Don Massimo Maffioletti in dialogo con Luciano Manicardi: La Legge e la Parola. E la differenza cristiana
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Vacanza con le famiglie a Sauze d’Oulx, Piemonte
17 - 24 agosto 2024
L'umanità sovversiva di Gesù
Don Massimo Maffioletti in dialogo con Luciano Manicardi, monaco di Bose
Sommario
La Legge e la Parola. E la differenza cristiana
Massimo Maffioletti. L’umanità di Gesù ha qualcosa da dire sul suo delicato rapporto con la legge, la Torah, l’istituzione del Sabato, del Tempio?.
Luciano Manicardi. Gesù nel “discorso della montagna” fa un’affermazione precisa: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento” (Mt 5,17). È una radicalizzazione tipica dell’ermeneutica di Gesù che al comandamento “non uccidere” sovrappone l’idea che si può uccidere anche solo svergognando un altro o che si può commettere adulterio soltanto con il cuore. Gesù radicalizza per andare al cuore di Dio stesso.
Come avveniva nel giudaismo dell’epoca, anche Gesù opera un lavoro di sintesi. C’è un comandamento obbedendo al quale si obbedisce a tutti gli altri? Era una domanda che spesso si poneva il rabbinismo dell’epoca. In questo Gesù è vicino anche ad altri gruppi religiosi, soprattutto farisaici, tanto che nel vangelo di Luca è lui stesso a chiedere al suo interlocutore cosa sta scritto nella legge. “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?” E il fariseo risponde: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso” (Lc 10,26-27). In quel comandamento – lo abbiamo già menzionato – Gesù trova il principio sintetico della Legge: l’amore per Dio e l’amore per il prossimo. Anche le cosiddette antitesi di Matteo 5, che non sono vere antitesi, cercano di scavare con radicalità il cuore di Dio, l’intenzione di Dio. Di certo Gesù presenta la Torah non sottolineando mai l’elemento rituale ma quello etico-relazionale. Nell’ebraismo esiste forse una interpretazione univoca della norma? Ogni maestro dà la sua interpretazione. Paolo De Benedetti per definire il giudaismo utilizzava l’immagine della padella senza il manico. Non sai mai dove afferrarla. Non c’è un principio unificante. Non c’è un magistero che stabilisce i confini. Ogni versetto della scrittura ha settanta sensi. “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite” (Sal 62,12).
È prevista una pluralità di interpretazioni ma Gesù trova un raccordo tenendo insieme il volto di Dio e il volto dell’uomo: “Il Sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il Sabato” (Mc 2,27). Gesù ha il coraggio di porre un principio e sarebbe utilissimo che anche la chiesa lo ricordasse e applicasse sempre: il Sabato è santissimo ma finalizzato all’uomo, cioè la ritualità e la Legge sono orientate al bene dell’uomo. La vera novità, la vera sintesi è la persona di Gesù.
Ireneo di Lione dice che Gesù portò ogni novità portando se stesso [68].
E quindi torniamo all’assunto già enunciato: la differenza cristiana è la persona di Gesù, la sua umanità, il suo stile di vita, la sua testimonianza.
L’esegesi di un testo non la fa un commentario, e forse nemmeno un vangelo, ma una vita.
Con la sua intera vita Gesù non ha fatto altro che fare l’esegesi dello Shemà Israel, la preghiera per eccellenza, la professione di fede del popolo ebraico (Dt 6,4-13). Per questo, mi sembra impossibile trovare argomenti per dire che Gesù era contro la Torah. Gesù non si stacca dall’alveo della Legge, semmai offre una riforma ma sempre all’interno della grande tradizione.
Lo studioso Sanders dice che se proprio vogliamo trovare un punto di discontinuità tra Gesù e la Torah è a proposito della sepoltura dei morti: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio” (Lc 9,60). Questo è francamente irricevibile per un ebreo. Ma sappiamo che il linguaggio di Gesù è paradossale.
Gesù ha voluto cambiare l’ebraismo? No, Gesù ha provato a vivere la sua verità personale cercando di obbedire a ciò che percepiva come volontà di Dio. Trovo più verità nella maniera con cui Gesù ha vissuto la sua umanità, in obbedienza alla volontà del Padre, che non in altre narrazioni: come fai, per esempio, a non lasciarti affascinare da Gesù che lava i piedi a Giuda, al quale tra l’altro non nega il boccone dell’ultima cena, quando noi ci permettiamo di negarlo a coloro che vivono situazioni cosiddette “irregolari”?
E poi c’è la maniera di parlare di Gesù, soprattutto nelle parabole.
L’atto del parlare definisce un bel tratto dell’umanità di Gesù. Vedi, appunto, le parabole. La parola di Gesù ha provato a impegnare l’uomo nella vita, ma anche a riconciliarlo con le sue ombre e fratture.
Nelle parabole Gesù si rivolge a persone semplici: chi lo ascoltava era gente semplice. Attinge dalla vita quotidiana in modo che tutti possano comprendere: si parla di contadini e pescatori, di animali, di piante, di fiori, di cammelli, di asini, di maiali, di galline, di pulcini, di grano e di zizzania, di senape… Raccontando storie, perché il modo di trasmettere la fede lo si fa narrando, Gesù insegna a cercare Dio nel quotidiano, insegna che l’Altro, con la A maiuscola, abita lì vicino a casa tua, è vicino a te, insegnandoti a percepire che comunque la realtà non finisce lì, il mondo è più del mondo. Sto parlando del pescatore, del contadino, ma sto alludendo ad altro. Gesù dice: abita il mondo e percepisci che in esso c’è un’ulteriorità, un’alterità.
