Frederic Manns "Le nozze di Cana. Il terzo giorno"

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L'Osservatore Romano 15 gennaio 2022
I racconti della domenica 
Le nozze di Cana. Il terzo giorno

Appassionato collaboratore del nostro giornale (L'Osservatore Romano), padre Frederic Manns — l’insigne biblista francescano morto lo scorso 22 dicembre — ci aveva anticipato, prima delle feste natalizie, alcuni suoi contributi per la rubrica «I racconti della domenica». Grati per la sua amicizia, continuiamo nella pubblicazione dei suoi articoli così come era stata programmata.

Gesù è invitato alle nozze. Nessun ebreo religioso può rifiutare un invito di questo genere, poiché la presenza al matrimonio permette di compiere un’opera di misericordia. È Dio che ha unito Adamo ed Eva preparando loro uno splendido baldacchino. Siccome l’imitazione di Dio è la norma suprema del comportamento ogni buon ebreo deve rallegrarsi con coloro che conoscono la gioia. Questa gioia umana diventa il trampolino alla rivelazione di Gesù che dà il vino buono.

I Vangeli sinottici ricordano l’insegnamento di Gesù sul Regno che è simile a un festino nuziale che un re prepara per il suo figlio. Sanno che Gesù si è presentato come lo sposo (Mc 2, 18-20) che ha parlato di vino nuovo (Mc 2, 22). Giovanni orchestra questi temi ricordando che storia e simbolo si completano.

La realtà storica non può essere messa in dubbio. Le nozze vengono celebrate il terzo giorno dopo il sabato come lo vuole la tradizione giudaica (T. Ketubot 1, 1). Questo dettaglio prepara il terreno per la lettura teologica del giorno della risurrezione. La presenza di giare di pietra è un dato storico, visto che la pietra non trasmette le impurità. In fine la madre di Gesù viene menzionata. Quando una donna si sposa in Oriente cambia il suo nome. Non è più chiamata Maria, ma la madre di Gesù. Cantico dei Cantici 3, 11 ricorda che la madre di Salomone ha avuto il privilegio di deporre il diadema sulla testa del figlio. Nelle nozze del re messia, Maria sua madre è presentata accanto al suo figlio.

I riti nuziali nell’ambiente giudaico durano almeno una settimana e comunque finché c’è vino.  Insomma la festa di nozze finisce quando finisce il vino.

 Chi medita la scrittura sa che il vino è associato alla restaurazione dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Amos 9, 13 ha annunciato che il vino sarebbe colato in abbondanza quando questa alleanza sarebbe stata ristabilita. Osea 14, 8 ha dichiarato che la sua qualità sarebbe stata superiore al vino del Libano. Isaia 55, 1 non esita a proclamare che questo vino sarebbe dato gratuitamente a tutti. Ripetendo «Non hanno più vino» Giovanni suggerisce che il vino annunciato dai profeti non è ancora stato servito. E Gesù che sta per darlo. Lo dà quando la sua ora è venuta. Non respinge la domanda di sua madre, ma le ricorda che il segno che sta per operare deve essere letto alla luce di questa ora.

Giovanni riprende l’espressione «Fate quello che vi darà» dalla storia biblica di Giuseppe che aveva preservato la vita degli ebrei e degli egiziani, di Israele e dei pagani. Il dono del vino deve essere letto alla luce della storia della salvezza. Gesù è il nuovo Giuseppe che viene a invitare al banchetto del regno, Israele e le nazioni.

Le sei giare di pietra rimandano ai sei giorni della creazione. Come il sabato segue questi sei giorni, così Gesù sta per inaugurare il sabato definitivo che chiude la prima settimana dell’apostolato di Gesù. Le giare servono alla purificazione dei Giudei. Questo rito dipende dalla Legge di Mosè. La legge deve cedere il passo alla grazia e alla verità di Gesù.

L’acqua si è rivelata impotente di fronte all’impurità del popolo. Il vino si rivela efficace per purificare la vita di coloro che ne bevono.

La tradizione sinagogale suppone che Dio dopo aver creato la vigna avesse messo il vino in riserva per i giorni del Messia. Uno dei segni che deve permettere di riconoscere il Messia è il fatto che avrebbe portato questo vino messo in riserva fin dall’inizio della creazione. Venuto a ristabilire il legame d’amore tra Dio e il suo popolo, Gesù prepara un matrimonio di cui quello di Cana è soltanto un’annuncio.

Prima di evocare il segno di Cana, Giovanni menziona la scala di Giacobbe che rivela la croce di Cristo. Nella tradizione giudaica la scala di Giacobbe simboleggia i gradini del Sinai che Mosè ha salito per ricevere la Legge il terzo giorno. La gloria di Dio si è manifestata a lui. Anche il segno di Cana è una rivelazione della gloria di Dio. Come Mosè è disceso dal monte, Gesù i suoi discendono per andare a Cafarnao. Se questo parallelismo è voluto, Gesù è presentato come nuovo Mosè che esige l’obbedienza. Maria, la madre di Gesù, presente al primo segno e anche sotto la croce intercede in favore del nuovo popolo di Dio. È la nuova Eva chiamata «Donna». Contribuisce alla nascita della fede dei discepoli e alla costituzione del nucleo della prima comunità.

A Cana Gesù opera l’inizio (archè) dei segni. Alla croce tutto è compiuto (tetelestai). Dall’archè si passa al tèlos. Il segno di Cana significa che nel suo Figlio Dio ha cominciato ad operare la salvezza del mondo. Il segno è in relazione con la Pasqua, la sua ora. Ha una duplice valenza: eucaristica e matrimoniale. La nuzialità degli sposi manifesta il mistero pasquale e lo prolunga nella vita.

Tutti sono invitati alle nozze del Regno. Il vino buono che Gesù produce con la sua parola annuncia lo Spirito che egli dà con la sua morte. L’attesa ansiosa di Israele base delle osservanze rituali di purificazioni fa posto ormai alla gioia dei tempi messianici. La porta del cielo che si è chiusa si apre al momento della glorificazione di Cristo quando la sua ora è venuta. Il Dio annunciato da Gesù è il Dio della festa, il Dio che agisce perché il banchetto possa continuare.

di FREDERIC MANNS

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