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Enzo Bianchi “Lui stesso si è posto fuori dalla Chiesa, ma non ha il seguito per crearne un’altra”

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Intervista a Enzo Bianchi 
La Stampa 22 giugno 2024
di Domenico Agasso

CITTÀ DEL VATICANO. «Monsignor Carlo Maria Viganò si è posto lui stesso fuori dalla Chiesa cattolica, delegittimando papa Francesco. Ma non ha le forze né il seguito per creare una chiesa alternativa, all’estrema destra, anche se ci sta provando con l’eremo in cui spera di costituire un seminario parallelo a quello di Lefebvre». Fratel Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose e della fraternità cristiana Casa della Madia, dove vive oggi, non si è stupito della convocazione del Dicastero per la Dottrina della Fede nei confronti dell’ex nunzio negli Usa, accusato di «delitto di scisma». Adesso Viganò rischia la scomunica. 

Fratel Bianchi, perché si aspettava il richiamo al prelato tradizionalista? 
«Sono convinto che il caso Viganò non può che concludersi con una scomunica formale. Anche perché di fatto Viganò si è già posto lui stesso fuori dalla Chiesa cattolica dal 2018: innanzitutto con un proclama in cui non riconosce Bergoglio come Papa legittimo, e questo è gravissimo; e la seconda mossa, più grande ed eclatante, è stata farsi ri-consacrare vescovo da monsignor Williamson, come se la consacrazione episcopale della Chiesa cattolica non fosse stata valida. È un atto di una portata enorme, perché sconfessa un sacramento della Chiesa cattolica per riceverlo nuovamente da uno scismatico, il lefebvriano protagonista della mancata ricomposizione dello scisma proposta da Benedetto XVI: emerse infatti che Williamson era un antisemita negazionista della Shoah, sosteneva apertamente che le camera a gas non fossero mai esistite». 

Come va interpretata l’azione disciplinare vaticana? 
«Viganò ha dato inizio nella campagna romana al progetto dell'Eremo di Sant’Antonio alla Palanzana, vicino a Viterbo, con un titolo significativo, “Collegium traditionis”, che ricorda la cristianità cittadella contro il mondo. Lì punta ad aggregare “chierici e religiosi fatti oggetto delle epurazioni bergogliane”, costituendo un seminario parallelo a quello di Lefebvre. Proprio perché non inizi una storia come quella di Lefebvre e della Fraternità sacerdotale San Pio X, il Vaticano dà un avvertimento, lo richiama, e mi sembra questo già un atto di attenzione, di misericordia. Lo mette a confronto con il Dicastero della Fede per verificare se lui è ancora cattolico o si è posto fuori dalla comunione cattolica». 

La galassia ultraconservatrice ostile a Francesco segue Viganò? 
«In gran parte no. È considerato troppo estremista». 

All’orizzonte c’è uno scisma? 
«Viganò non ha le forze né il seguito per realizzarlo. E poi, oggi non è più il momento di uno scisma». 

Perché? 
«Era possibile dopo il Vaticano II, con la dirompente novità della riforma conciliare. Ma oggi è cambiato il clima, si è trasformato il modo di pensare, e non c'è più quella voglia concreta di rottura su questioni dogmatiche di fede. Le lacerazioni, al di là della propaganda, sono più improbabili. Certo, ci sono sempre delle frange estreme che, anche psicologicamente, sentono il bisogno di creare spazi fuori dalla Chiesa. Ma si tratta di piccoli presìdi poco significativi. La Chiesa non corre alcun pericolo di uno scisma come tra cattolici e protestanti, la Riforma, e neanche di scismi che si sono verificati dopo il Concilio Vaticano I, quello dei “Vecchi cattolici”, o dopo il Vaticano II, con Lefebvre». 

Viganò ha reagito dicendo: «Io come Lefebvre». 
«Ci sono punti in comune, come la contestazione al Concilio e alla riforma liturgica. Però poi Viganò passa a un attacco personale al Papa, mentre i Lefebvriani hanno un certo rispetto per il Pontefice. E non dicono che è illegittimo».


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