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FEMMINICIDIO è la parola dell'anno: l'importanza di dare un nome alle cose


La storia dei vocaboli, che entrano nell'uso, spesso dà un'idea di come sta funzionando la realtà. Ecco perché l'affermarsi di "femminicidio" nell'uso corrente potrebbe essere un segnale positivo che conferma l'attenzione ad un tema reso attualissimo dalla mobilitazione seguita alla morte di Giulia Cecchettin e dal successo del film di Paola Cortellesi, personaggio dell'anno di Famiglia Cristiana




Le parole valgono, le parole pesano. Sono pietre anche, a volte miliari. Servono per segnare, anziché per lapidare. Per questo l’Istituto della Enciclopedia italiana ha selezionato “femminicidio” come parola dell’anno 2023 che ha visto le sue ultime settimane movimentate dalla reazione civile collettiva all'omicidio di Giulia Cecchettin e dal successo del film C'è ancora domani, prima prova registica di Paola Cortellesi, personaggio dell'anno di Famiglia Cristiana, proprio per il suo impegno nell'accendere un riflettore contro la violenza sulle donne.

«Come Osservatorio della lingua italiana – spiega Valeria Della Valle, direttrice scientifica, con Giuseppe Patota, del Vocabolario Treccani – non ci occupiamo della ricorrenza e della frequenza d’uso della parola femminicidio in termini quantitativi, ma della sua rilevanza dal punto di vista socioculturale: quanto è presente nell’uso comune, in che misura ricorre nella stampa e nella saggistica? Purtroppo, nel 2023 la sua presenza si è fatta più rilevante, fino a configurarsi come una sorta di campanello d’allarme che segnala, sul piano linguistico, l’intensità della discriminazione di genere. Il termine, perfettamente congruente con i meccanismi che regolano la formazione delle parole in italiano, ha fatto la sua comparsa nella nostra lingua nel 2001 (e fu registrata nei Neologismi Treccani del 2008): da allora si è esteso a macchia d’olio quanto il crimine che ne è il referente».

La definizione che ne dà il vocabolario Treccani online è: «Uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica di una donna in quanto tale, espressione di una cultura plurisecolare maschilista e patriarcale che, penetrata nel senso comune anche attraverso la lingua, ha impresso sulla concezione della donna il marchio di una presunta, e sempre infondata, inferiorità e subordinazione rispetto all'uomo».

E le parole si diceva, pesano, perché dare i nomi alle cose, serve a farle emergere, a riconoscerle, a distinguerne le sfumature. Femminicidio si è affermata - indipendentemente dalla volontà di chi chiede alla lingua di correre in avanti forzando usi ancora oscillanti per dare un segnale di progresso o da quella contraria di chi fa da “remora” e cerca di resistere in nome della tradizione alle novità che l’uso afferma – perché c’era bisogno di dare un nome a una cosa che tra noi purtroppo c’è: siamo uno dei Paesi avanzati con la più bassa percentuale di omicidi volontari in rapporto alla popolazione, complessivamente intesi, circa 300 l’anno, ma un terzo di questi colpiscono le donne e la gran parte avviene in contesti relazionali e familiari. La parola che si afferma nell’uso è il segno che si sentiva nel sentimento del tempo il bisogno per brevità ed efficacia di dare un nome immediatamente evidente alla particolarità di questo tipo di assassinio.

«La nozione giuridica di “femminicidio”», spiegava di recente a un incontro pubblico, Fabio Roia, uno dei magistrati più esperti sul tema, «nel codice penale italiano non c’è, è attinta dalla Risoluzione del Parlamento europeo 28/11/2019 e significa “uccisione di donna in quanto appartenente al genere femminile”. L’uso corrente della precede dunque la cristallizzazione nei codici. L’esperienza insegna che parole, leggi e società viaggiano a velocità diverse: non basta dare un nome alle storture perché la cultura sottesa e la società che le esprime le contrasti nel profondo, non basta scrivere le leggi nei codici perché la mentalità corrente cambi al loro stesso passo, sono processi lenti: ci sono voluti almeno dieci anni perché la parola femminicidio e con essa il suo concetto si affermassero in italiano nell’uso, ce ne sono voluti di più perché la parità scritta nell’articolo 3 della Costituzione trovasse leggi conseguenti. Fiino al 1968 l’adulterio era punito dalla legge penale ma in modo diverso per uomini e donne (nella relazione tra Fausto Coppi e Giulia Occhini, la “Dama bianca”, extraconiugale per entrambi, solo lei venne arrestata); fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975 il matrimonio assegnava al marito il ruolo di capofamiglia e e metteva la donna in posizione subordinata nella coppia; fino al 1981 il codice penale ha contemplato il delitto d’onore: in soldoni uno sconto di pena per l’’uomo che uccidesse la moglie o il neonato (vero o presunto figlio di relazione clandestina) per salvare il proprio onore; fino al 1996 la violenza sessuale è stata un delitto «Contro la moralità pubblica e il buon costume», non contro la persona, quasi che la vittima che la subiva fosse un dettaglio ininfluente. Il retaggio di tutto questo in qualche modo sopravvive dentro la nostra società che intanto si complica facendosi plurale, portando a coesistere spinte e controspinte che convivono, non senza tensioni, in sensibilità diverse.

Forse però l’imporsi spontaneo della parola “femminicidio” insieme con la sua nozione alla coscienza collettiva, fino ad essere riconosciuta come parola dell’anno 2023, è davvero un buon segno: potrebbe indicare che si sta facendo un passo avanti nella consapevolezza sociale, anche se la strada sarà lunga.



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