Vito Mancuso «Chiamatemi eretico: divido Gesù da Cristo»
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Doppio appuntamento con il teologo filosofo Vito Mancuso a Napoli all’Università Federico II (venerdì 6 ore 15:00), e all’Archivio di Stato (sabato 7 ore 10:30).
La sfida all’ortodossia: «Distinguo tra le due figure sottraendomi alle concezioni dogmatiche e sottolineandone i legami». Qualche secolo fa avrebbe corso il rischio di fare la fine di Giordano Bruno, per fortuna i tempi sono cambiati ma Vito Mancuso, brianzolo del 1962, a lungo docente di Teologia all'università Vita-Salute San Raffaele di Milano, più di un attacco per quello che ha detto, e per le idee altrui diffuse, l'ha subito. Nel suo ultimo best seller, «Gesù e Cristo» Garzanti, separa le due figure e ne racconta le differenze.Mancuso, secondo la rivista dei gesuiti «La Civiltà Cattolica» lei «nega o perlomeno svuota di significato una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica»: sarà mai un teologo eretico? …
«Negli anni Settanta Peter Berger parlò giustamente di imperativo eretico. Per proporre una teologia in grado di incontrare e interrogare con frutto la coscienza contemporanea occorre affrontare il rischio dell'eresia, intendendo questa nel suo significato originario di "scelta". Non è più possibile accettare la visione contemporanea delle cose del mondo, della natura, della storia e aderire alla dogmatica ufficiale. Ecco, occorre scegliere, ed è quello che io ho sempre fatto e per questo mi si può definire eretico».
Lei ha anche diffuso in Italia la voce di un altro eretico, Anthony de Mello.
«Era un gesuita indiano, aveva scritto Messaggio per un'aquila che si crede un pollo. Nel 1995 ne curai come editor la pubblicazione per Piemme. Rimase nella classifica dei best seller per mesi. Raccontava del pericolo di arrivare morti alla morte per chi vive in modo difforme rispetto alla propria natura. Il grande successo del libro inquietò il Vaticano che il 24 giugno 1998, con una nota della Congregazione per la Dottrina della fede firmata da Joseph Ratzinger, dichiarò le idee di De Mello "incompatibili con la fede cattolica e tali da causare gravi danni"».
Era vero?
«A mio avviso si tratta di un giudizio fondato nel primo caso, ma falso nel secondo, perché il libro non causa danni, al contrario, risana ferite, e lo può fare proprio per ché è incompatibile con alcune affermazioni errate della dogmatica cattolica».
Anche nel suo «Gesù e Cristo« ha una visione non ortodossa delle due figure?
«Il rapporto tra Gesù e Cristo è stato per secoli all'insegna del "Gesu è Cristo", e questa è ancora la posizione della dogmatica e della dottrina ufficiale. Dalla fine del Settecento gli studi storici, esegetici, critici hanno trasformato questa "è" in una congiunzione oppositiva, in una "o", Gesu oppure Cristo, da una parte il Gesù della storia, dall'altra il Cristo della fede. Io assumo la distinzione, Gesù è una cosa e Cristo è un'altra, e sottolineo i legami tra le due figure».
Chi è stato Gesù?
«Un profeta ebreo che annunciava l'arrivo imminente del regno di Dio e perciò fu crocifisso, perché rappresentava un pericolo per il potere politico e religioso. Amava la vita, non voleva morire, non voleva essere la vittima da immolare per togliere i peccati del mondo».
Chi è stato Cristo?
«Cristo è un titolo applicato a Gesù per dire che in lui era apparso il vero volto di Dio. Ma Gesù non è l'unico uomo a meritare il titolo di Cristo».
Cosa dovremmo ricordare di Gesù?
«La sua umanità. Gran parte delle persone guarda a Gesù come al figlio di Dio incarnato della stessa sostanza del padre».
Cosa intende per «umanità»?
«Una vita in evoluzione che contiene anche prospettive poi abbandonate, nervosismi, idee rivelatesi sbagliate. Essere umani significa crescere e dunque sbagliare. Per esempio, Gesù sosteneva che il regno di Dio sarebbe arrivato con lui ancora vivo e si sbagliò. Ma se questo annuncio dal punto di vista storico si è rivelato infondato, dal punto di vista spirituale e filosofico ha diversa valenza e la sua realizzazione dipende da ognuno di noi».





