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Le donne che hanno segnato il 2023

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Dalla politica al calcio e alla letteratura. Dal cinema ai vertici di atenei e giustizia. Figure simbolo raccontano un mondo che cambia. Nonostante tutto
 
La Repubblica 23 dicembre 2023 

1) PAOLA CORTELLESI  La storia non coincide con il passato come ciò che è già stato: semplicemente non finisce, e non può essere relegata al cimitero dei ricordi. Ed è stata una donna, Paola Cortellesi, al suo esordio da regista con “C’è ancora domani”, a rammentarcelo. La ferocia e, insieme, la leggerezza del racconto di Cortellesi ci dice che la libertà della donna non è solo la libertà di amare, ma è la libertà di farsi esistere come un soggetto di pieno diritto. Non va da sé. Ancora oggi. Non è affatto scontato. È quello che mostra con sorprendente grazia il film: il vero tradimento rispetto alla violenza folle del patriarcato si consuma nell’esercitare il proprio diritto al voto. Per questo Cortellesi ha avuto il grande merito di unire tra loro diverse generazioni rendendo viva un’idea non sterilmente archivistica della storia. Rivolgendosi innanzitutto alle nostre figlie, convocandole direttamente a farsi eredi di una conquista che, come tale, non è ancora pienamente realizzata. Ci voleva una donna per ricordare che nel fare storia non si tratta tanto di ricostruire un passato remoto, ma, ogni volta, di fare appello ad un nuovo avvenire possibile. (di MASSIMO RECALCATI

2) MICHELA MURGIA  Il dieci agosto è il giorno cui Pascoli ha dedicato l’immortale poesia. Una delle poche che tiene in sé il concetto geometrico: concavo. Perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla. Sono versi in cui Pascoli sancisce l’equivalenza tra immortalità, infinità e serenità. E tu cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito immortale. Senza voler stendere un saggio, ricordo al poeta che il dieci agosto 2023 è il giorno in cui è morta a 51 anni Michela Murgia, scrittrice. Un velocissimo essere umano, dove velocissimo è qui riferito alla ferrea volontà di fulminare in una sintesi, una parola sola, talvolta avventata e sempre illuminata, un argomento e un mondo complesso. Murgia in quella equivalenza di immortalità e infinità di mondi e al di là da quelli, contraddice l’equivalenza con la serenità. Sarebbe infatti sì veloce come Mercurio e intransigente come Atena ma stringerebbe in mano un macete col quale decespugliare concetti e sfilettare pesci. Murgia continua a ribadire da un qualche altrove, che la serenità non giova all’umano o all’eterno, quindi meglio ridere anche se scomposti. Con un grandissimo saluto a Pascoli. (di CHIARA VALERIO

3) GIORGIA MELONI  Giorgia Meloni è una donna non colta, ma intelligente e astuta. Sconta le sue lacune con una determinazione temprata nelle molte difficili prove che deve aver superato per affermarsi in un partito maschilista fino alla caricatura come il suo. Un tempo, almeno. Essere stata scagliata a Palazzo Chigi da un considerevole voto popolare dev’essere stato un trauma notevole per questa giovane donna. Ricordo nettamente la piccola ingenuità del suo primo giorno quando, arrivata in cima allo scalone, confessò con un toccante sorriso quanto gli onori militari appena ricevuti nel cortile l’avessero emozionata. Lo stesso timore deve averla accompagnata nella formazione del suo gabinetto. Lo rivela l’infelicità di certe scelte (decisamente troppe) guidate più dal criterio della fedeltà che da quello della competenza. Il suo vero, profondo, problema politico sarà scegliere tra restare fedele a scelte interne e internazionali dettate dalla vecchia appartenenza neofascista o trasformarsi in una leader conservatrice europea lasciando cadere la pesante eredità della sua giovinezza. (di CORRADO AUGIAS

4) ELLY SCHLEIN  Un anno bello e difficile, per Elly Schlein, nulla a paragone di quanto l’attende nel 2024. Le Europee, metà Comuni e quattro Regioni al voto: saranno verdetti elettorali che incideranno sul nuovo corso. Missione complicata quella della neosegretaria: eletta a furor di gazebo con l’aspettativa di rivoltare il Pd, se la asseconda fino in fondo rischia di vedersi esplodere il partito; se non lo fa, delude le speranze di chi sperava nella rivoluzione. Fuori dal Pd, è anche peggio. Schlein sta lavorando alla costruzione di una coalizione che possa sfidare Giorgia Meloni, con pazienza, anche troppa. Il principale tra i potenziali alleati, Giuseppe Conte, non perde occasione per attaccare il Pd o addirittura dileggiarlo (“Schlein federatrice? Inizi a federare le correnti dem”, è solo l’ultima). Anche a dare per buona l’idea che sia solo la competizione da Europee ad animare Conte, che le cose andranno meglio più avanti, resta da capire con quale credibilità agli occhi degli elettori potrà essere chiusa un’alleanza, su queste premesse. Il rischio più grande è restare nel guado: un partito che non cambia, una coalizione a intermittenza. (di STEFANO CAPPELLINI

