prezioso, unico, insostituibile ed eterno per loro.
Fresco e odoroso, nelle loro braccia.

Senza le donne Gesù non avrebbe mai potuto vivere il suo “celibato per il Regno”. Esse compagne, discepole, madri, sorelle, figlie, profetesse e diacone, voce dell’annuncio di una infiorescenza di Nuova Vita, dal corpo di un uomo senza figli, senza ricchezze, rifiutato da tutti, orribile persino a guardarsi, appeso a un legno come un maledetto.

Particolarmente intimo è, infine, il rapporto tra Gesù e i Dodici. Essi abitavano nelle stessa casa e viaggiavano insieme a lui, realizzando unitamente al Figlio di Dio la predicazione e i miracoli del Regno di Dio. Con loro Gesù aveva formato un unico “corpo”, quando li aveva chiamati a seguirlo e li aveva “fatti dodici (il verbo greco è poiein), perché stessero con lui ed anche per inviarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni” (Mc 3,14-15). In questo rapporto si trova una autentica sponsalità: Gesù forma un tutt’uno con i Dodici che, a loro volta, sono “fatti” tali, cioè realtà di comunione. Una nuova creazione, una nuova antropologia, un nuovo modo di vivere con estrema purezza, la “sponsalità”. Questo è il celibato di Gesù per il Regno.

Il celibato di Paolo

Mentre il celibato di Gesù si deve dedurre dalle cose che di lui ci raccontano i Vangeli, non è così per Paolo, poiché egli stesso ne parla molto esplicitamente.
Nel capitolo settimo della Prima Corinzi, in un lungo discorso di risposta alle domande che da quella città gli vengono rivolte per iscritto, intorno alle questioni del matrimonio, Paolo introduce il tema del celibato:
“Quanto, poi, alle cose di cui mi avete scritto, è cosa buona per l’uomo non toccare donna, tuttavia, per il pericolo dell’incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito (…) Questo vi dico per concessione non per comando. Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in modo, chi in un altro.
Ai non sposati ed alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io, ma se non sanno vivere in continenza si sposino; è meglio sposarsi che ardere (…) ciascuno continui a vivere secondo la condizione che gli ha assegnato il Signore, così come Dio lo ha chiamato” (1Cor 7,1-2.7-9.17).

Paolo dà un messaggio molto chiaro e semplice sul celibato: egli “vorrebbe” che tutti fossero come lui, cioè non sposati, ma questo non è un dato di primaria importanza nella fede e nella Chiesa cristiana. Sia gli sposati, sia i celibi, sia le vedove possono vivere e celebrare il dono di Dio e della sua grazia nel Signore Risorto in qualsiasi stato di vita, che sia quello dello sposato, o quello del celibe.
Queste scelte sono assolutamente secondarie nel discorso di Paolo. Quello che veramente conta per lui è che “Dio vi ha chiamati alla pace” (1Cor 7,15) , per il resto nessuno cambi la propria condizione di partenza! Certamente Paolo riconosce – un po’ come facevano i discepoli di Gesù nel testo di Matteo – che sposarsi non fosse del tutto vantaggioso. Infatti il matrimonio genera molte preoccupazioni e può distrarre da ciò che “vi tiene uniti al Signore” (1Cor 7,35).
Allo stesso tempo, però, l’intelligenza ed il buon senso gli fanno dire con gran spontaneità che è meglio sposarsi, piuttosto che cadere nei mille rischi di una vita sessuale difficilmente gestibile. Poiché il celibato non è certo una discriminante nella vita cristiana! Anche gli Apostoli portavano con sé delle donne credenti (cf. 1Cor 9,6).

La scelta di Paolo è dovuta alla sua passione viscerale per il Vangelo e per il Signore crocifisso. Di null’altro è fatta la sua vita che dell’annunciare in perfetta gratuità la Grazia annunciata dal Vangelo. Una passione che lo rende talmente pieno della “sponsalità” di Cristo che egli arriva a dire: “Non sono più io che vivo, ma il Cristo che vive in me” e ancora: “Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? (…) Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (1Cor 6,15.17).

Grande è stato l’influsso di Paolo sulle ragioni bibliche date ai fondamenti dottrinali del celibato cattolico, ma Paolo chiarisce senza dubbio che rivestiti di Cristo, quello che conta non è né il matrimonio, né il celibato, ma “la fede che opera attraverso la carità” e l’essere “creatura nuova” (cf. Gal 3,28; 5,6; 6,15).

“Di chi il profeta dice questo?”

Nel Libro degli Atti degli Apostoli c’è la storia di un eunuco. Essa è scritta in una delle pagine più belle del Nuovo Testamento (At 8,26-40). Si tratta di un uomo che veniva dal lontanissimo Sud, un africano, che era al servizio di Candace, la Regina di Etiopia. Egli viene intercettato da Luca sul suo “carro da viaggio”, mentre scendeva da Gerusalemme a Gaza. Era stato a Gerusalemme a cercare parole di consolazione. Ed ancora leggeva il Libro del Profeta Isaia, là dove dice: “Come una pecora fu condotto al macello (…) La sua vita fu recisa dalla terra (…) ma la sua posterità chi potrà mai descriverla”? (At 8,32-33). Ed ecco che, svegliato dallo Spirito, arriva sulla sua strada il diacono Filippo e gli chiede: “Capisci ciò che leggi?” L’eunuco risponde: “Come potrei se nessuno mi apre la strada”?

Quello che l’eunuco non capiva e voleva a tutti i costi sapere era di chi il Profeta dicesse quelle parole, se di sé o di qualcun altro. Filippo approfitta per parlargli di Gesù e per rivelargli che su di Lui si proiettava quella antica profezia.
Su di un uomo, cioè, rifiutato e ingiustamente condannato, celibe e senza figli, ma da cui esce, a un certo punto, una posterità indescrivibile! Allora l’eunuco capisce che quella profezia ricadeva anche su se stesso, sulla sua “vita recisa”, sul suo futuro negato, sul suo nome che sarebbe stato dimenticato per sempre. Da questo momento l’eunuco etiope, il più lontano da ogni diritto di salvezza, l’africano dalla pelle scura, sente accendersi nel suo cuore la Speranza. Dal suo corpo impotente vedeva già scaturire un fiume di figli, un mare di gioia inaspettata.

Un celibato dove il Regno di Dio sarebbe venuto ad abitare.
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