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"Dal Medio Oriente all'Ucraina sarà un triste Natale di sangue"

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 intervista a Gianfranco Ravasi 
a cura di Francesco Rigatelli
La Stampa 23 dicembre 2023

«Da Gaza a Kiev potremmo intitolarlo Natale di sangue». Il cardinale Gianfranco Ravasi, 81 anni, presidente emerito del Dicastero vaticano della cultura e fondatore del Cortile dei gentili, non prescinde dall'attualità nel riflettere sulla festa centrale dell'anno cristiano. 

Che significati ricorrenti e specifici ha questo Natale? 
«Spesso ci sono delle guerre, ma stavolta incombono sulla Terra Santa e altri Stati come l'Ucraina. Il poeta Giovanni Abbo scriveva "Travestiti da pastori andiamo a Betlemme cianciando di grazia d'amore di pace, comunque nascondendo sotto il mantello un kalashnikov». La nascita di Gesù è scandita dalla strage degli innocenti, espressione del potere violento, come ricorda l'Erode di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Gesù poi è profugo e migrante, altra componente che ritorna. Infine, la sua nascita avviene all'interno del censimento fiscale in una casa palestinese. La retorica della festa ha un suo valore perché celebra la nascita, la salvezza, la redenzione, ma anche le coordinate storiche sono quelle del Natale di sangue». 

Come considera quanto avviene a Gaza? 
«Israele ha subito un atto terroristico impressionante, che può far comprendere la sua reazione, ma viene a mancare sempre di più la proporzionalità della risposta. Dalla legge del taglione, occhio per occhio, si passa a una logica di vendetta. E dall'altra parte è avvenuto lo stesso con l'uccisione di innocenti e con il trattenimento degli ostaggi». 

Quale sbocco vede? 
«Lo scacchiere è complesso ed è difficile conoscere tutti gli interventi in atto, compreso quello vaticano, ma va segnalato che esiste anche se flebile una domanda di tregua. Le religioni dovrebbero chiedere questo. E anche la cultura». 

La soluzione due popoli e due Stati è un'utopia? 
«Una soluzione ardua ora, ma non disprezzo l'utopia, perché la politica ordinaria non basta. Bisogna proporre qualcosa di più alto. Certo i territori palestinesi sono separati, i coloni incombenti, e bisognerebbe ridiscutere la convivenza. Resta la speranza di una Gerusalemme divisa tra le tre religioni, dal Muro del pianto che simboleggia il Tempio, la Pietra rovesciata della Risurrezione, la Moschea di Omar. Va ribadito che queste tre pietre rimangano autonome e insieme come una collana delle religioni monoteistiche». 

Come vede invece la situazione ucraina? 
«Il cardinale Zuppi si è adoperato molto ottenendo per esempio l'aiuto per i bambini, ma la pace è lontana. Noi religiosi dobbiamo adoperarci per la tregua e il dialogo ed è importante che le chiese non si schierino come purtroppo accaduto in Russia». 

Come sopportare tutto questo male? 
«Evitando l'assuefazione che diventa indifferenza. La malattia del nostro tempio è la nebbia. Se Cristo tornasse oggi verrebbe fermato dalla polizia per i documenti. Si fa fatica ad artigliare le coscienze, pure la Chiesa ha questo problema. Anche il mondo laico difetta di voci che lascino un segno. Bobbio ci manca molto per esempio. L'unica voce che ha la capacità di andare oltre è quella di Papa Francesco». 

Dovremmo tutti fare la marcia della pace? 
«Non necessariamente, ma sentirci coinvolti e affermare il nostro impegno concretamente col volontariato per esempio sull'immigrazione. E poi aspirare alla pace, e chiederla alle istituzioni». 

Che cos'è il bene? 
«Nella tradizione classica, non solo cristiana, c'è una costellazione di tre astri: bonum, l'etica; pulcrum, il bello, l'estetica; verum, la verità. La tradizione le intreccia, dunque il bene è complesso, ha più volti. Nella tradizione indiana se hai due pani che avanzano, ne dai uno al povero e con l'altro acquisti anche un fiore per lui. La dignità è una componente fondamentale del bene, così come l'autenticità. Insomma è un esercizio complesso, non solo elemosina». 

Ha seguito il caso Ferragni sui pandori per beneficenza? 
«Non ho niente da dire, se non che bisogna fare bene il bene come diceva il cardinale Schuster». 

Quale può essere una buona azione natalizia? 
«Dev'essere proporzionata alla persona. Se uno ha capacità di insegnare, per esempio, vada e partecipi alle scuole per gli immigrati. Se uno ha capacità di relazione, vada a sostenere la situazione della solitudine e dell'isolamento, che è una piaga contemporanea. Il simbolo del nostro tempo è la porta blindata per cui l'altro può morire sul tuo pianerottolo. La relazione dunque. La carità non basta. Seguo con curiosità i giovani e vedo la grande crisi causata dalla generazione precedente che non ha dato motivi alti per credere e sperare, però al contempo c'è grande impegno nel volontariato. È una porta aperta per l'educazione». 

Papa Francesco è più amato dai non cattolici che dai cattolici? 
«Esiste una corrente minoritaria, ma rumorosa, che lo critica. Il dibattito è legittimo e dura dalla divisione tra Pietro e Paolo sul rapporto col mondo pagano. Quando diventa però una critica aggressiva la trovo eccessiva. Così come esiste un'apologetica per principio». 

Si dimetterà come Ratzinger? 
«Può essere un'opzione che si ripeterà, anche se Francesco ha affermato per ora di voler procedere. La nomina è a vita, ma per il Vescovo di Roma come per tutti esiste la possibilità di dimissioni. C'è certamente un tema di età, però alcune sue idee dureranno: il dialogo, l'attenzione ai problemi internazionali e interreligiosi, la cura dei migranti». 

Come evolverà la figura della donna nella Chiesa? 
«Vengono loro affidati sempre più incarichi. Arrivare al sacerdozio è difficile per motivi teologici, mentre il matrimonio dei preti verrà presto affrontato».
 
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