5) YOCHEVED LIFSHITZ  Ha raccontato di «aver attraversato l’inferno». Eppure Yocheved Lifshitz 85 anni, fra i primi ostaggi rilasciati da Hamas lo scorso 23 ottobre, nel momento della sua liberazione non ha esitato a voltarsi verso il suo carceriere mascherato e porgergli la mano mormorando shalom: “pace” in ebraico. Coerente coi valori e l’impegno di una vita. Un gesto verso chi ancora tiene prigioniero il marito Oded, 83 anni, rapito con lei durante l’attacco del 7 ottobre dal Nir Oz kibbutz, che nel 1955 avevano contribuito a fondare. Un gesto che ha scioccato molti. Lei lo ha spiegato così: «Un grazie per il trattamento umano ricevuto». Pacifista convinta, insieme a Oded (ex giornalista, fra i primi a denunciare il massacro di palestinesi nei campi di Sabra e Shatila) da anni si attivava per far curare persone di Gaza in ospedali israeliani. Un impegno rivendicato anche nell’orrore dei tunnel di Gaza: «Vergogna» ha detto al comandante di Hamas (forse Yahya Sinwar). Rivolgendosi poi con schiettezza anche agli israeliani: «Siamo stati il capro espiatorio del governo. C’erano stati segnali, l’esercito non ci ha presi sul serio». (di ANNA LOMBARDI

6) JENNIFER HERMOSO  Jennifer Hermoso non ha chiuso gli occhi. Poteva. Aveva appena vinto con la Spagna il mondiale di calcio femminile. Ma a 30 anni, anche se in finale sbagli un rigore, capisci che la vita non è il film Casablanca e che quasi mai «a kiss is just a kiss». Un bacio, non richiesto, non consensuale, è violenza, mancanza di rispetto, abuso di potere. Specie se a dartelo è un superiore. Ricorderete che durante la premiazione, Luis Rubiales, 46 anni, (ex) presidente della Federcalcio spagnola, è sceso in campo e l’ha baciata in bocca. È stato l’inizio del Me Too del calcio, scandalo mondiale, l’alba di un giorno nuovo. A Jennifer hanno chiesto di far finta di niente. Lei ha rifiutato. «Se devo mettere la mia faccia per un cambiamento, andare avanti, ci sono. Noi, nel calcio, abbiamo vissuto in prima persona la lotta per l’uguaglianza». Rubiales e quelli come lui sono stati allontanati. Come disse Rosa Parks: «Certa gente resta seduta perché tutti possano levarsi in piedi». E certe donne come Hermoso non chiudono gli occhi perché tutte le altre possano aprirli. (di EMANUELA AUDISIO

7) NARGES MOHAMMADI  Può un velo far crollare un regime? Forse sì, vista l’inaudita crudeltà con cui gli ayatollah iraniani si accaniscono sulle donne che si rifiutano di indossarlo. Ma una voce non si può incatenare. È successo con Narges Mohammadi, attivista per i diritti delle donne e premio Nobel per la Pace 2023. Indomita e ribelle, è stata arrestata 13 volte, costretta a 31 anni di prigione e 154 frustate. Ma lotta, anche se sa che non sarà mai libera finché questo regime resterà al potere. Quando hanno ucciso Mahsa Amini perché indossava male l’hijab, lei ha bruciato il suo. Quando ha capito che non avrebbe potuto ritirare il Nobel, ha fatto avere a Kiana e Ali, i figli che non vede da otto anni, parole struggenti da leggere al mondo. E quando l’hanno privata delle cure mediche perché non portava il velo, ha fatto lo sciopero della fame. Possono isolarla, picchiarla, ma se continueranno a chiamarla “leonessa d’Iran” e a lottare al grido di “Donne, Vita e Libertà”, gli sforzi per silenziarla saranno vani. Lei dice: «Più ci rinchiudono, più diventiamo forti». (di DANIELA HAMAUI

8) GIULIA CECCHETTIN  Se ne parla ovunque, non si può più tacere, il femminicidio di Giulia Cecchettin è stato uno spartiacque: sono aumentate le denunce e c’è molta più consapevolezza. Ma c’è pure chi prova a negare, minimizzare, sbuffare: cos’è che cerca, adesso, la donna? Mostrando quanto la cultura dello stupro e il patriarcato siano ben radicati, e come sia urgente smontare gli stereotipi di genere se vogliamo davvero portare a compimento quella rivoluzione culturale evocata da Elena, la sorella di Giulia, l’indomani del tragico ritrovamento del cadavere. Ci sono parole da mettere in fila per raccontare cosa significhi, per una donna, essere azzittita o umiliata – perché non c’è amore senza rispetto e senza libertà, e chi è geloso o possessivo non ama affatto, anzi, cancella. E c’è la coscienza del proprio valore che va insegnata alle ragazze – perché non è vero che si è importanti solo quando lui ci dice: sei mia! Anzi, è esattamente il contrario che accade. Il cammino da percorrere è lungo e faticoso, e niente cambierà se non ci impegniamo tutte e tutti per riscrivere da capo la grammatica delle relazioni affettive. (di MICHELA MARZANO

