Rosanna Virgili “...la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri ed ospiti”

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Meditazione
“...la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri ed ospiti”
(Lev. 25,23)
Prof.ssa Rosanna Virgili, Biblista, Istituto Teologico Marchigiano
Mercoledì 7 ottobre 2009

Questo versetto, che si trova nel libro del Levitico (cfr. 25,23), appare come un testo adattissimo per sviluppare una riflessione sul tema dell’ospitalità, che è quanto la presente assemblea si propone di fare.
Il libro del Levitico è posto al centro della Legge, della Sapienza ebraica e del nostro Pentateuco, e rappresenta un cuore pulsante, una sorta di anima di tutto il Primo Testamento.
Il tono delle parole è forte, graffiante, provocatorio, pertanto idoneo per iniziare con curiosità ed interesse a riflettere ed a discutere.

Chi è che parla? È Dio. Ma la semplice lettura del versetto suscita in noi degli interrogativi. Credo che la prima reazione sia questa: che non è vero ciò che in esso si enuncia. Se chi parla è Dio, il quale farebbe una sorta di constatazione, questa è sbagliata. Non è vero che la terra è di Dio! Lo sappiamo bene tutti e non vogliamo prenderci in giro: la terra è degli uomini. Gli uomini, infatti, la abitano, la trasformano, la sfruttano, la piegano alle loro necessità e ai loro desideri, ai loro progetti, la fanno propria.

Volendo essere più precisi la terra è specialmente di alcuni tra gli uomini, non proprio di tutti, ma qualcuno in particolare la fa sua. I giornali di ogni mattina non fanno altro che parlare di loro, dei potenti del mondo, i proprietari del “paese”, i proprietari cioè, molto concretamente, delle grandi lobbies, nonché della vita di interi popoli e nazioni. Insomma i giornali parlano ogni giorno degli imperatori, dei Re Sole, i quali – come Nero redivivus! - risorgono sempre sulle ceneri del tramonto di chi li ha preceduti. Ciò soltanto per parlare di macrocosmi, di cose molto grandi. Negli ambienti più piccoli, tuttavia, in quelli più a portata di mano per noi, ugualmente dobbiamo cedere a questa evidenza. I campi, le case, le banche, le aziende, gli ospedali, gli alberghi non sono di Dio, sono di persone ed enti privati o pubblici, ma sempre di uomini.

“Voi siete forestieri e ospiti”

La seconda parte del versetto suscita una reazione altrettanto e, forse, ancora più istintiva, meccanica, forte, là dove si dice: “voi siete forestieri e ospiti”. Quasi automatico sarebbe il bisogno di interrogare il testo per capire chi venga indicato con “voi”. Voi chi? Di chi sta parlando la Bibbia? Chi sono i destinatari del discorso? Perché con il “voi” si evocano, appunto, i destinatari di questa parola. “Voi siete stranieri e ospiti”: se ci fossero tra noi degli stranieri si sentirebbero subito interpellati, chiamati in causa, direbbero: “parla con noi, che siamo stranieri in questa nazione”. Quindi questo testo, letto qui in Italia, dovrebbe essere inteso come rivolto non agli italiani. Noi, come italiani in Italia, non siamo stranieri né ospiti quindi non sta parlando con noi, perché noi “possediamo” il paese, noi godiamo di tutti i diritti civili. La parola di Dio a chi sarebbe, dunque, diretta? Ai tunisini, ai nigeriani, ai romeni? Sarebbe stata scritta per i forestieri di ogni tempo? Come a dire che se un italiano volesse fruirne come ideale destinatario, dovrebbe trasferirsi in Africa, in Asia, o in America, così da vivere in condizione di straniero in quei paesi? Solo da là, da quella distanza, egli potrebbe essere l’interlocutore di questa parola biblica?
La domanda è, insomma, questa: Dio ci parla o no attraverso questo versetto?

