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Marinella Perroni "La donna di valore biblica che rimanda alla Sapienza"

Potrebbe essere considerato un manifesto della conciliazione casa-lavoro.

Oppure anche un’apologia della capacità multitasking delle donne. Di fatto il testo del libro dei Proverbi (31,10-31) sulla “donna di valore” contiene le indicazioni che una regina suggerisce al figlio aspirante al trono per scegliere la donna giusta da prendere in moglie. Detta così vengono in mente le storie di corte a cui ci hanno abituato prima i rotocalchi e poi i social che ci hanno fatto vedere, però, che non sempre le indicazioni che vengono dal “palazzo” sono state garanzia di matrimoni ben riusciti! Ma la saggia regina-madre biblica è espressione di un regno in cui ancora principi e sovrani si dovevano occupare delle necessità quotidiane della vita, in famiglia e al lavoro. Ben lontani, cioè, dalle distinzioni, classificazioni, specializzazioni e, soprattutto, gerarchie di potere che, progressivamente, disegnano il modello delle società moderne. 

Comunque, la Bibbia ci abitua ai cambiamenti di segno e anche in questo caso un testo, nato con un preciso scopo, viene invece ripreso con tutt’altre finalità. Il profilo della donna forte messo a conclusione del libro dei Proverbi non corrisponde più alla candidata ideale a convolare a nozze con il principe ereditario, ma ha piuttosto valore di paradigma: le sue capacità, composte insieme nel totale equilibrio tra mansioni e tempi, stabiliscono un modello di riferimento del tutto replicabile da chiunque, uomo o donna, ami la Sapienza. Non tracciano cioè il profilo della good wife che ogni uomo vorrebbe accanto per sé e per i propri figli, quello sul quale ha insistito una lunga tradizione interpretativa maschile e da cui spesso difficilmente anche l’omiletica attuale riesce a prendere le distanze pur di farne un’esortazione moraleggiante rivolta alle donne perché siano in grado di coniugare insieme il loro compito di angeli del focolare domestico con le attitudini imprenditoriali divenute oggi quanto mai attuali. 

Per la Bibbia, il testo di Proverbi rimanda piuttosto alla Sapienza, cioè al volto femminile di Dio e al dono che Egli stesso ne fa a chiunque gliela chieda: è questo il leit motiv della grande letteratura sapienziale biblica nella quale Salomone, nell’Antico Testamento, e Maria nel Nuovo giocano il ruolo di figure esemplari. Entrambi, il grande re e la ragazza di Nazaret, sono presentati come personalità corporative nelle quali l’intero popolo è chiamato a riconoscersi: Salomone, il re sapiente, ha aperto Israele alla contaminazione culturale e, quindi, alla pace; Maria, la madre della Sapienza venuta nel mondo, ha fatto sì che da Nazaret, oscuro villaggio della Galilea, la speranza in un regno di giustizia e di pace arrivasse a tutti i popoli. 

Un paradigma non per le donne, ma per tutti. Come insegnano la preghiera di Salomone (Sapienza 1,1-12) o il Magnificat di Maria (Luca 1,46-55). Perché quello che Donna-Sapienza sa fare e insegna a fare è espressione non soltanto di capacità umane, ma di ciò che, se vissuto di fronte a Dio, può diventare la più nucleare delle relazioni, quella familiare. Rispecchia il rapporto di Israele con il suo Dio, ma anche tra ogni credente, maschio o femmina, ebreo o cristiano, con Dio e con il mondo: questo è il dono della Sapienza. 

La Legge, la Sapienza, il Messia: sono queste le tre realtà divine che, secondo la teologia giudaica, pre-esistono a tutta la creazione e che Dio invia nella storia per rendere praticabile il rapporto con Lui. Sarebbe lungo e complesso descrivere qui come ciascuna di queste realtà sia presente nella storia di fede del popolo di Israele e come la loro triangolazione diventi una delle chiavi di lettura anche della genesi e dello sviluppo della fede in Gesù di Nazaret come il Cristo di Dio. C’è però un frammento di quella che gli studiosi chiamano “cristologia sapienziale”, cioè dell’applicazione a Gesù dei temi della tradizione sapienziale biblica, che rimanda sia alla preghiera di Salomone che al canto del Magnificat. 

I due evangelisti Matteo e Luca, sia pure in contesti molto diversi, riprendono un inno di lode che Gesù pronuncia per rendere grazie al Padre della sua rivelazione: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza» (Matteo 11,25 e Luca 10,21). La Sapienza, che viene da Dio e che guida a vivere al cospetto di Dio e a rendere così ogni cosa segno della sua presenza, non è quella dei sapienti e dei dotti, ma è quella dei piccoli. Come per Salomone, il re giovane, e per Maria, la ragazza ancora solo promessa sposa, la sapienza del cuore è quella di coloro che confidano in Dio perché “sanno” che «nulla è impossibile a Dio» (Luca 1,37). 

Donna-Sapienza, sia essa la donna di valore nella quale «confida il cuore del marito» (Proverbi 31,11) o il giovane Salomone che chiede a Dio «un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male» (1Re, 3,8) oppure la ragazza di Nazaret ancora vergine che, come dice l’anziana Elisabetta, ha creduto «nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Luca 1,45), Donna-Sapienza, il volto femminile di Dio, è la rivelazione che Dio fa di sé. Ai “piccoli” di ogni età, cioè a chi è in grado di vedere e di ascoltare con il cuore.



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