Clicca

Aggiungici su FacebookSegui il profilo InstagramSegui il Canale di YoutubeSeguici su X (Twitter)   Novità su Instagram

Manicardi - 14 luglio 2013 XV Tempo Ordinario

stampa la pagina
 Fonte: monasterodibose
domenica 14 luglio 2013
Anno C
Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10,25-37


Il primato della prassi: così potremmo intravedere l’unità tra prima lettura e vangelo. Il comando di Dio (ovvero la rivelazione divina contenuta nell’intero Deuteronomio, e dunque tutta la Legge) è praticabile, è fattibile, anzi può e deve essere messo in pratica, altrimenti esso non viene adeguatamente compreso.
La Scrittura è data per essere vissuta: vivere la Parola è il criterio per comprenderla (I lettura). La pagina evangelica mostra che si può conoscere che l’intera rivelazione di Dio contenuta nella Scrittura si sintetizza nel comando di amare Dio e il prossimo e non trarne le conseguenze, ma disimpegnarsi, evadere dalla prassi. Dicendo “Hai risposto bene (orthôs); fa’ questo e vivrai” (Lc 10,28), Gesù incita il dottore della Legge a passare da una sterile ortodossia all’ortoprassi, unico piano di autentificazione della comprensione delle Scritture. E di fronte alla sua domanda: “Chi è il mio prossimo?”, Gesù narra la parabola del Samaritano anch’essa ben compresa dal suo interlocutore, ma la conclusione di Gesù è la medesima: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso” (vangelo). L’ascolto della Parola tende a coinvolgere il corpo del credente, chiamato ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le sue forze e il prossimo come se stesso. Sintetizza Agostino: “Non chiederti: chi è il mio prossimo? Tocca a te farti prossimo di chi è nel bisogno”.

La continuità tra il dialogo tra Gesù e il dottore della Legge sulla Legge e la parabola del Samaritano dice che la pagina biblica così come il volto dell’altro nel bisogno sono appello a vivere la carità, sono appello alla responsabilità nei confronti dell’altro uomo. Siamo di fronte alla denuncia della divisione che spesso ci abita: non facciamo l’unità tra sapere e fare, tra corpo scritturistico e corpo umano sofferente, tra spirito e mano.

A differenza del sacerdote e del levita che, visto l’uomo ferito, passano dall’altra parte della strada, il Samaritano accetta di incontrare l’uomo moribondo e di lasciarsi scomodare da lui. Credo che per leggere onestamente la parabola dobbiamo non tanto identificarci con il protagonista positivo, ma comprendere che di noi fanno parte anche il sacerdote e il levita e che i tre personaggi sono momenti di un unico faticoso movimento verso la vera compassione. Ovvero, per arrivare a “fare compassione” (Lc 10,37; non “provare” o “sentire”, ma mettere in pratica, far avvenire la compassione sul piano della prassi: fecit misericordiam, traduce Gerolamo), occorre riconoscere le opposizioni che in noi sorgono alla compassione e alla solidarietà.

La compassione è il sottrarre il dolore alla sua solitudine e dire al sofferente: Tu non sei solo perché la tua sofferenza è, in parte, la mia. Il testo ci spinge a porci una domanda: perché a volte ci voltiamo dall’altra parte di fronte a un sofferente, perché non vogliamo incontrarlo? La solitudine del sofferente ci fa paura, di spaventa, ci turba: per incontrare il sofferente occorre incontrare anche la propria paura, incontrare in sé stessi la propria solitudine che spaventa. Allora potrà sorgere in noi la solidarietà e la compromissione attiva. L’impotenza del sofferente, del morente (l’uomo percosso dai briganti è “mezzo morto”: Lc 10,30) ha la paradossale forza di risvegliare l’umanità dell’uomo che riconosce l’altro come un fratello proprio nel momento in cui non può essere strumento di alcun interesse. In questo, la compassione è un gesto di radicale umanità e gratuità.

Se è vero che la parabola insegna a farsi prossimo, essa rivela anche, tra le righe, che il sofferente, nella sua impotenza, rende chi gli si fa vicino capace di divenire compassionevole come Dio è compassionevole (cf. Lc 6,36). Non vi è forse un rimando all’esperienza che ci porta a dire che, stando vicino a un malato o a un morente, è più ciò che abbiamo ricevuto di ciò che abbiamo dato? E non vi è, soprattutto, un velato riferimento alla potenza della debolezza del Crocifisso? È nell’impotenza della croce, certo, abbracciata da Cristo nella libertà e per amore, che egli ci ha narrato l’amore universale di Dio.

LUCIANO MANICARDI
stampa la pagina


Gli ultimi 20 articoli