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Mauro Magatti al Sermig: Non basta dire libertà

Lunedì 22 febbraio 2016 è proseguito il ciclo degli incontri dell'Università del Dialogo con una serata incentrata sul tema della libertà, vista attraverso gli occhi del sociologo ed economista Mauro Magatti.





L’ospite ha portato la platea - come sempre affollata e attenta - attraverso un percorso che, dalla storia all’economia, ha evidenziato quale situazione stia vivendo oggi il “Mondo Occidentale”, liberato dalle dittature da ormai 60 anni, in continua (apparente) crescita economica dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino a circa 10 anni fa, in una poco chiara epoca di “crisi e stagnazione” dal 2008 a oggi. Se infatti è vero che ci possiamo dire liberi da forme dittatoriali, è evidente che l’idea stessa di libertà di un popolo oppresso è molto diversa dall’idea di libertà di un popolo “non costretto”: da liberi, in quanto uomini, siamo capaci di costruire un inferno.

È quindi da analizzare l’idea di libertà che ci accomuna oggi. Spesso si pensa alla libertà come alla possibilità di occuparsi di problemi e opportunità individuali, la possibilità di realizzarsi, sconosciuta poco più di 50 anni fa. Si pensa alla libertà come ad una eliminazione di tutto quanto ci “lega” in qualche modo e “impone” delle scelte. Invece la libertà può essere esemplificata in una massima: “Se io parlo, tu mi ascolti. Se tu parli, io ti ascolto”. La libertà diventa relazione: perdendo questa fondamentale caratteristica dell’essere liberi, il grande rischio è che di fronte alla domanda “ora che abbiamo raggiunto la libertà, cosa ne facciamo?” la risposta sia “nulla”. La libertà che non si relaziona perde la capacità di progettare, perché ogni progetto ci vincola e ci rende quindi non liberi, se essere liberi è solo essere “slegati” da ogni impegno.

La libertà, una volta che è declinata in una forma di relazione, si esplicita in quella che Magatti chiama “generatività”, un percorso che ci porta a essere coinvolti nel mondo attraverso quattro passaggi successivi: desiderare, mettere al mondo, avere cura, lasciare andare. Questi passaggi ci garantiscono di saper approcciare quanto noi generiamo (può trattarsi della vita di un bambino come di un’impresa economica o un’attività di volontariato) nel modo corretto. Il modo corretto è quello che dona al mondo la realtà generata, cioè fa sì che la realtà generata possa portare il bene al di fuori di me. Un figlio che diventa cittadino consapevole, una impresa che produce benessere senza concentrarsi sul profitto fine a sé stesso e sopravvive al fondatore, un’attività di volontariato che si espande, contagia e si perpetua… Tornando però ad una analisi della nostra attualità economica e sociale: siamo usciti da un periodo di apparente crescita continua, interrottosi nel 2008. Come usciremo da questa situazione?

Due strade sono possibili secondo Magatti: Radicalizzare il mondo che abbiamo alle spalle, passando da una società individuale ad una atomizzata, in cui i singoli sono sempre più isolati, il sistema è tecnicamente sempre più perfetto ed efficiente, genera l’illusione della libertà ma in realtà rende tutti sempre più dipendenti da una struttura tecnica. Oppure, superare l’illusione che la ricchezza si generi aumentando i consumi. Rendersi quindi conto che la realtà di Paesi come l’Italia (con popolazione sempre più anziana) non può reggersi su continui incrementi di consumi, ma necessita di generazione di benessere sociale. Non ci sono più mercati da espandere per aumentare i consumi, come invece è stato fatto per uscire dalla crisi degli anni ’70 (per esempio con l’esplosione del mercato cinese). La scelta del nostro ospite? Ricordarsi che per quanto la tecnologia sia affascinante ed importante e possa aiutarci nel processo generativo, la bellezza viene da tutto ciò che è “umano”.

Alessandro Riva

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