9) GIOVANNA IANNANTUONI  Giovanna Iannantuoni è un’economista nota e ri-conosciuta. Ha insegnato, fra l’altro, negli Usa, in Belgio, in Spagna. È rettrice dell’Università di Milano Bicocca. E ora è divenuta Presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (Crui). Prima donna a occupare questo ruolo. Perché l’Università italiana non è un “ambiente per donne”. Lo di-mostra la “fotografia dell’Università Italiana”(You Trend, 2021). La presenza delle donne diminuisce via via che si sale “di ruolo”: il 46% dei ricercatori, il 41% degli associati e solo il 26% degli ordinari. Il settore con il maggiore “squilibrio di genere” è ingegneria industriale e dell’informazione, dove le donne costituiscono solo il 18% del corpo accademico; ma percentuali basse si osservano nelle scienze fisiche, matematiche e informatiche . Le donne sono, invece più degli uomini a scienze biologiche e a scienze dell’antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche: 54% degli accademici. Per questo, Iannantuoni costituisce un caso importante. Anzi, “unico”. Ed è giusto attendersi che il suo percorso faccia da riferimento. Non solo per l’Università. (di ILVO DIAMANTI

10) MARGHERITA CASSANO  Se cerchi la sua pagina su Wikipedia (ce l’hanno tutti, politici e cantanti, studenti e professori), niente da fare, non la trovi. Né trovi quel profluvio d’interviste, comparsate in tv, dichiarazioni, che punteggia la carriera dei magistrati più famosi. A Margherita Cassano – prima donna a presiedere la Cassazione – non l’hanno vista arrivare e non l’hanno neanche udita. Buon segno, vuol dire che la sobrietà talvolta paga, anche nella società dell’avanspettacolo. Buono due volte, non tanto per l’interessata quanto per il genere al quale lei appartiene: a questo punto alle donne italiane – dopo aver scalato palazzo Chigi, la presidenza delle due assemblee parlamentari, le magistrature superiori – rimane da espugnare soltanto il Quirinale. Succederà, cadrà anche l’ultimo tabù. Più arduo, debellare il virus parolaio che infetta il lavoro giudiziario, e che dai giudici si propaga al sistema dei mass media. I processi mediatici, ha detto Cassano in una delle sue rare esternazioni, annullano ogni forma di pietas, ci rendono peggiori. E allora: silenzio, entra la Corte. (di MICHELE AINIS)  

11) JACINDA ARDERN  Jacinda Ardern si è dimessa il 19 gennaio 2023, da capo dei Laburisti e da primo ministro della Nuova Zelanda. Abbiamo parlato molto di questo suo gesto, meno della sua visione politica. Ardern ha gestito, con sicurezza e ottimi risultati, la pandemia, e l’attentato alle due moschee di Christchurch - 51 morti, 50 feriti - riuscendo a evitare uno scontro religioso. Ha fatto approvare una legge che limita le possibilità di acquisto delle armi. Ha dichiarato l’emergenza climatica nel suo paese, andando verso l’abolizione dei combustibili fossili. Ha promosso un referendum per depenalizzare l’uso della cannabis, ha usato più volte l’espressione fallimento del capitalismo in riferimento alla crescita della povertà. Ed è stata rieletta con maggioranza schiacciante. Ha marciato al Pride, ha avuto una figlia durante il suo mandato. «Non ho abbastanza energie psico-fisiche per svolgere al meglio il mio incarico e desidero stare più vicina alla mia famiglia», ha detto nel giorno delle dimissioni. Ha fatto cose - parecchie direi - con l’obiettivo di trasformare il proprio paese in un posto migliore. E poi ha lasciato. Questa è la politica. Il resto è potere. (di ELENA STANCANELLI)  

12)  TAYLOR SWIFT  Era già famosissima, popolarissima e ricchissima Taylor Swift, per cui non aveva bisogno di attirare altra attenzione. In più, volendo vendere dischi e concerti al maggior numero possibile di fan, non aveva alcuna convenienza ad urtare grosso modo la metà del suo pubblico avventurandosi nella politica, che mai come oggi spacca in due la società americana. Invece, da qualche tempo, ha deciso di alzare la voce sui temi che le stanno più a cuore, dalla difesa dei gay ai neri, accusando Trump di considerare gli Usa un’autocrazia e sollecitando i giovani a votare. Eppure, nonostante questa svolta liberal, ha riempito gli stadi col “The Eras Tour”. Come ha notato Time, incoronandola persona dell’anno, ha dimostrato di essere un raro caso di artista che ancora riesce a unire e a dare gioia, prestando la sua voce a chi si sente ignorato. Senza paura di schierarsi, ora. Questo è il vero miracolo di Taylor, perché invita alla speranza che ragionevolezza e tolleranza prevalgano sull’estremismo. (di PAOLO MASTROLILLI)  


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