Stranieri in tutta la terra

Evidentemente non può essere che con “voi” siano intesi solo i forestieri, gli stranieri, come sono comunemente connotati da noi. Evidentemente stranieri ed ospiti dobbiamo essere anche noi. Noi che siamo amministratori, magari titolari di beni immobili, noi che siamo oriundi di questo paese e siamo i primi aventi diritto all’accesso alle sue fonti e ai suoi luoghi di ricchezza. Ma se è così, anche qui la Bibbia ci disorienta, ci fa smarrire, perché c’è un rovesciamento della realtà. “Mia è la terra, voi siete ospiti”. Ci verrebbe quasi da tentare di persuaderlo, dicendogli: guarda Signore, che non è così. Caso mai sei tu l’ospite, sei tu il forestiero, altro che noi! Dio non è padrone di nulla sulla terra e se oggi volesse dormire a Roma qualche notte, dovrebbe rivolgersi alle nostre case per ferie. Ovviamente sappiamo che Dio non ha bisogno di mangiare, di bere, né di trovare alloggio, perché non ha un corpo. Perché è proprio a queste cose minimali, semplici, ordinarie, che si allude con questa parola biblica. Gli argomenti biblici sono, in effetti, molto elementari, si occupano di cose terra, terra. Dice: “la terra è mia”, appunto.

Terra, politica ed economia

Quando si dice “terra” essa non va intesa come lo spazio naturale, il verde, ma il paese degli uomini, la nazione, la città, dove si giocano i beni primari e secondari, teatro del lavoro dell’uomo, delle relazioni commerciali, dei traffici, della eco-nomia. Quando la Bibbia – in casi come questi - parla di “terra”, parla precisamente di qualcosa che riguarda la sfera della politica in senso proprio, cioè l’arte del governare la città, l’arte della polis; i consorzi, le strutture, le istituzioni che la comunità umana, nel corso dei secoli, ha ideato e costruito per ottenere una condizione di benessere. Questa è la politica, è l’economia, quale “scienza del benessere”, di una condizione solida di vita. Per cui quando il Levitico ci parla della terra, parla di politica economica. La parola ‘economia’ (dal greco: nomos, “legge”, “regola”; dell’oikos “casa”), indica il diritto, l’uso, la produzione, la fruizione dei beni della terra.
La terra è intesa come una enorme cava, una miniera di ricchezza e di felicità per gli uomini che vi abitano, che collaborano alla produzione di questa ricchezza e quindi da ultimo vi attingono o vi vorrebbero attingere. La terra è il paese degli uomini, il luogo adatto alla vita umana e civilizzato, trasformato dalle mani dell’uomo. Non è una natura incontaminata, ma un habitat dove l’uomo spende la sua scienza e la sua tecnica, oggi diremmo anche la sua tecnologia.

La terra promessa

A questo punto, la terra che la Bibbia definisce di Dio, quale è? È la terra promessa. Che cosa è la terra promessa? Non è il deserto, non è una steppa avara e assetata dove l’uomo non potrebbe sopravvivere, non è la campagna selvaggia e incontaminata vagheggiata da idealisti radicali antichi e moderni, non è la natura allo stato primitivo, tanto è vero che da un tipo di ambiente come quello, Dio fa emergere il suo popolo, lo emancipa, lo porta fuori. Nel deserto vivono i serpenti, gli scorpioni, esso non è un territorio ospitale per l’uomo. Il deserto è una landa di steppe e di frane, un luogo che nessuno attraversa e dove nessuno dimora (cfr. Ger 2,6). Sì è vero, c’è un tempo del deserto, ci sono i quarant’anni dell’Esodo, ma Dio conduce la sua gente in quel deserto per un tempo limitato proprio per dimostrare che la terra promessa è tutt’altro, è giusto il suo contrario.

Dio fa entrare nella Terra Promessa. Essa equivale ad un paradiso, un luogo spazioso e bello. Un luogo di bontà, di benedizione, di bellezza. Un luogo ameno e non duro ed aspro; un paese dal clima temperato e non afoso di giorno e gelido di notte, come quello del deserto. La terra promessa è un ambiente ospitale, accogliente, provvido di frutti e pieno di dolcezze. Dobbiamo augurarci che mai le nostre case per ferie siano dei deserti o non appaiano come deserti a chi vi giunge, ma siano luoghi felici, come la terra promessa.

