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V domenica del tempo Ordinario (Luciano Manicardi) domenica 6 febbraio 2011

Is 58,7-10; Sal 111; 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

La luce come responsabilità dei credenti: così potrebbe essere intesa l’unità tra prima lettura e vangelo. Ovvero, la chiamata alla fede è chiamata a divenire luce, a essere luce. Ben sapendo che al credente la luce non appartiene e che lui può soltanto accoglierla e rifletterla. Sia Isaia che Matteo convergono nell’affermare che la luminosità del credente si manifesta concretamente in opere di giustizia e carità.
Se le opere di misericordia e giustizia (Isaia), le opere “belle” (kalà: Mt 5,16), sono compiute dai credenti nei confronti degli altri uomini, esse si radicano nel cuore del credente e suppongono un lavoro interiore. Lavoro che, secondo Is 58,9, significa il riconoscimento che l’attitudine a non lasciar spazio agli altri (oppressione), a giudicare e condannare (puntare il dito), a sparlare e calunniare (parlare empio), abita in noi e costituisce il buio che, una volta portato alla luce, può consentire la trasparenza e la limpidezza che rendono luminoso il credente. “Se toglierai di mezzo a te” (dal tuo cuore, non solo dai tuoi rapporti con gli altri) queste cose, ecco che la tua luce si manifesterà. C’è un lavoro di sgombero interiore, di dissodamento del profondo, c’è una ablatio necessaria per divenire capaci di amore e giustizia.

Colui che vede i bisogni e le sofferenze altrui e interviene per alleviarli, vedrà rimarginarsi le proprie ferite. Il curatore è anch’egli un ferito, una persona bisognosa di cura. La coscienza di essere noi stessi malati è essenziale per vedere le ferite altrui e potersene prendere cura con efficacia, così come per sperimentare su di sé effetti terapeutici positivi. L’umanità ferita è unica, in me e nell’altro.
Al “voi siete il sale della terra” (Mt 5,13) e “voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14), che riguardano la relazione dei cristiani e della chiesa ad extra, corrisponde, per i rapporti ad intra, cioè intra-ecclesiali, il “voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8). Ovvero, ciò che la chiesa diffonde nel mondo è, semplicemente, ciò che essa è e vive al proprio interno: la sua luce è irradiazione di fraternità. 

È importante sottolineare che le parole evangeliche sulla qualità dei discepoli sono poste in bocca a Gesù e da lui rivolte a loro. È Gesù che dice: “Voi siete la luce”, non sono i discepoli che dicono: “Noi siamo la luce”. Le parole di Gesù immettono il discepolo nel lavoro dell’ascolto e della fede in quanto vanno recepite e accolte. Solo questa condizione mantiene nell’umiltà il credente. Questo significa che l’essere luce e sale in rapporto agli uomini non è un dato acquisito di diritto, una volta per sempre, ma un evento che accade ogni qualvolta il credente ascolta la parola di Gesù e del Vangelo e la mette in pratica, in attitudine di servizio nei confronti degli uomini. Nessun integralismo o fondamentalismo può nascere da questa parola del Signore se la si mantiene e la si osserva come parola che viene da lui. Imporre la propria luce, la propria verità agli altri, sarebbe lo stravolgimento della vocazione che il Signore affida ai suoi. Del resto, essere luce non significa far scomparire la tenebra e le zone d’ombra: una luce abbagliante non illumina, ma produce cecità. Così, il contributo messianico che i credenti possono dare all’umanità, per quanto fondamentale, è limitato e parziale. Ogni sua declinazione in senso totalitario e assoluto è un tradimento della logica evangelica.
A conferma del carattere dinamico degli attributi “luce del mondo” e “sale della terra” applicati ai discepoli vi è il fatto che, nelle parole paradossali di Gesù, il sale può divenire insipido e la luce offuscarsi. Non solo non sono possessi garantiti, ma Gesù afferma che tali attributi possono essere perduti. Nulla è scontato nella vita di fede. Il rischio della de-vocazione è reale.
Una glossa bizantina al nostro testo evangelico recita: “Non dice: Voi siete luci, ma luce, essendo tutti insieme il corpo del Messia che è la luce del mondo”. La chiesa nel suo insieme è chiamata a essere luce: è la chiesa come comunione fraterna che risplende dell’amore di Cristo che illumina ogni uomo e che offre a ogni uomo la possibilità di entrare in quell’alleanza che è redenzione della solitudine.

LUCIANO MANICARDI
Comunità di Bose
Eucaristia e Parola
Testi per le celebrazioni eucaristiche - Anno A
© 2010 Vita e Pensiero 

Fonte: MonasterodiBose

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