Paolo Gamberini "La luce benefica della consapevolezza"
|
|
|
|
|
|
|
30 gennaio 2026
La rivelazione di Dio non può essere compresa come un evento esterno, spettacolare o sensoriale. Essa non è un’intrusione divina nel mondo attraverso voci udibili o visioni visibili, ma un risveglio interiore della consapevolezza umana. Come afferma Thomas Berry (Befriending the earth, p. 7), la rivelazione è il sorgere, nelle profondità della coscienza, di un senso del mistero ultimo e del modo in cui tale mistero si comunica.
Quando i profeti dicevano “Dio dice”, non stavano riferendo un’esperienza sensoriale, bensì una presa di coscienza radicale, proveniente da una profondità che eccede ogni origine creata. Ciò che Andrés Torres Queiruga indica con l’espressione “caer en la cuenta”, rendersi-conto.
Questa prospettiva sposta il baricentro della rivelazione: non più un Dio che parla “da fuori”, ma una coscienza che si apre “da dentro”, dal profondo. La parola divina coincide con una profondità interiore di consapevolezza, qualitativamente diversa da ogni altra esperienza ordinaria. Ogni rivelazione è, infatti, unica, irriducibile, storicamente situata. Non esiste una rivelazione astratta o atemporale: essa accade sempre in una coscienza concreta, in un tempo concreto, con categorie e limiti concreti.
In questo senso, il termine “risveglio” diventa decisivo. Risvegliarsi significa passare dal sonno alla veglia, dall’oblio alla presenza, dalla cecità alla luce. Ma significa anche passare dal male al bene. Il risveglio profetico non è mai neutro: esso genera luce, e la luce si manifesta come bene. La certificazione del profeta non sta in ciò che dice, ma in ciò che opera. Gesù stesso lo afferma con chiarezza: “Voi siete la luce del mondo. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,14-16). La luce non si nasconde, non si conserva per sé, ma per sua natura si diffonde e illumina, orienta, rende visibile il cammino attraverso le opere buone. Bonum diffusivum sui.
Anche Gesù, profeta “escatologico”, è luce non per un titolo ontologico astratto, ma perché la sua coscienza si è risvegliata alla luce. La sua autenticazione non sta in una dottrina, ma in una prassi: “passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo” (At 10,38). Dove c’è bene, lì c’è luce. Isaia lo afferma con forza: “Allora la tua luce sorgerà come l’aurora… davanti a te camminerà la tua giustizia” (Is 58,8). Il bene non è solo un contenuto morale, ma una luce sul cammino, una forma di visione.
Da qui deriva una conseguenza radicale: uccidere in nome di Dio non è profezia, ma oblio. Non è rivelazione, ma sonno della coscienza. Ogni atto che produce tenebra, distruzione, annientamento dell’altro contraddice la dinamica stessa del risveglio. La rivelazione autentica non separa mai Dio dal bene, né il bene dalla luce.
Tuttavia, il rapporto tra bene e consapevolezza non è semplice né statico.
Il bene non è mai separabile dalla percezione del bene. Ciò che una coscienza storica percepisce come bene determina la sua responsabilità morale. Qui emerge una tensione decisiva: per il profeta Elia uccidere i sacerdoti di Baal era percepito come bene (cfr. 1Re 18,40). Qualcosa che oggi, a distanza di tremila anni, riconosciamo come offesa della dignità umana, cioè male. Non possiamo identificare oggi come bene l’uccisione dell’eretico, ma non possiamo nemmeno condannare Elia come se avesse agito contro ciò che la sua coscienza percepiva come bene. La rivelazione non elimina la storicità della coscienza, la attraversa.
Ne consegue che l’unico vero tribunale resta la coscienza. “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità” (Gaudium et spes, 16). Non la Bibbia in quanto lettera, né la Chiesa in quanto istituzione, ma la coscienza vivente, risvegliata, responsabile. Ciò che oggi percepiamo come bene siamo tenuti a compierlo, anche quando entra in conflitto con testi sacri o tradizioni religiose. Non perché esse siano inutili, ma perché non sono il luogo ultimo e decisivo della rivelazione di Dio. La rivelazione accade là dove una coscienza si apre alla luce e sceglie il bene.
In conclusione, la rivelazione di Dio non è separabile dalla crescita della consapevolezza, e la consapevolezza non è autentica se non genera bene. Dove il bene fiorisce, la luce è già sorta. Dove la coscienza si risveglia, Dio si comunica. E dove la coscienza si spegne, anche Dio viene oscurato, non perché Dio scompaia, ma perché l’uomo ha scelto l’oblio invece della luce.





