II domenica del tempo Ordinario domenica 16 gennaio 2011 (Luciano Manicardi)

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Is 49,3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34 

Prima lettura e vangelo convergono verso un centro cristologico e soteriologico. Isaia parla del Servo del Signore e della sua missione che ha ampiezza universale e consiste nell’essere “luce delle genti”; il vangelo applica a Gesù la tipologia del Servo-Agnello (il termine aramaico talja’ sembra significare tanto “agnello” quanto “servo”; in Is 53 il Servo è presentato come agnello afono) e il Battista ne annuncia la missione universale: “togliere il peccato del mondo”.
Compito profetico è quello di preparare l’avvento del novum nella storia. La pagina di Isaia preannuncia l’inaudita estensione di orizzonte della missione del Servo (I lettura) e Giovanni introduce il novum nella storia indicando Gesù quale Messia, prima sconosciuto (“In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”: Gv 1,27). Il profeta sa creare speranza e orientarla, sa dare volto e nome a ciò che sta fiorendo nella storia e aiutarne la nascita. La profezia è la maieutica del futuro che dà senso e luce all’oggi.


Il testo evangelico presenta discretamente uno squarcio sull’esperienza spirituale di Giovanni Battista in ordine alla conoscenza dell’identità profonda di Gesù. Giovanni “non conosceva” Gesù nella sua identità messianica e di rivelatore del Padre (cf. Gv 1,31.33): ma l’ascolto della Parola di Dio (cf. Gv 1,33) ha reso vigile il suo sguardo che ha saputo vedere lo Spirito posarsi su Gesù (cf. Gv 1,32.34). L’ascolto della Parola rende possibile la visione, ovvero, l’esperienza dello Spirito. La conoscenza che ne scaturisce non è affatto disincarnata o intellettuale, ma partecipe e coinvolta: è testimonianza (cf. Gv 1,34). L’itinerario spirituale della conoscenza di Dio nella storia si può così delineare: ascolto – discernimento – testimonianza.
Anche il cristiano è chiamato al compito di vedere lo Spirito, cioè di discernere la sua presenza attiva nella storia e nelle vite degli uomini. E lo Spirito viene reso visibile dai suoi frutti (cf. Gal 5,22), dalle sue manifestazioni e operazioni (cf. 1Cor 12,4-11) negli uomini e nelle loro relazioni. 
Gesù appare il luogo in cui lo Spirito trova riposo, dimora stabile. La sua obbedienza di inviato, di Servo, di Agnello, è arricchita e completata dalla creatività dello Spirito e dai suoi multiformi doni. Obbedienza e creatività sono elementi inscindibili anche della vita cristiana.
La conoscenza di Gesù a cui perviene Giovanni è anche un far conoscere (cf. Gv 1,31), una conoscenza non chiusa su di sé, ma diffusiva e irraggiante. Tale conoscenza nasce dall’obbedienza di Giovanni a Colui che l’ha inviato: essa è dunque dono a cui Giovanni si è aperto e reso disponibile riconoscendo la propria ignoranza. Si tratta di un movimento pasquale che fa passare dalle tenebre dell’ignoranza alla luce della conoscenza. Il testo suggerisce che la missione non può mai essere scissa dall’obbedienza personale alla Parola del Signore e dal personale coinvolgimento con il Signore.
Noi non possiamo dire di conoscere Gesù una volta per tutte. C’è una non-conoscenza del Signore che è vitale per la sua retta conoscenza. Una conoscenza troppo certa del Signore rischia di falsarne i tratti rivelati dal vangelo. Il Gesù che Giovanni presenta e che i vangeli mostrano è il Gesù rivelato dallo Spirito di Dio, non la proiezione dei miraggi dell’uomo; è il Servo obbediente, non un dominatore tirannico; è l’Agnello inerme e innocente, non un Moloch distruttivo o una potenza che crea sofferenza; è il Figlio di Dio, non un idolo partorito dalla mente umana o fabbricato da mani d’uomo. La conoscenza del Signore va sempre rinnovata ed è solo per grazia, nella fede, che viene rinnovata. Essa abbisogna di essere sempre purificata e sottratta al rischio di divenire una stanca abitudine. Noi siamo tentati di rendere vecchia, stantia, ingessata, atrofizzata la nostra conoscenza del Signore e possiamo ritrovarci ad adorare un idolo invece che il Signore vivente. Sicché vale anche per noi credenti, sempre, l’umile riconoscimento che, pur confessandolo e conoscendolo, in verità noi anche non conosciamo il Signore. Solo questa non-conoscenza libera la conoscenza dal voler essere esaustiva del mistero del Signore.

LUCIANO MANICARDI

Fonte: MonasterodiBose
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