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Enzo Bianchi "Epifania o della ricerca di senso"

La Stampa 6 gennaio 2018
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

Dal racconto evangelico che fonda la festa dell’Epifania la cultura occidentale sembra aver distillato soprattutto la dimensione dei doni offerti da illustri personaggi a un bambino di un’umile coppia, nato a Betlemme in condizioni precarie.
Così immaginario, iconografia e letteratura di ogni epoca hanno svariato tra l’aspetto esotico di questi “magi” venuti dall’oriente e l’oro, l’incenso e la mirra offerti in una stalla o in una grotta sperduta della campagna della Giudea. Progressivamente si è poi imposto solo l’aspetto di regali offerti ai bambini, al punto che i magi – di cui il vangelo non dice né che erano tre né che erano re – vengono agevolmente soppiantati da una generosa vecchia signora il cui nome, Befana, è la storpiatura dell’Epifania, cioè della celebrazione della “manifestazione” di Gesù al mondo.

Eppure la festività dell’Epifania custodisce ancora oggi una pagina preziosa di quel “grande codice” che la tradizione ebraico-cristiana ha trasmesso alla cultura occidentale e non solo: ci narra infatti la ricerca di senso che abita ogni essere umano, sempre e ovunque. Oggi è dato a ciascuno di noi, indipendentemente dalle proprie convinzioni di fede, di riconoscerci in quelle persone, non appartenenti al popolo di Israele ma alle genti e alle culture d’oriente, rivelatesi capaci di una ricerca, di una lotta anti-idolatrica, di una lettura dei segni dei tempi, di inseguire una speranza che abita tutta la storia umana.

I magi raffigurano l’essere umano disposto a mettersi in cammino, e a farlo insieme ad altri, per trovare senso alla propria vita. Lasciano il noto dei loro luoghi per seguire un segno nel cielo, un segno dei tempi che molti avrebbero potuto vedere, alla sola condizione di alzare lo sguardo, ma che solo pochi hanno avuto la capacità di discernere e l’audacia di assumere come guida. Lasciano le certezze acquisite confessando la propria non autosufficienza nel cogliere la portata della vita, sfuggono all’autoreferenzialità non per un futuro incerto, ma per una strada il cui senso – la direzione, il significato, la percezione – si rivela cammin facendo. Persone che avevano un “orientamento” e che l’hanno seguito con tutto se stessi, con convinzione e perseveranza, pronti ad affrontare l’ignoto, disposti anche a chiedere a potenti e sapienti di altre terre conferme alla loro intuizione. Il racconto non ci parla di alcuna concorrenza tra loro, né di qualche intento di escludere l’altro da questa ricerca di senso, né di brama di giungere alla meta prima o a dispetto del compagno di viaggio. Persino i doni – l’oro, l’incenso e la mirra – sono offerti da tutti loro insieme.

La buona notizia del “bambino donato”, che ha preceduto quei doni portati dall’oriente, quel piccolo che è destinato a regnare nei cuori portando pace sulla terra, la buona notizia del cristianesimo non si identifica con una cultura, ma è universale, perché ogni essere umano e ogni cultura può, nell’uomo Gesù che ha raccontato Dio, trovare la verità dell’uomo, può cogliere l’altro come destinatario di attenzione, di vicinanza, di amore. Giunti di fronte a quel segno ancor più piccolo di una stella in cielo, i magi riconoscono di essere debitori verso quel principe della pace che non ha armi per imporla, né scettro per imporsi. Gli offrono quanto avevano: ricchezze di cui disponevano già prima di mettersi in cammino e che non erano bastate per garantire pienezza alle loro vite, ricchezze da donare gratuitamente a colui che nulla pretendeva per colmare la loro sete di senso.

Trovato il piccolo deposto in una mangiatoia, accanto alla madre, leggono in una scena umanissima di nascita l’indicazione che cercavano: la luce non si impone, la pace non ha armi, l’amore non ha confini. Allora possono tornare verso casa, le mani vuote e il cuore colmo, ritrovando il cammino senza più bisogno della stella. Non perché conoscessero già il percorso – tornano infatti “per un’altra strada” – ma perché ormai hanno un criterio per discernere dove andare nel duro mestiere di vivere: l’umiltà di un bambino che dona la vita perché tutti l’abbiano in abbondanza.

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