La terra promessa è un altro mondo rispetto al deserto, non è un luogo di povertà, tanto meno di miseria o di indigenza e di abbattimento, ma di ricchezza, è una terra lastricata di favi di miele, che mangiarne fa illuminare la vista (cfr. 1Sam 14,27). Il suo flusso è di latte e di vino, è un ottobre, come il nostro mese di vini e di mosti, il suo grembo è idoneo per mettervi a dimora grano, orzo, fichi, ulivi, melograni e quant’altro, di ogni frutto mediterraneo. La terra promessa è, dunque, una terra dissodata, coltivata, custodita, organizzata, è un paese ricco di popoli, di insediamenti, di centri urbani, di fabbri, di artigiani, di contadini e di orafi, una civiltà progredita, evoluta, raffinata.

È in un paese civile che Dio sceglie la sua terra promessa e vi fa approdare un popolo che per decenni si era estenuato e smarrito in aree disabitate e selvatiche. Si capisce allora il senso del versetto del Levitico che veniamo studiando: esso è rivolto a Israele, e quel “voi” su cui indaghiamo indica Israele.
Israele, infatti, non è oriundo della terra promessa, per questo dimorerà in essa, che è la terra dei Cananei, sempre come uno straniero e un ospite.

Abitare da ospiti

Israele è straniero presso il paese dei Cananei ed ospite di Dio, perché quella terra - dice Dio – “è mia”, perché io vi ci ho condotti, io ve l’ho data come dono di nozze. Questo paese, allora, cos’ha di diverso da tutti gli altri per essere chiamato ‘terra di Dio’, cos’è che fa la differenza? Per darci una risposta dobbiamo affondare non solo nel capitolo 25 del Levitico – da cui il v. 23 è tratto – ma in tutto il Pentateuco.
Dio si fa conoscere - nel Primo Testamento - proprio come Qualcuno che interviene nel rapporto che gli uomini e i popoli hanno con la terra. Questo è il luogo, è l’incastro è la sezione, la congiuntura storica dove Adonai, a un certo punto, si rivela. Il primo atto di rivelazione di Dio, nel libro dell’esodo, è legato a un fatto doloroso e ingiusto: la schiavitù. C’è un regno potentissimo, l’Egitto, che tiene sottomesso e privato della libertà, quello straccio di entità etnica straniera che si chiama Israele. È uno straccio, non è un popolo.
Israele in Egitto è emblema di ogni brandello di umanità schiacciata, la cui vita è amara, perché privata di due cose fondamentali: la dignità - tanto è vero che è costretto ai lavori forzati -; l’identità - gli vengono uccisi i figli maschi.

Gli israeliti allora “gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì fino a Dio” (Es 2,23-24). E Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe e scese per liberarli. Gli israeliti gridano perché il paese degli egiziani non li tratta come figli, ma li sfrutta e li getta, li strapazza e li disprezza, proprio come si fa con gli stranieri e gli ospiti.
L’Egitto li esclude dalla famiglia legittima, il suo è un abbraccio matrigno poiché li pone alla mercè delle esigenze del mercato politico ed economico del momento, alienando da loro qualsiasi parte che resti, cioè qualsiasi eredità sulla terra. Ed è proprio in questo duro spaccato storico, che entra in gioco, in maniera dialettica, la visione teologica di una nuova terra. È proprio qui che si forma l’idea della terra di Dio, quando c’è un popolo che grida perché non ha un suo spazio dove poter vivere nella libertà e nella dignità! Quando la terra si fa sperimentare come matrigna, piuttosto che come madre… La terra che rende schiavi i suoi figli ha snaturato se stessa! Essa non è più quella che era “in principio”, che sentì il grido del sangue di Abele e lo condusse verso l’orecchio di Dio (cfr. Gen 4,10).

La terra di Dio è una terra da raggiungere, un paese che resta oltre il confine. Essa è bella e spaziosa non come gli appartamenti di Roma, mono o bilocali dove viviamo noi tutti, come polli da allevamento. No, è una terra larga e vasta, nutriente come il latte, eccitante come il vino e dolce come il miele. La terra di Dio nasconde un segreto. Esso appare come in filigrana, come un germe di speranza, negli occhi disperati di chi è schiavo nella terra dei faraoni. È qui che nasce, è qui che si forma pian piano, è qui che si tesse l’idea di un’altra terra. Nel desiderio di vivere, nel desiderio di farcela, di uscire dalla maledizione di un luogo che dà la morte. Potrebbero essere anche le nostre città, abbastanza faraoniche e governate da faraoni.

