Il silenzio del Venerdì Santo e del Sabato Santo

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Morena Baldacci 
Il silenzio del Venerdì Santo e del Sabato Santo
Gennaio 2018

«Era come agnello condotto al macello; maltrattato, non aprì bocca» (Is 53,7)


La liturgia del Triduo si apre e si chiude in silenzio. Nella Messa in Coena Domini, terminati i riti di comunione l’assemblea non è congedata, ma è invitata a sostare in silenzio e adorazione; la liturgia del Venerdì della Passione inizia con la solenne precessione silenziosa e la prostrazione; anche questa liturgia non conosce congedo, ma si prolunga nell’adorazione della Croce lungo tutto il giorno del Sabato Santo. Il Sabato santo, infine, è il giorno del “grande silenzio”, un giorno a-liturgico, cioè privo di celebrazioni (ad eccezione della preghiera dell’Ufficio delle letture e delle Lodi) in attesa della grande e solenne Veglia Pasquale nella Notte santa. A partire dall’ultimo rintocco delle campane della Messa della Cena del Signore fino al crepitìo del fuoco nella Veglia santa, tutto ammutisce.

Il silenzio dunque apre il tempo della Passione fino a schiuderlo con un grido: Luce di Cristo nella solenne veglia Pasquale. Dal silenzio sgorga il canto nuovo, grido di gioia che squarcia le tenebre del peccato e della morte e annuncia una grande gioia: Cristo è veramente risorto. Alleluia! Il silenzio dunque, come una grande inclusione, apre e chiude, annodando insieme, tutta la liturgia del Triduo pasquale.

Il silenzio del Venerdì e del Sabato è parte stessa della celebrazione del Triduo Pasquale e ha i suoi riti, tempi, spazi, gesti e significati. Non un mesto sentimento di tristezza e di lutto, ma l’espressione di una grande trepidazione e attesa. È il silenzio faticoso del seme che marcisce sotto terra, che l’uomo non vede e non sente crescere, ma che invoca fiducia e speranza. Come nel settimo giorno Dio riposò dalla sua opera, così nel settimo giorno anche Cristo riposa nel grembo della terra. Nel grembo freddo di un sepolcro il seme cade e si nasconde in attesa che la spiga germogli. È l’attesa della vita che cresce e si sviluppa nel silenzio del grembo per prorompere alla vita con un grido pieno di forza e di vita nuova.

Alcuni riti, in particolare, danno voce al silenzio del Venerdì e del Sabato santo:

a. La spogliazione dell’altare
b. La processione di ingresso del Venerdì santo
c. Il Sabato Santo

a) La spogliazione dell’altare
Così ci ricorda la lettera circolare sulla preparazione e celebrazione delle feste pasquali, Paschalis Sollemnitatis: Terminata la messa viene spogliato l’altare della celebrazione. È bene coprire le croci della chiesa con un velo di colore rosso o violaceo, a meno che non siano state già coperte il sabato prima della domenica V di Quaresima. Non possono accendersi le luci davanti alle immagini dei santi” (n. 57).

Poche e sobrie parole che ci invitano a compiere un gesto suggestivo e toccante: “spogliare l’altare”. La spogliazione ci ricorda la Passione del Signore, il suo essere denudato, oltraggiato, deriso, umiliato. L’altare, simbolo di Cristo stesso, come il suo stesso corpo viene denudato dai suoi ornamenti: le luci, la croce, i fiori, la tovaglia. Così canta la preghiera di dedicazione dell’Altare: Questa pietra preziosa ed eletta sia per noi il segno di Cristo dal cui fianco squarciato scaturirono l’acqua e il sangue fonte dei sacramenti della Chiesa. Il rito della spogliazione dell’altare andrebbe ritualizzata con una liturgia semplice e al tempo stesso solenne. Qui il silenzio non solo deve impregnare ed imporsi sulle voci e sui rumori, ma dovrebbe poter “parlare” anche attraverso la dignità dei ministri, degli oggetti, dei luoghi e degli arredi.

b) La processione silenziosa e la prostrazione
Come abbiamo già ricordato, la liturgia della Passione del Signore inizia in silenzio. Un silenzio rituale che accompagna la processione dei ministri e culmina nella prostrazione ai piedi dell’Altare. Così ricordano le norme sulle celebrazioni delle feste pasquali: “il rito inizia con l’entrata silenziosa e la prostrazione del presidente, senza canto di ingresso e senza il saluto; quel silenzio diventa un gesto simbolico molto eloquente: «tale prostrazione, come rito proprio di questo giorno, si conservi con cura, per il significato che assume di un’umiliazione dell’«uomo terreno» e della mestizia dolorosa della Chiesa. Durante l’ingresso dei ministri i fedeli rimangono in piedi. Quindi anche loro si inginocchiano e pregano in silenzio». (Congregazione per il Culto Divino, Paschalis Sollemnitatis, 65). Questo rito, essenziale e solenne, domanda una buona arte celebrativa: un incedere solenne, una dignità del passo, dell’inchino e della prostrazione. Senza farsi tentare da inutili enfatizzazioni, la bellezza di questo rito è eloquente, si richiede solo di evitare frettolosità e inutili e inopportune parole di monizioni e didascalie.