Le parabole utilizzano un vocabolario alla portata di tutti ma Gesù inserisce sempre un paradosso. Ricoeur sottolinea che la parabola disorienta per riorientare [69]. Le parabole hanno sempre un effetto spiazzante.
Facciamo un esempio?
Ritorna il figlio prodigo (Lc 15,11-32) dopo avere speso tutti i soldi, dopo avere vissuto con le prostitute, e il padre cosa fa? Innanzitutto era lì ad attenderlo, aspettava soltanto di vederlo comparire all’orizzonte e, probabilmente, in lui c’era un’attesa crocifissa: torna o non torna? Sarà finito male? Gli corre incontro senza chiedergli dove ha speso i soldi, lo abbraccia e non c’è nemmeno bisogno di perdonarlo, è il figlio che gli è stato restituito. Come si può intuire, anche noi siamo disorientati: quanti padri esigerebbero che il figlio, prima di entrare in casa, chiedesse scusa e facesse ammenda del suo comportamento e rendesse ragione del patrimonio sperperato? Adesso chiedi perdono, fai il tuo cammino penitenziale, poi semmai…
Quindi la parabola è un linguaggio aperto, oserei dire “democratico” in cui tutte le persone possono entrare sentendosi incoraggiate al cambiamento, a guardare la realtà in un modo differente. I registri linguistici della parola di Gesù sono diversi: c’è quello profetico che sa dire male del male e bene del bene; quello contemplativo pieno di stupore per gli uccelli del cielo e i gigli del campo, quello poetico, quello sapienziale dei proverbi e perfino quello ironico… Colui che ha detto “amatevi gli uni gli altri, pregate per non entrare in tentazione”, ha detto anche “guardate gli uccelli del cielo, imparate dall’albero di fico”. C’è una bella differenza sul piano etico tra l’amare i nemici e contemplare gli uccelli del cielo, ma quelle parole esprimono il cuore di una stessa persona. Forse, ci viene detto di tenere insieme questi differenti sguardi sulla realtà, di imparare perfino dagli animali perché essi stessi possono essere nostri maestri.
Il processo di umanizzazione di un uomo si costruisce nel momento in cui è capace anche di tenere a bada la propria violenza. La nonviolenza è di estrema attualità, non rispondere al male con il male e nei vangeli indirettamente se ne parla.
“Porgi l’altra guancia” (Mt 5,39) è un esempio decisamente calzante, perché non significa dammi un altro schiaffo. Lo schiaffo si dava col manrovescio, il che già di per sé istituiva una gerarchia di superiorità.
Era una maniera per affermare una differenza sul piano sociale, lo si dava con la destra – la sinistra godeva, diciamo così, di cattiva fama. Se tu offri l’altra guancia costringi l’altro a darti lo schiaffo con la mano aperta, il che significa considerare l’altro un pari. Quindi, porgere l’altra guancia è un gesto di nonviolenza che obbliga l’altro, il violento, a considerarmi un suo simile: mi darai un secondo schiaffo, mi riterrai tuo pari? Cioè non è il masochistico invito a farci picchiare ancor di più.
In buona sostanza l’umanità di Gesù ha testimoniato, rivelato il Regno, cuore della predicazione di Gesù, e nello stesso tempo l’ha servito. Ma il Regno – che è anche il grembo di Dio, la Trinità – è anche la destinazione delle nostre singole umanità.
Noi non finiamo la vita qui. La vita vissuta nell’amore, nell’agape, ha un futuro in Dio. Non è nostro compito scervellarci sul come risorgeremo. Noi rimaniamo nella convinzione che la vita vissuta nell’agape non va perduta, che l’amore ha la potenza di attraversare la lacerazione della morte e che Dio in Gesù ci fa la promessa di una vita in lui. Ebbene, noi crediamo a questa promessa: l’affidabilità della vita di Gesù diventa affidabilità anche della sua promessa.
Come?
Non mi sento autorizzato a dirlo perché non lo so. Credo e faccio fiducia a quell’uomo la cui vita mi ha dato tanta affidabilità al punto che ho giocato la mia stessa vita, che pure è abbastanza preziosa, anche se tra i sette miliardi di abitanti del mondo potrebbe non importare a nessuno. Per me lo è.
Dovessimo, in conclusione, offrire una sintesi del nostro incontro, alla domanda: Qual è la differenza cristiana? Cosa potremmo rispondere?
L’amore per Gesù di Nazareth che ti porta a vivere in un certo modo.
Non le dottrine, non l’etica. Alla fin fine, lui è il movente profondo per cui siamo dove siamo, viviamo dove viviamo, cerchiamo di vivere come lui ha vissuto. Gesù di Nazareth, niente altro, niente di più, niente di meno.
Massimo Maffioletti. Chiudiamo il nostro lungo colloquio con la promessa di re-incontrarci a Bose, proprio in occasione dell'inizio dell'annuale vacanza estiva con le famiglie. La percezione è quella di aver dialogato con un monaco credente che non offre un ricettario di facili soluzioni e che ha provato a fare dell’incontro con l’umanità di Gesù e con il vangelo il cardine dell’esistenza cristiana. Con un compito irrinunciabile anche per tutti noi: imparare nelle nostre comunità a dare più valore all’ascolto delle scritture. Rimane vero il grande aforisma di Gerolamo: “L’ignoranza delle scritture è l’ignoranza di Cristo”.
NOTE
68 Ireneo di Lione, Contro le eresie IV,34,1.
69 Paul Ricoeur, La logica di Gesù, ed. Qiqajon, Bose 2009.






