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Goffredo Boselli Celebrare da cristiani

Nell’età secolare 
Osservatore Romano del 18 agosto 2016

Occorre riconoscere che il modo di vivere e di credere di un cristiano in una società secolarizzata, dove Dio è assente, è quanto mai diverso dal vivere e credere all’interno di una condizione di piena cristianità, dove la religione strutturava il vivere comune e definiva i comportamenti, dove Dio era un’evidenza e rendergli culto una pratica.
Al contrario, i cristiani che appartengono a una società secolarizzata devono oggi saper sostenere la differenza tra le loro scelte di vita fondate sulla fede e i comportamenti diffusi, tra i valori del Vangelo e l’ethos comune dominante. Così, credere in un tempo di indifferenza religiosa significa compiere una scelta pienamente libera ma del tutto priva di un contesto sociale che la sorregga, di un ambiente che la condivida e di una comunità civile che la rappresenti. Pertanto, la condizione dei cristiani che vivono oggi nelle società occidentali sta sempre più divenendo una condizione paradossale: vivere alla presenza di Dio nella sua assenza sociale.

Ecco il compito primario della liturgia nell’età secolare: rendere presente Dio in una società senza Dio, essere la sua epifania in mezzo agli uomini. Se in passato i segni della presenza di Dio si potevano scorgere ovunque, nel re come nella legge, nella cultura come nell’arte, oggi il segno più eloquente e in certe situazioni perfino l’unico che rende Dio presente in un luogo è la comunità riunita in preghiera nel giorno del Signore. Lo sono in particolare quelle piccole e povere comunità cristiane che vivono isolate in realtà periferiche, talvolta anche prive di pastore. Nell’età secolare la presenza e la visibilità di Dio nel mondo sono la sua comunità che lo celebra e lo confessa.
«Voi siete miei testimoni — parola del Signore — e io sono Dio» (Isaia, 43, 12), il midrash Sifre Rabbah è incredibilmente denso su questo versetto di Isaia: «Ossia, se voi siete miei testimoni io sono Dio, e se voi non siete miei testimoni io, per così dire, non sono Dio». Altrove la tradizione rabbinica ha così interpretato: «Se voi non mi confesserete, dice il Signore, io non esisto». La tradizione ebraica ha posto questo modo di concepire la condizione di esistenza di Dio nella storia in relazione alla rivelazione del Nome stesso di Dio: «Io sono colui che sono» (Esodo, 3, 14). Dio rivela che egli è, ma la sua esistenza, cioè il suo esserci nel mondo, dipende dalla confessione che Israele farà del suo Nome santo.
Si può dunque affermare che l’età secolare ricorda alla comunità cristiana che il primo compito della liturgia è di essere invocazione della presenza di Dio nel mondo. Ricorda che la liturgia ha il compito di far prendere coscienza ai credenti e ai non credenti che il Dio di Gesù Cristo non impone la sua presenza, ma la sua esistenza nel mondo è sospesa alla confessione di chi ha fede in lui. È un Dio che non vuole essere decisivo nella storia ma si offre alla decisione dei credenti in lui per la storia del mondo. Dio stesso ha fin dall’origine rinunciato a essere necessario all’uomo costringendolo al rapporto con lui, ma è il Dio di chi lo desidera, di chi invoca il suo Nome. Occorre ricordare che il Dio d’Israele viene a liberare il suo popolo schiavo in Egitto perché i figli di Israele alzarono grida di lamento e «Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero» (Esodo, 3, 24).


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