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Rosanna Virgili «Noè, la storia del diluvio e l’assenza della moglie»

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25 settembre 2023


La storia del diluvio e di Noè che portò in salvo il seme della nuova creazione è nota ai più. Con grande meraviglia e gratitudine ne parla un Noè dei nostri giorni: «È un personaggio per me sentimentalmente fondamentale: la sua totale fiducia, l’operatività, l’ubbidienza.

Noè ha contribuito a formulare il primo trattato di zoologia fantastica, basato sul concetto di armonia pacifica tra animali. Il pachiderma insieme alla pulce, il leone accanto all’agnello, il carnivoro diventa vegetariano, il vegetariano vegano. E quanto mugghiare, quanto belare, quanto barrire ha sopportato nell’arca mentre fuori la pioggia batteva, il tifone mulinava, la grandine picchiava, le cascate d’acqua sbalzavano in alto e in basso la cesta di giunco. E cosa avrà pensato il buon Noè alla vista degli uomini annegati? Pietà, senso di colpa, condivisione di una scelta così cruenta? Tuttavia Noè ha salvato la sua famiglia, non per favoritismo divino ma per garantire un futuro materno e paterno all’umanità» (Sem Galimberti, Serbar memoria. Scritti di Noè, 2022, p.13).

Noè dovette, dunque, svolgere una funzione “materna paterna”, poiché non si parla mai di sua moglie né di suoi gesti o buoni sentimenti, né di una sua collaborazione alla grande impresa del marito. Non si fa nome né di lei né delle altre donne che furono nell’arca, mogli di Sem, Cam e Iafet, le nuore di Noè. Perché il testo non parla mai di loro? Una lacuna troppo vistosa per non cercare di colmarla con qualche verosimile ipotesi. La tradizione ebraica ha trovato nella persona di Naama – una figura femminile menzionata un’unica volta in Genesi 4,22 – la moglie di Noè (Genesis Rabba). Ella era una discendente della stirpe di Caino, unica figlia femmina del figlio Lamech e sorella di Tubalcain, il primo fabbro della storia dell’umanità. Fu dunque lei a perpetuare la stirpe di Caino dopo il diluvio. Forse a ragione dell’imbarazzo che questa parentela potesse provocare, un midrash medievale vuole invece Naama, discendente di Set, quel figlio che nacque ad Adamo ed Eva dopo l’assassinio di Abele.

Ma al di là dei vari tentativi di dare nome alla consorte dell’uomo che fu “salvatore” del mondo facendo stringere agli umani un’alleanza con Dio, resta il vuoto dell’assenza di sua moglie. Un femminile silente, che non esprime quella maternità che sarebbe andata a completare la paternità di Noè, nel garantire un futuro a tutte le creature. Un’occasione di maternità mancata. E di cura autentica, e d’amore per l’umanità, in specie di quella che vede morire sommersa dalle acque. Risucchiata dalle onde.

Sembra quasi impossibile pensare a una donna così muta dinanzi alla tragedia del diluvio. Forse per questo la vollero discendente di Caino e “madre” di tutti quei Cainiti che ancora infestano il mondo del sangue dei loro fratelli. Un fare sospetto, un comportamento cinico che ci stupisce da parte di una donna e di una madre come Naama era. Ma nella Bibbia quest’assenza di interesse per il femminile che si trova nella vicenda del diluvio può essere a ragione del protagonismo che la figura maschile aveva in quella antica cultura. Più amaro vedere oggi delle donne che, dopo aver conquistato – con dure battaglie! – posti di primo piano nella società, e la facoltà di prendere le decisioni – come fece Noè prendendo a costruire l’arca – si rivelano indifferenti e prive di misericordia dinanzi alla sorte di creature umane che, mentre cercano vita e libertà, annegano sotto i nuovi diluvi.


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