MichaelDavide Semeraro “La vita consacrata sotto il segno del realismo pasquale”
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29 gennaio 2026
Si sta concludendo una fase storica della vita religiosa. Ma occorre sapervi vedere la possibilità di un nuovo inizio.
Ogni anno in occasione della festa della Presentazione del Signore al Tempio, la Chiesa celebra la Giornata della vita consacrata sotto il segno del dono. Come Maria e Giuseppe presentano Gesù al Tempio per restituire, per così dire, il dono stupendo che hanno ricevuto, così la Chiesa sembra voler pensare alla vita consacrata nel segno della più grande gratuità.
Da più parti si lamenta o, almeno, si prende atto del difficile passaggio storico che tocca, come tutte le realtà umane ed ecclesiali. Il primo passo per i consacrati e le consacrate del nostro tempo è quello di non pretendere in alcun modo di avere il privilegio di non fare la stessa fatica e di non attraversare le stesse crisi che toccano la vita di tutti e di ciascuno. Se non fosse così e i consacrati si trovassero in una sorta di zona franca, verrebbe meno il loro essere discepoli capaci di condivisione e di estrema compassione.
Siamo tutti confrontati con un mondo che cambia e ci chiede di cambiare, tanto che vale ai nostri giorni in modo ancora più brutale il detto di sempre: «Chi si ferma è perduto». Come pure vale anche per noi il principio, più volte enunciato da papa Francesco, che «nessuno si salva da solo». La «mutazione antropologica» in atto è una realtà che supera le più ardite previsioni ed esige un dovere di intelligenza primario sul diritto, più o meno lecito, alla sopravvivenza.
Consacrati e consacrate che si sentono pellegrini di speranza, come tutti e con tutti i loro fratelli e sorelle in umanità, sono chiamati ad esercitare la loro profezia all’interno della Chiesa. In tal senso la vita consacrata può offrire elementi preziosi perché la forma sinodale della Chiesa si costruisca e si corrobori.
È compito dei consacrati vivere quel realismo pasquale senza il quale nessuna discepolanza battesimale sarebbe possibile. Attualmente, specie in Europa e nel Nord America, si vive la sensazione di un certo «compimento storico carismatico e istituzionale». Come consacrati siamo chiamati a vivere questo momento senza paura di concludere alcune esperienze.
Quest’attitudine profetica nella vita consacrata potrebbe aiutare la Chiesa nel suo insieme a guardare e vivere anche la fine di una certa modalità di essere Chiesa in Europa e in Italia come possibilità di un nuovo inizio, di una nuova aurora per generare non rammarico, ma una speranza cristologicamente compatibile.
Un’altra profezia da vivere e da offrire è quella del discernimento spirituale, il quale esige, come condizione previa e ineludibile, la capacità di morire a se stessi senza scadere nell’ansia di sopravvivenza. Il discernimento spirituale, se ha come condizione la rinuncia, porta come frutto la generativa capacità di cogliere l’essenziale e di viverlo fino in fondo anche nel caso di un compimento storico della propria realtà carismatica generosamente messa nel tesoro (Marco 12,41-44) comune del Tempio invisibile in cui tutti siamo attesi e attenderemo.
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