Il rapporto con la terra, per ogni uomo, dice la Bibbia, è una questione di vita o di morte, per questo il volto di Dio passa proprio in quell’abbrivio.
Dio si mostra capace di ascoltare l’anelito più autentico dell’uomo, quello di poter vivere in una terra dove non si debba svendere ogni valore umano, etico e spirituale pur di avere un piatto di cipolle, dove non si debba rinunciare all’anima per riempire la pancia, dove non sia impossibile salvare, far progredire e  affermare se stessi, senza distruggere gli altri.
Dio diventa il Giusto per questo ascolto dell’uomo, cioè il Suo atto di amore e di grazia: “Diede loro la terra in eredità, in eredità a Israele suo servo”.

Paese di un Sogno e di una Promessa

Oltre un deserto di fame e di stanchezza, Israele troverà un paese bagnato da un fiume pieno di prosperità, là gli Israeliti potranno costruire le loro case, prendere mogli e mariti, generare figli ed avere nipoti. Là, il Signore farà il dono della pioggia per la fertilità della terrà, là essi potranno sognare. La terra di Dio è la terra dove si può sognare..
Come ogni vita, anche quella del popolo santo di Dio nasce con gli occhi intatti di una splendida promessa. La terra nella Bibbia è una promessa! Ed ecco dunque che possiamo giungere ad un primo punto conclusivo sulla nostra indagine di partenza: che la terra sia di Dio è una promessa, non è una constatazione… e quindi avevamo ragione quando dicevamo, che non fosse una realtà effettiva. La terra liberata dai faraoni, dai padroni terreni resta una promessa. La terra dove i beni siano da condividere per la vita di tutti è ancora una promessa. La terra bonificata dall’esproprio di alcuni che se ne fanno impropriamente titolari è ancora una volta una promessa.

Quale forza può avere una Promessa? Siamo noi che dobbiamo ereditarla ed affermarla, con la forza di una fede che la vuole, che vuole la terra come terra di Dio e la vede come tale, cioè come una verità.
L’enciclica Caritas in veritate, afferma proprio questa verità: che la terra è di Dio. Ma perché questo “accada” veramente c’è bisogno della nostra fede; che la terra sia di tutti gli uomini, chiede l’impegno della nostra fede. Il capitolo 25 di Levitico suggerisce fatti concreti, parla di istituzioni che proprio Israele si dà per rendere realtà questo sogno.
Secondo il libro di Giosuè, quando il popolo raggiunse il territorio della terra promessa, ivi ciascuna tribù ricevette una porzione di terra, ma nessuno ne divenne titolare, mentre tutti ne godevano in usufrutto. Il diritto all’usufrutto è il modo perché la terra promessa si realizzi, cioè che tutti vivano e godano dei suoi beni. Neanche se lo volesse una tribù di Israele potrebbe rinunciare all’usufrutto della terra. Perché? Perché essendo segno tangibile del dono di Dio, essa deve essere condivisa come dono.

Anno sabbatico ed anno giubilare

Due sono le istituzioni che Israele si dà, una volta giunto nella terra: l’anno sabbatico e l’anno giubilare. (cfr. Lv 25). Con l’anno sabbatico si afferma che la terra è di Dio. In quell’anno, infatti, non sarà vangata dall’uomo, ma resterà a disposizione del suo legittimo proprietario, che è Dio. Il frutto che darà sarà un frutto moltiplicato, disponibile e gratuito per tutti coloro che passando di là avranno fame.

Il giubileo è l’anno sabbatico al quadrato, il cinquantesimo anno: vi sarà un riposo assoluto per la terra, un sabato per il Signore. L’Israelita non arerà né mieterà il suo campo, né poterà la sua vigna.
“Santificherete il cinquantesimo anno e proclamerete la libertà sulla terra per tutti i suoi abitanti”: questa è la qualità della terra promessa, è una terra dove non si vive da schiavi, ma si vive nella libertà, cioè nell’alveo del dono della grazia.