c) Infine, il giorno del Sabato Santo è per la Chiesa un giorno di attesa nel silenzio e nel riposo. Così infatti sottolinea la lettera circolare Paschalis sollemnitatis: “Il Sabato Santo la Chiesa sosta presso il sepolcro del Signore, meditando la sua passione e morte, la discesa agli inferi e aspettando nella preghiera e nel digiuno la sua risurrezione”. La particolarità di questo giorno, infatti, è quella di non prevedere alcun rito, ma solo un grande “vuoto” di silenzio e di attesa, celebrazione di un “tempo sospeso”: «In questo giorno così silenzioso ma così carico di attesa si consuma un intervallo misterioso: è un tempo senza alleanza, riservato esclusivamente all’azione invisibile di Dio. Questo intervallo contiene la mancanza di parola, che va dalla consegna dello Spirito sulla Croce da parte di Gesù fino alla sua presenza gloriosa nella luce della Pasqua» (E. Menichelli, La discesa agli inferi).” Il consiglio, dunque, è quello di resistere alla tentazione di riempire questo tempo, ma al tempo stesso custodirlo da frenetiche attività di preparazione per le celebrazioni serali. Vi sono tuttavia in alcuni luoghi tradizioni che potrebbero essere valorizzate, come ad esempio l’Ora della Madre.

Un silenzio di brace

Cosa rivela il silenzio del Venerdì e del Sabato Santo? È invito a vivere e celebrare lo stesso silenzio di Gesù nella sua passione, morte e discesa agli inferi. Il maestoso silenzio di Gesù che domina sulla banalità di fronte a Erode (Lc. 23,8-11) che lo interroga "con molte domande" e a cui Gesù non risponde. Se compreso nel mistero di Cristo, allora il silenzio di Dio appare nella sua realtà: una parola sospesa in attesa del suo compimento perché il giusto ha posto interamente la sua fiducia nel Signore.

Con le parole di don Angelo Casati, vogliamo ringraziare Gesù per il dono del suo silenzio:

Ringrazio Gesù di essere passato in questo silenzio, il silenzio di Dio nella sua morte. Il passaggio della morte è doloroso, come è doloroso il passaggio stretto in parete per chi adora le vette: ti è chiesto di rimpicciolirti per sgusciare tra roccia e roccia, fino a scorticarti, pelle e braccia e mani, fino a sentirtele bruciare. Ma poi sei fuori, sei nell'immensità della vetta. Ebbene mi dà coraggio sapere che sono in cordata e che lui, lui il primo, Gesù, non perde, tiene avvinghiata a sé la fune, lui è di quelli che non vogliono perdere nessuno. A volte anche lo ringrazio perché non si è risparmiato in parete, lui, Gesù. Non è planato sulla vetta dall'alto, ha sudato e tremato nel giardino, è morto in un grido. E' morto nel silenzio, il silenzio di Dio. Morto in un grido, che era di dolore, ma non di terrore. Lo ringrazio di non essere andato incontro alla morte con fare spavaldo, da eroe, ma come uno di noi. Come uno povero. Come me. Lo sentirò fino all'estremo compagno di cammino e di scalate. Compagno anche del turbamento del cuore: "Ora l'anima mia è turbata" (Gv 12, 27): disse nell'ora in cui, braccato, sentiva che il cerchio stava per chiudersi in una morte di croce.

Ma il silenzio della croce, lui ce l'ha ricordato, non era silenzio morto, silenzio senza futuro. Era silenzio di attesa. Era il silenzio del seme nella terra. Non era spegnimento. Era brace.

Come brace di fuoco
sotto coltre
pesante d ceneri,
come chicco di grano
in terra nera
il tuo corpo a riposo
nell'ombra stupita
di una grotta.
E pietra e soldati
a presidiare la morte.
E che sia morto per sempre.
E fu triduo di silenzio.
E noi a contare
con te giorni di silenzio,
l'angoscia del nulla,
il peso del fallimento,
la tomba sigillata,
il tuo silenzio, o Dio.
Arde nel silenzio
come brace il tuo corpo
sfioriamo a mani sospese
le ceneri.
Ascoltiamo il tepore:
sarà fuoco
sarà vento della risurrezione.
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