Alessandro D’Avenia "L'altezza dei quadri"

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15 novembre 2021

«Che cosa fare se un ragazzo cerca il buio? Rifiuta i libri in giro per casa o che portano luce, e dà da leggere Fight club al fratello minore, che lo divora? Lo ha attratto un linguaggio volgare, forse la sensazione di una libertà senza regole. Cercherò di ascoltare le sue impressioni, ma non sarà facile. Ho letto l’Appello, me lo ha regalato quello stesso figlio, ma lui non ha intenzione di leggerlo». 


In tante lettere, come questa di una madre amareggiata, mi viene chiesta la soluzione educativa ideale. 


Rispondo sempre: non lo so, ma la soluzione ideale siete voi. Il manuale del perfetto educatore fa perder di vista (e di vita) il presente che, nel suo darsi faticoso, è l’unico spazio educativo efficace. 

Educare non è costringere la vita in una regola o idea, ma aiutare la vita a fiorire: le soluzioni sono celate nelle occasioni. Se l’educatore non vive come fallimento personale e conseguente sterile senso di colpa la sfida lanciata dal bambino/adolescente, potrà trasformarla in occasione di crescita di sé (sono loro a far maturare noi) e dell’altro (di che cosa ha bisogno adesso?): loro mettono alla prova le nostre verità per capire se sono regole vuote o fondamento solido per vivere felici. 


Dice uno scrittore di cui amo la lucidità: «L’altro giorno ho appeso un quadro e ho chiesto a mio figlio, che ha tre anni, se andava bene. No, mi ha risposto seccato, devi metterlo lì. E indicava un punto molto più vicino a terra. Aveva ragione, era lì che andava messo perché lui potesse vederlo bene. Nel mondo dei bambini tutti i quadri sono appesi troppo in alto». «Ed ecco — continua lo scrittore — che all’educatore ideale si pone il problema: a che altezza è giusto appendere i quadri? 

C’è chi sceglie il compromesso in nome dell’armonia e attacca i quadri a metà tra il pavimento e l’altezza di prima, così che entrambe le parti vedranno ugualmente male. Oppure c’è l’educatore che smette di avere una vita propria da quando ha dei figli. E appenderà i quadri così bassi che i genitori saranno costretti a mettersi in ginocchio per vederli. E infine c’è il tiranno che, a fini educativi, appende i quadri appena sotto al soffitto, per tutto ciò che ha patito da bambino. Ma quel che più interessa è la reazione del vero educatore. È lecito supporre che lascerà il quadro all’altezza a cui sta meglio e insegnerà al bambino ad usare la sedia in modo adeguato» (Stig Dagerman, Difficoltà dei genitori). 


Le scelte educative «ideali» sono quelle in cui la crisi diventa ispirazione per il nuovo anziché ripetizione stanca di abitudini e regole, che magari noi per primi non viviamo. Per esempio come può un ragazzo moderare l’uso del cellulare se chi lo educa fa il contrario? Nello stesso scritto Dagerman racconta di una coppia i cui figli piccoli non vogliono dormire e continuano a saltare sul letto. Il padre li minaccia di portarli fuori nel buio per una passeggiata: «Fuori pioveva e c’era buio pesto; finalmente si fece silenzio nella camera dei bambini. Salvi! Sospirarono di sollievo i genitori, finché non scoprirono la causa del silenzio. I bambini si erano precipitati a vestirsi per andare a fare la passeggiata promessa. Non restava che rassegnarsi a uscire alla pioggia e al buio; i bambini erano terribilmente svegli e il tonto padre capì che quella che per lui doveva essere una punizione era stata accolta da loro come una fantastica avventura». I bambini si divertono un mondo ma anche il padre, sorpreso del risultato ottenuto: si trattava di incanalare creativamente e costruttivamente l’energia dei figli, non di reprimerla. «Fu una passeggiata memorabile. Quando erano rientrati, i bambini s’erano addormentati all’istante, mentre lui era rimasto alzato a meditare sull’educazione dei figli». 


Per educare bisogna meditare sulla «follia» dei ragazzi, cercando nell’occasione, non nella regola, la soluzione che allarga il senso della vita. E così più che correggere i sentimenti dei figli per Fight Club, marito e moglie potrebbero leggere il libro di Palahniuk per cogliere dove incanalare l’energia distruttiva che seduce l’adolescente, il quale distrugge solo quando non riesce a creare. E poi osare, sfidando la libertà sregolata di una narrazione in cui la violenza è protesta contro un sistema che rende schiavi: vivere una giornata senza regole in cui i genitori non fanno la spesa, non cucinano, staccano la luce di cui pagano la bolletta… e se i figli si ribellano, rispondono a parolacce o con il bastone in mano. 


Trasformare casa in Fight Club è certo rischioso, ma gli effetti potrebbero sorprendere: la realtà educa, regole e parole non bastano mai. I ragazzi sperimenterebbero che l’ipotesi narrativa del romanzo è provocatoria e parziale, e i genitori scoprirebbero che i figli stanno solo cercando dove indirizzare le loro energie. 


E comunque è bello avere un figlio che regala un libro che la madre amerà: lui la conosce, lei ha un’occasione per conoscere lui, grazie a Fight Club.

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