La terra promessa è stata concessa come luogo dove Israele avrebbe potuto vivere nella libertà e tale essa deve rimanere, sempre, per tutti. Così infatti recita Levitico a proposito dell’anno giubilare: “Se tuo fratello che presso di te cade in miseria e si vende a te, cioè per alcuni anni deve lavorare per saldare il debito con te, non farlo lavorare come schiavo, sia presso di te come bracciante, come un ospite, come un inquilino, ti servirà fino all’anno del giubileo, allora se ne andrà da te insieme con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia, rientrerà nella proprietà dei suoi padri” (Lv 25,39-41).

C’è, infine, una legislazione sui debiti che proibisce la pratica dell’usura, che prevede il caso in cui se un uomo è fortemente indebitato, non gli darai il tuo denaro ad interesse, e non gli darai il tuo cibo a usura! Colui che cadesse nella morsa della miseria e dei debiti sarà sostenuto dai suoi fratelli perché, una unica famiglia è quella di Israele, tutti sono figli di un unico padre per cui ognuno dovrà vivere la Solidarietà familiare, la carità come primo dovere sociale.

Nessuno dovrà essere venduto come si vendono gli schiavi, poiché il Signore ha liberato Israele dall’Egitto. Nella terra promessa si nasce liberi e si vive liberi, non c’è nessuna buona ragione per cui un uomo debba essere ridotto in schiavitù. La libertà è la facoltà di fruire e godere dei doni della terra, condividendoli nell’amore fraterno.

Profezia e testimonianza

Arriviamo dunque ad una riflessione sulla nostra attualità: se a noi è dato il compito di annunciare una terra promessa, cosa dobbiamo fare?

L’avere a disposizione molti beni, le case per ferie, ad esempio, vuol dire essere in una terra di ricchezza, alla stregua della terra promessa che era appunto florida e ben “costruita”. Ora queste solide strutture che abbiamo, dobbiamo governarle secondo uno spirito di profezia. Profezia vuol dire denuncia profezia vuol dire presenza robusta e limpida, espressa nella fede, nei fatti e nella testimonianza di affermare che la terra è di Dio!

Profezia vuol dire rivolgersi come segno e come testimonianza a tutti gli ambiti della convivenza umana, della società, da quello politico a quello economico, da quello sociale a quello culturale; significa affermare con la nostra fede, che titolare della terra è Dio.

Dire che la terra è di Dio significa dire che la terra non è di nessun faraone di questo mondo e quindi che la vita stessa dell’uomo è soltanto di Dio, il quale vuole che i beni della terra siano divisi tra ogni comunità umana, ogni persona, nessuno escluso, a cominciare dagli stranieri e dagli ospiti, dai bisognosi, dai deboli, dalle vedove e dai Leviti.

Profezia vuol dire promuovere una cultura economica che emerga da una mentalità proprietaria ed escludente, per aderire ad una cultura di condivisione, di carità, di servizio, di responsabilità, di corresponsabilità, di onestà, di rispetto, di vera democrazia, di diritto.

Profezia è denuncia di una economia il cui fine fosse soltanto il profitto, a favore di una economia in cui priorità assoluta sia lo sviluppo di tutto il paese, una economia che non spacchi in due la terra, perché la terra spaccata, la terra divisa, è una terra dove nessuno può abitare, ridotta ad un deserto..

Una economia che divide i popoli ricchi dai popoli poveri, colpisce al cuore il paese di Dio, la terra promessa. Ma lo colpisce al cuore anche una economia - come quella dei nostri paesi ricchi - che fa scomparire dai suoi organigrammi ogni venatura etica, che non tiene in alcun conto la necessità di una ‘alleanza’ tra le comunità umane, l’importanza di patti solidali, l’imprescindibilità dei legami e delle relazioni. Una economia che distrugge l’anima dell’umanità potrebbe essere la nostra, perché riduce ogni cittadino, in una specie di sacco da riempire di cose, di feticci consumistici. Questi rischi e molte altre cose al riguardo sono espresse in Caritas in veritate.

