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Don Massimo Maffioletti in dialogo con Luciano Manicardi: Il silenzio e il mistero

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Vacanza con le famiglie a Sauze d’Oulx, Piemonte
17 - 24 agosto 2024

L'umanità sovversiva di Gesù
Don Massimo Maffioletti in dialogo con Luciano Manicardi, monaco di Bose


Sommario 

1. Premessa  
10. Il silenzio e il mistero 
11. La Legge e la Parola. E la differenza cristiana 

Il silenzio e il mistero 

Massimo Maffioletti.
Non si parla mai dei trent’anni di silenzio di Gesù a Nazareth e dintorni. È curioso che i vangeli tacciano questo lato dell’umanità di Gesù. Cosa hanno voluto significare per la vita di Gesù? Formazione della coscienza? Studio? Costruzione di relazioni? Dal punto di vista cinematografico soltanto il regista romano Alessandro d’AlatriI giardini dell’Eden [64] (Gesù è interpretato da Kim Rossi Stuart) – affronta la questione di un Gesù piuttosto inquieto che gira il mondo alla ricerca della sua via. Ma è soprattutto Charles de Foucauld a dare importanza alla “nascostezza” della biografia di Gesù. Sequeri parlando di Foucauld afferma che i trent’anni di Nazareth non sono una banale premessa o proemio della rivelazione ma sono pienezza della rivelazione: “Nazaret non è il ‘prologo’ della vita pubblica, il semplice momento ‘preparatorio’ della missione, la forma di una ‘pre-evangelizzazione’? Che realizza una condivisione generica e una testimonianza anonima. […] Gesù di Nazaret è fin dall’inizio l’Uomo dell’incarnazione. […] Nazaret è la vita di Gesù, non semplicemente la sua prefazione. È la sua missione redentrice in atto, non la sua mera condizione storica” [65].. 

Luciano ManicardiNon abbiamo alcuna testimonianza di quegli anni. Possiamo azzardare soltanto delle ipotesi. È, però, interessante che ci sia anche un non detto su Gesù. Ed è importante che resti non detto perché in lui c’è un mistero avvolto nell’oscurità. Non è che questo suggerisce qualche cosa ancora della nostra umanità? Siamo davvero totalmente trasparenti a noi stessi, o forse invece c’è anche in noi un segreto, un non espresso, custode del mistero di Dio in noi? Anche in Gesù non è tutto dicibile. Rileggiamo Giovanni: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future” (Gv 16,13). E ancora: “Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,16). Lo spirito è l’ermeneuta non solo delle parole e dei gesti di Cristo, ma anche del non detto, anche del silenzio di Cristo. Lo Spirito santo opera il trait d’union tra la vita di Gesù e la vita dei credenti, in cui anche ciò che non sappiamo di Gesù, ciò che non è stato detto né scritto, è decisivo per la fede dei credenti: “Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere” (Gv 21,25). Il non detto indisponibile protegge il mistero della persona e custodisce il mistero di Dio in quella persona, come probabilmente accade a tutti noi che non siamo sempre così cristallini. Marco è esemplare, presenta subito Gesù già adulto. I vangeli non vogliono esaurire il mistero di Gesù, lo lasciano aperto. Saranno le comunità cristiane nella storia, sotto la guida dello Spirito, a cercare creativamente, con coraggio, con inventiva, con intelligenza, con immaginazione, di dire ciò che di Gesù non è ancora stato detto. Bisogna riprendere l’immagine dei padri della Chiesa, per cui i credenti sono i piedi e le mani di Dio nella storia: “Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste” (Gv 14,12). Bisogna salvaguardare quel silenzio, è importante che resti il non detto.

È il pudore. 

Il pudore è sempre custode della libertà e dell’intimità dell’altro. Allora quel non detto diventa sorgente vitale. Non tutto è esauribile in parole. Anche il linguaggio del silenzio va ascoltato. Forse Charles de Foucauld andava proprio in questa direzione: mettersi al cospetto di Dio e adorare questo silenzio gravido di mistero, di parola, di presenza, di intimità. 

