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Rosanna Virgili "La forza mite della Parola"

25 Gennaio 2024


«Non possiamo fare a meno della Parola di Dio, della sua forza mite che, come in un dialogo, tocca il cuore, s’imprime nell’anima, la rinnova con la pace di Gesù, che rende inquieti per gli altri». Così Papa Francesco illustrava domenica scorsa, 21 gennaio, il rapporto irrinunciabile che il cristiano ha bisogno di coltivare con la Parola di Dio.

La Domenica della Parola di Dio — istituita da Papa Francesco il 30 settembre 2019, in occasione dell’anniversario della morte del grande traduttore della Bibbia in latino, san Girolamo — ha un’importanza molto grande nella storia e nella vita della Chiesa Cattolica e assume, anzitutto, un forte valore ecumenico. Lo sottolinea il Papa nella Aperuit illis, documento con cui la istituisce: «celebrare la Domenica della Parola di Dio esprime una valenza ecumenica, perché la Sacra Scrittura indica a quanti si pongono in ascolto il cammino da perseguire per giungere a un’unità autentica e solida” (Ai, 3).

Non dobbiamo dimenticare, infatti, come con la costituzione conciliare Dei Verbum — che Francesco cita a lungo nel motu proprio — la Chiesa abbia dato apertura alla Sacra Scrittura restituendola alla lettura, allo studio e alla preghiera di tutto il popolo di Dio. Una valorizzazione che nella Riforma luterana aveva avuto un ruolo di primo piano e che era stata, purtroppo, uno dei grandi pilastri della vita cristiana su cui si erano create le divisioni e tra le ragioni che avevano provocato una reazione di chiusura da parte cattolica. Per ben due secoli, infatti, la Chiesa ebbe, poi, persino vietato la stampa di Bibbie tradotte nelle lingue moderne. Un atteggiamento che pian piano si ammorbidirà ma che dovrà aspettare il concilio Vaticano ii per una definitiva introduzione della parola biblica nella vita delle parrocchie, delle chiese locali, dei fedeli laici.

Un altro aspetto prezioso che si lega alla Domenica della Parola di Dio è la pari dignità di donne e uomini che, fondata e stabilita sul Battesimo, rende possibile l’accesso indiscriminato ai ministeri della Parola: quello del lettore e della lettrice, del catechista e della catechista. «La scelta di conferire anche alle donne questi uffici, che comportano una stabilità, un riconoscimento pubblico e il mandato da parte del vescovo, rende più effettiva nella Chiesa la partecipazione di tutti all’opera dell’evangelizzazione” (Lettera del Santo Padre Francesco al prefetto della Congregazione per la dottrina della fede circa l’accesso delle donne ai ministeri del lettorato e dell’accolitato). «Questo fa anche sì che le donne abbiano un’incidenza reale ed effettiva nell’organizzazione, nelle decisioni più importanti e nella guida delle comunità ma senza smettere di farlo con lo stile proprio della loro impronta femminile» (Francesco, esortazione apostolica Querida Amazonia, 103). Una presenza qualificata che restituisce alle donne quanto esse godevano già nella Chiesa delle origini: «Fin dai suoi inizi — infatti — la comunità cristiana ha sperimentato una diffusa forma di ministerialità che si è resa concreta nel servizio di uomini e donne i quali, obbedienti all’azione dello Spirito Santo, hanno dedicato la loro vita per l’edificazione della Chiesa» (Antiquum ministerium, 2). Parole che, riconoscendo quanto era «in principio» vanno ad abbattere muri che sono stati eretti, nella storia, all’interno della comunità ecclesiale, tra uomini e donne. Per le donne è stato, infatti, per secoli quasi impossibile pregare e coltivare il rapporto con Dio attraverso la Parola. Ora si illumina l’annuncio che Paolo fa della realtà dei battezzati, i quali «rivestiti di Cristo» si vedono azzerate tutte le discriminazioni al punto che l’apostolo conclude: «non c’è più giudeo né greco, schiavo né libero, maschio né femmina» (Gal 3, 28). Vedere delle donne lettrici avere consegnato nelle loro mani il Vangelo ricorda le tante immagini che l’arte figurativa ha dato di Maria, col libro nelle mani o poggiato sul grembo, intenta a leggere e a meditare su quella Parola che viene a farsi carne nel suo stesso corpo.

La Domenica della Parola di Dio non si esaurisce in una giornata — come ripete spesso Papa Francesco — poiché tutte le domeniche e tutti i giorni della vita dei cristiani sono tempo della Parola. «Non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» risponde Gesù al diavolo che lo tenta, con una citazione del libro del Deuteronomio (cfr. 8, 3). Questo vale per tutti i credenti. La necessità della Parola è imprescindibile non solo per la vita spirituale, interiore, ma perché i cristiani si possano formare una coscienza di fraternità, per acquisire una conoscenza di verità e di carità, per imparare a tessere legami, a vivere relazioni col Cielo e con la terra, per maturare e agire in quell’“amor politico” urgente nella storia attuale! La Parola, infatti, è, innanzitutto, spinta e vocazione alla profezia, chiamata a dare luce al mondo, ad essere denuncia e impegno di giustizia e di pace, a fare in modo di trasformare «le spade in vomeri e le lance in falci» — come dice il profeta Isaia (2, 4).

Restano allora, come pungoli nel cuore e nella mente dei cristiani le provocazioni dell’omelia del Papa, le sue domande sospese. Citando, infatti, la forza della Parola nella vita dei più grandi santi, il Papa si chiede: «Ma perché per molti di noi non accade lo stesso? È il nostro rischio: travolti da mille parole, ci lasciamo scivolare addosso pure la Parola di Dio: la sentiamo ma non la ascoltiamo; la ascoltiamo ma non la custodiamo; la custodiamo, ma non ci lasciamo provocare per cambiare». Un’interrogazione che si conclude con un’esortazione appassionata: «Facciamo spazio alla Parola di Gesù pregata e accadrà per noi come ai primi discepoli» i quali «lasciarono le reti e lo seguirono». Poiché «la Sacra Scrittura scioglie gli ormeggi di una fede paralizzata e ci fa riassaporare la vita cristiana com’è veramente: una storia d’amore con il Signore». E con tutte le creature del mondo.


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