La profezia raggiunge la forza della testimonianza, diventa annuncio incisivo, se si fa trasparenza, anticipo, spazio visibile di quella terra promessa, di quel Paradiso terrestre che è la terra di Dio. Voi siete il paradiso terrestre sulla terra perché il paese di Dio è l’Eden.. Non fate, dunque, l’errore di Esaù che svendette la primogenitura per un piatto di lenticchie… non trasformate le vostre case in semplici alberghi come se fossero una azienda al pari di tutte le altre, pienamente inserite in una politica proprietaria e in una secca economia dello scambio, del mercato e del profitto.

Non sacrificate giovani, splendide suore e la loro sacra vocazione, alienandole dalla gioia di essere il ‘paese di Dio’ la ‘bellezza di Dio’ lo splendore della Parola del Vangelo sulla terra; non togliete alle vostre suore lo spazio degno della loro vocazione – che vengano dall’Asia, dall’Africa, o da qualsiasi altra parte del mondo - non sciupatele, non riducetele a semplice manovalanza per tenere in vita le vostre enormi strutture, non svendete i gioielli di famiglia.

Noi come Chiesa abbiamo la possibilità di dare proprio nell’uso che facciamo delle nostre splendide case, la testimonianza di una diversità, di un Paese diverso… non dobbiamo alienare nulla, ma fare di esse il luogo dell’annuncio di un mondo liberato, di un mondo che esce verso il futuro, di un mondo che dice qualche cosa di nuovo.
Che la straordinaria bellezza delle nostre strutture, non sia una bellezza vuota, spogliata di sé, fredda, ostica come il clima del deserto, ma che parli della dolcezza della terra promessa.

Noi abbiamo l’opportunità di rendere la visione di una terra giusta e madre, dove ogni uomo possa vedersi riconsegnata la propria dignità e la propria identità. Non perdiamo l’occasione per ricordare con forza agli usurpatori dei beni del paese, che riducono la terra a un deserto, che condannano a morte ogni giorno milioni di creature, che la terra è di Dio.

Ospiti e figli

Essere Chiesa vuol dire essere terra di Dio. Colei che si fa madre e paese degli ospiti. La chiesa è un grembo che ospita la vita. Perché vi batte il cuore della gratuità. Dentro di lei si infrange la logica del do ut des, ed essa regala la vita allo schiavo, affrancandolo, all’esiliato dandogli una famiglia, al rifugiato che abbraccia, allo straniero di cui sa parlare ed interpretare la lingua.

Essere Chiesa vuol dire abitare la terra proprio come fa un Dio, come un ospite, in punta di piedi. Sì Dio abita la terra ma con estrema castità senza sentirsene o ostentarne il possesso. Dio dice la terra è mia, ma Dio dice anche: io non la possiedo! Abitare nel mondo come fa Dio, condurrà in noi quella trasparenza di Lui, ci porterà ad assumere uno stile, una cordialità, una mitezza, una castità nel gestire e tenere aperte le nostre case, quelle che abbiamo in usufrutto, nel darle di nuovo in usufrutto.

La Chiesa farà questo con un’unica finalità: perché gli ospiti possano vedere la bellezza di un giardino dove le cose non si comprano e non si vendono, ma si godono insieme. Affinché tutti possano accorgersi che queste nostre Case sono amministrate da amministratori fedeli, che lo fanno come lo farebbe Dio stesso, Lui ospite che ospita. Che si trova uno stile particolare come quello di Gesù, il Reietto, Colui che divenne forestiero, per i suoi stessi familiari (cfr. Gv 1,11). Proprio in questo suo essere tale, in questo suo essere ospite, in questo suo essere scacciato dalla porta di casa, Gesù diventa porta per tutti i Forestieri della terra.

Nella Chiesa la Casa non è solo l’edificio, ma specialmente la famiglia umana, legata dall’amicizia, dalla fraternità e dall’Amore e dalla cura vicendevole. Abbiate, dunque, cura delle vostre Case per ferie, rendetele luoghi di calore, spazi di intimità, dove si possa incontrare l’altro. Luogo di incontro è la terra di Dio. Essa ha il sapore buono del pane fresco, il sapore dell’altro che ci viene restituito e, insieme al suo volto, il profumo di Dio.

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