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G. Ravasi Quella volta che Gesù giocò di contropiede

Gianfranco Ravasi
Avvenire 14 settembre 2015

La scena ha come fondale la costa settentrionale del lago di Tiberiade. Là sorgeva un centro importante, Cafarnao, in ebraico «villaggio della consolazione» o «villaggio di Nahum», nome portato anche da un profeta biblico. Di lì passava una strada che conduceva in Siria, un’arteria commerciale di frontiera: è per questo che Cafarnao era dotata di una dogana il cui ufficio era diretto dal funzionario Matteo Levi, il futuro apostolo. Sopra le modeste case del quartiere dei pescatori – ove era situata anche la residenza di un altro discepolo di Cristo, Simon Pietro, messa in luce nel secolo scorso dall’archeologia – si ergeva una sinagoga eretta col contributo di un ufficiale romano filoebreo (Lc 7,4-5).

Gesù, che da poco si è affacciato sul panorama pubblico della Galilea, la regione settentrionale della Terra Santa, con la sua predicazione impressionante e coi suoi atti sorprendenti, entra in quella sinagoga e inizia a parlare. Il suo è un discorso sconcertante tanto da generare una reazione ostile da parte non solo della folla che l’ascoltava, ma anche dei suoi primi discepoli. Proviamo anche noi ad accostarci e a raccoglierne l’eco da qualche frase: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita ... perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda».

È l’evangelista Giovanni a registrare quel discorso nel capitolo 6 del suo scritto ed è ancora lui a segnalare la sensazione di ribrezzo e di ripugnanza dell’uditorio di fronte a una proposta che sembrava rasentare il cannibalismo, sia pure sacro. Innanzitutto la folla: «I Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (Gv6,52). Poi è la volta dei discepoli: «Molti dei suoi discepoli, dopo averlo ascoltato, dissero: Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?» (Gv 6,60). Nell’originale greco si usa l’aggettivo sklerós: è un discorso «sclerotico», non solo duro ma anche incomprensibile, recalcitrante a ogni intelligenza normale.

Quegli uomini che l’avevano seguito con entusiasmo voltano ora le spalle a Gesù, escono da quella sinagoga sulla piazzetta antistante. È ancora Giovanni a rappresentare lo sviluppo della scena: «Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui» (6,66). Riprendevano, dunque, le strade dei loro villaggi ove li attendevano forse le barche da pesca che avevano prima con tanto fervore abbandonato, oppure rientravano in quelle magre campagne che avevano coltivato faticosamente. Gesù stesso aveva trovato con un verbo la definizione più adatta ad esprimere il loro stato interiore: «Questo vi scandalizza?» (Gv6,61).

Il verbo italiano ricalca quello greco del Vangelo, skandalízei: esso letteralmente rimanda alla pietra di inciampo che fa incespicare e cadere una persona che avanza su un viottolo accidentato o su un sentiero di montagna. Questo verbo risuona 29 volte nei Vangeli (15 volte si incontra il sostantivo skándalon) e prevalentemente è collegato all’esperienza di fede: è un rinnegarla, un respingerla, un entrare in crisi o un fare agli altri una sorta di sgambetto così che dalla fede cadano nell’incredulità. Il termine, nella nostra accezione più comune (soprattutto nell’aggettivo «scandaloso»), ha acquistato una connotazione sessuale, evocando l’oscenità, l’indecenza, la sconcezza.

Nel linguaggio neotestamentario questa parola conserva, sì, l’elemento di imbarazzo e di turbamento, si colora di indignazione e di disgusto, ma si orienta quasi sempre allo sconcerto in chiave religiosa. Come scriverà san Paolo, il Cristo crocifisso è scandalo per i Giudei (1 Cor 1,23), è – come usiamo dire noi – «la pietra dello scandalo» che fa perdere fiducia e adesione, introducendo una specie di repulsione e persino di raccapriccio. Ed effettivamente le parole di Cristo sulla sua carne come cibo e sul suo sangue come bevanda avevano suscitato non solo imbarazzo e sconcerto, ma un vero e proprio orrore nell’uditorio di quel discorso nella sinagoga di Cafarnao.

Infatti, come è noto, nella Bibbia il sangue è segno della vita stessa e non è lecito nemmeno toccare un corpo lacerato e sanguinolento, perché si resterebbe contaminati e si diverrebbe impuri e incapaci di compiere ogni atto di culto. Come non ricordare nella parabola del Buon Samaritano il comportamento del sacerdote e del levita che passano «oltre dall’altra parte» della strada ove giaceva quel malcapitato sanguinante e mezzo morto (Lc 10,31-32)? Nell’alleanza primordiale tra Dio e l’umanità, che ha per mediatore Noè, dopo il giudizio del diluvio, si legge questo precetto divino: «Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto a ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello» (Gen 9,5).

Per noi l’orrore nei confronti delle parole di Gesù sul cibarsi della sua carne e sul bere il suo sangue sarebbe quello legato all’antropofagia, uno dei tabù dominanti in quasi tutte le civiltà. Evidentemente ben diverso era il senso che intendeva Gesù e che noi ora interpretiamo alla luce dell’eucaristia: il pane e il vino sono segni di una «comunione » di vita col corpo e il sangue, cioè con la persona di Cristo, e quindi con la divinità, in un’intimità piena che genera la «vita eterna», vale a dire la vita divina, come ripete lo stesso Cristo in quel discorso.

Ma perché abbiamo ricostruito questa scena con la reazione allibita dei discepoli? È un episodio che di solito è rievocato ancor oggi dai pellegrini: essi sostano nell’area archeologica di Cafarnao dove sorgeva l’antica sinagoga nella quale Gesù aveva tenuto quel discorso, ora sostituita dai resti di un’altra imponente sinagoga del IV secolo. Là essi leggono appunto il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni. Abbiamo riproposto quell’evento perché nelle pagine che seguiranno vorremmo invitare a un particolare viaggio testuale nei quattro Vangeli alla ricerca delle parolescandalo, quelle che fanno inciampare il lettore, anche chi è fermamente cristiano. Sono appunto le parole «dure» e difficili, che esigono una speciale interpretazione. Non temiamo di affrontare questo itinerario un po’ arduo e arido, memori di una battuta significativa dello storico inglese, vissuto tra Sei e Settecento, Thomas Fuller, nella sua Gnomologia: «Tutto è difficile prima di essere semplice».

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