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Gianfranco Ravasi "I social? Un’atmosfera. Solo il senso critico elimina l’inquinamento"

 intervista a Gianfranco Ravasi
a cura di Guido Bandera 
25 gennaio 2024 

Internet e i social sono un’atmosfera: inquinata o meno, la respirano tutti. L’importante è avere una maschera che la depuri. Questa maschera è il senso critico". La voce del cardinale Gianfranco Ravasi arriva dalla Roma vaticana limpida, cordiale. Non racconta dell’età che, per norma canonica, tiene lontano il biblista e teologo dai grandi incarichi a cui è stato chiamato. Fra i quali la guida del Pontificio consiglio della Cultura, di cui è presidente emerito.


Eminenza, Internet sta cambiando la nostra vita: in meglio o in peggio?

"Serve una premessa. Per una figura mitica come Marshall McLuhan (sociologo canadese teorico del villaggio globale, ndr ) i mezzi di comunicazione sono un’estensione della persona. Telefono, televisione, il telescopio... erano protesi dei sensi umani. Oggi invece sono un ambiente. Ci viviamo immersi. Quest’atmosfera ci impegna, ma ci rende anche schiavi. Il filosofo Luciano Floridi parla di infosfera. Un altro strato che avvolge il globo. Un’aria che è anche inquinata. Ma molti la maschera della capacità critica non la vogliono o non ce l’hanno".


Allora il web ci peggiora...

"Non necessariamente. Vorrei dare un messaggio equilibrato. Umberto Eco distingueva gli uomini davanti alle novità fra ’apocalittici’ e ’integrati’. Non si può essere apocalittici, ma integrandosi ci si adatta anche alla parte corrotta".


L’immagine è tutto sui social. È lavoro, risorsa economica, relazione fra persone... E spesso qualcuno ne resta vittima.

"Vedo tre rischi fondamentali. Il primo è per i nativi digitali. C’è una moltiplicazione esponenziale dei dati disponibili. Questo può produrre un’anarchia intellettuale e morale... Guardi gli studenti e le loro tesine. Su ogni singolo vocabolo ci sono 20mila risultati. Chi li aiuta a selezionare? Vengono sconvolte le gerarchie oggettive dei valori. Il filosofo seicentesco Thomas Hobbes scriveva ’la regola la fa l’autorità, non la verità’".


Secondo rischio?

"Solo in apparenza c’è una democratizzazione. Dietro la deregulation della globalizzazione informatica si nasconde una sottile operazione di condizionamento. Il controllo delle grandi corporation. C’è poi un terzo pericolo: il trionfo delle fake news, delle fandonie travestite da verità pseudo-oggettiva. E poi c’è la parola colorata...".


Ovvero?

"La parola che spicca: violentissima, degenerata, minacciosa. Attraverso questi meccanismi diventa comune, accettata. E poi torna nel mondo reale e si trasforma in violenza. Si dice che i giovani stiano perdendo l’udito. Forse è il volume delle cuffie, forse è evoluzione. Presto non saremo più in grado di sentire i pianissimo della musica. Lo stesso è per le parole".


È pessimista?

"No. Il realismo non giustifica il pessimismo radicale".


Politica e istituzioni promettono nuove regole.

"Dobbiamo interrogarci e agire. Non solo per l’intelligenza artificiale, di cui tutti parlano. Bisogna partire dalle basi. Serve educazione informatica. Non solo per la tecnica, ma per i fornire capacità critica. Ci sono esperienze in Francia e in Israele. La scuola è il luogo giusto. In classe non bisogna solo istruire, inserire dati, ma anche educare, fare uscire la persona nella propria umanità. Oggi la scuola è quasi muta, come la cultura. Mancano figure che sapevano incidere, come don Lorenzo Milani, padre Turoldo, Norberto Bobbio. Presenze vive, che educavano. La Chiesa, nonostante le difficoltà, ha un ruolo importante. E quella di Papa Francesco è una figura che incide...".


Proprio in questi giorni ha parlato di social e Vangelo.

"È un tema su cui torna spesso. Ha parlato anche di intelligenza artificiale, etica e pace. E ha paragonato quelle che ho definito ’parole colorate’, offensive e corrotte, alla guerra. Certe volte, come vediamo, fanno vittime reali. La Chiesa non sarà più quel cuore del villaggio a cui la domenica tutti accorrevano, ma è una presenza che cerca una nuova strada".


Ci sono sacerdoti che, fra alterne fortune, sui social fanno evangelizzazione.

"Vero. Anche io uso Twitter".


E cosa le insegna Internet?

"Che se interpelli direttamente, spesso hai una risposta creativa. C’è chi dice qualcosa. Certo, c’è anche chi attacca a prescindere. Però segue. Nella storia dell’arte il crocifisso è spesso oggetto di attacco. Ma se si sente il bisogno di farlo è perché è un simbolo forte. E questa è epoca di simboli, più che di astrazione. E in fondo la tecnica di Gesù è molto simile a Twitter. I suoi ’loghia’, i suoi detti sono più sintetici di un cinguettio. ’Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio’ in greco sono forse solo 53 caratteri...".

 

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