Rivelazione non significa dire tutto, c’è rivelazione nel non detto, nel silenzio. È il tema del “segreto messianico”. 
Altro elemento interessante dell’umano di Gesù. 
Altro paradosso: da una parte l’identità di Gesù la dicono quelli che non dovrebbero dirla, come tutti coloro che sono posseduti da un demone; dall’altra a chi dovrebbe annunciarla – i discepoli, in primis – Gesù impedisce di dirla. È l’intuizione di Sandro Veronesi nel suo lavoro – da laico non credente – sul vangelo di Marco [66]. La consegna di Gesù di non parlare non significa soltanto tacere perché i discepoli non sanno di cosa parlano, ma anche che di Gesù c’è qualcosa che non si può proprio sapere. 

Io penso che questo ci permetta di raggiungere il significato profondo della parola mistero, una parola ormai estromessa dal vocabolario. 
Il mistero non definisce solo qualche cosa che è incomprensibile, semmai questo è l’enigma. Il mistero è qualche cosa che si svela a me pian piano, con pudore, delicatamente e non con violenza: io non posso pretendere mai di esaurirlo. Il mistero non è l’inconoscibile, ma è qualcosa nel quale più ci si immerge e più diventa grande e si fa interessante. Il mistero non è fatto solo di parole che illustrano, ma anche di un silenzio che va ascoltato. I trent’anni di silenzio di Gesù sono coerenti con la parola e il ministero pubblico di Gesù: silenzio e parola fanno parte dello stesso mistero. Rivelo Dio con la parola e con il silenzio. Quando Ignazio di Antiochia parla del Logos uscito dal silenzio di Dio [67] tiene insieme entrambi gli elementi. 

“Non dirlo” vuol dire forse che anche Gesù non sa immediatamente quale è la sua identità perché a questa ci arriva pian piano? 

Quello che possiamo dire è che c’è stata una evoluzione nel cammino di Gesù, la sua stessa coscienza è progredita fino a comprendere appieno la sua missione, comprendendola all’interno e alla luce delle Scritture. Nemmeno Gesù conosceva tutto, non era onnisciente. A proposito della fine del mondo, per esempio, sostiene che “quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre” (Mc 13,32). Anche questo fa parte di quel mistero mai totalmente disponibile. “Non dirlo” non ha nulla di prudenziale o esoterico, come se ci fosse una verità che deve rimanere tra pochi. Gesù, per altro, non sembra così interessato alla propria identità, a svelare chi è. Mi sembra sia più interessato a vivere un’obbedienza alle Scritture e alla volontà di Dio, perché è questa obbedienza a rivelare chi è. E, poi, è Dio stesso a confermare l’identità di Gesù davanti a tutti. Come nel battesimo e nella trasfigurazione: “Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: ‘Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!’” (Mc 9,7). 

E così allontaniamo ogni tentativo di neo-docetismo: Dio non ha fatto finta di “fare” l’uomo, non ha preso a prestito nessun corpo per stare in questo mondo.

Rimango fermo all’idea dell’umanodivinità di Gesù (senza trattino) e respingo, in base a quello che ci stiamo raccontando, l’ipotesi delle due coscienze di Gesù, umana e divina. 
Per altro il discorso delle due nature per l’ebraismo è totalmente inconcepibile. Gesù viveva e si muoveva all’interno del mondo ebraico, delle categorie culturali ebraiche, non possedeva i concetti della physis greca e i suoi discepoli nemmeno perché erano tutti di ambiente palestinese. È una costruzione teologica che ha cercato di dire alla sua maniera il mistero. Si tratta di un’inculturazione più che legittima, ma che oggi andrebbe rivisitata. Il problema è sempre lo stesso: non possiamo fissarci sulle definizioni dogmatiche ritenendole vere per l’eternità, essendo soltanto approcci linguistici relativi a verità stabilite in determinati contesti storici, culturali, geografici. 
Non possiamo continuare a spacciare per verità formulazioni linguistiche della verità. La verità è oltre, Dio è sempre altro. Altrimenti siamo perduti. 

NOTE 

64 Il film di Alessandro D’Alatri è uscito nel 1998. 



67 Ignazio di Antiochia, Lettera ai Magnesii VIII,2.



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